L’incommensurabile sapere del gatto
- Azzurra De Paola

- 19 giu 2023
- Tempo di lettura: 7 min
Aggiornamento: 23 giu 2023
di Azzurra De Paola

La mia vita negli ultimi tempi mi somiglia.
A me è sempre dispiaciuto che mia madre non volesse avere radici, non avesse etichette. Mia madre è senza limiti, senza frontiere, per passare da mia madre puoi fare sette volte il giro del mondo ma non devi mai fermarti, è l’unica regola. Mi dispiace che quando ero piccola mia madre non facesse niente di tradizionale e si rifiutasse di avere qualsiasi cosa in comune con le madri: mia madre non cucinava, non conosceva le ricette, non le importava delle feste comandate né delle altre. Mia madre ha fatto il ’68. Per ogni cosa mia madre da piccola mi rispondeva che tutto quello a cui la gente di solito tiene è una cazzata, che lei aveva fatto il ’68 e lo sapeva bene, che aveva lottato contro questo. Era fantastico però un po’ terribile. A casa mia ognuno mangiava quello che voleva quando voleva, ognuno aveva il proprio ritmo, il proprio spazio, la propria personalità. Non esistevano gli altri, gli altri chi? Allo stesso tempo, bisognava stare molto attenti a non essere disonesti e irrispettosi del prossimo perché anche lui, come noi, aveva un suo mondo e ci stava girando intorno. Mia madre non ha mai cucinato un piatto tipico.
Non avevo nemmeno idea di quali fossero i piatti tipici finché non è arrivato internet. Mia madre non mi ha mai raccontato niente della nostra storia, della nostra famiglia, eravamo io e lei che aveva fatto il ’68. Io ero una figlia piuttosto brutta per una madre così bella. Cercavo spesso di essere normale e il più delle volte non mi riusciva. Non ci sono riuscita fino a che non ho smesso di provarci, poi ho continuato a non riuscirci ma ho smesso di farci caso. Non somigliavo mai a nessuna delle altre bambine e lei non somigliava alle loro mamme, non somigliava ai papà, io e mia madre siamo talmente diverse che per non sentirci sole almeno ci somigliamo tra noi. Fino a un certo punto però io cercavo di somigliare anche ad altri, contemporaneamente. Mi piaceva somigliare a mia madre, che era bellissima e aveva fatto il ’68 e non si faceva dire bau da nessuno, ma volevo somigliare anche a qualcun altro, a Giulia che era la più carina delle elementari e nessuno le aveva mai vomitato sui piedi, come invece avevano fatto con me, oppure a Chiara che era brutta e anche un po’ troia ma alle medie se la volevano fare tutti quelli che ora si bucano in centro a Roma. Solo che non era davvero possibile scientificamente somigliare a mia madre e anche a tutta questa gente.
Ora somiglio il più delle volte in tutto e per tutto a me stessa, e ogni cosa mi somiglia: la mia vita, la mia casa, anche il cane dicono, anche se è marrone e pieno di peli o forse proprio per questo, soprattutto il mio lavoro. Ho fatto molti lavori e ho sempre pianto, poi li ho lasciati, poi ne ho trovati altri che mi hanno fatto piangere ancora di più, qualsiasi cosa preveda una ricompensa per ciò che fai spesso fa piangere. Sai, le scadenze, la prestazione, il mobbing, gli orari. C’è gente che vive tutta la vita così, so che sembra assurdo. Ho fatto molti lavori che non mi somigliavano nemmeno da lontano, cioè quel tipo di lavori che li vedi e dici: Ma che c’entro io con questo? Infatti non c’entravo, e lo sapevo. Però poi tra il dover fare per forza qualcosa di grigio come il lavoro in cambio di cibo e un pochino di tempo per vivere, tra l’essere autonoma sempre e comunque perché mia madre aveva fatto il ’68 e non sia mai che: scenario 1) ti sposi per non lavorare o scenario 2) ti sposi e poi finisci a fare la mamma o scenario 3) fai la mamma e già che ci sei fai la cameriera a tuo marito, impensabili tutti. Sul serio. Perciò ok. Piangevo, odiavo tutto tranne i fiori quasi ogni giorno. La mattina poi. Aprivo gli occhi e avevo strani malori, tentativi di suicidio, mi davo martellate sulle dita dei piedi, un cacciavite nel ginocchio, mi sono tagliata sei dita con le forbici, e nessuno si è mai accorto di niente. Quando mi sono strappata un dente con le pinze secondo me qualcuno lo ha notato ma ha fatto finta di niente perché fa parte di tutta una certa morale del non offendere le donne per il loro aspetto fisico, la faccenda del body shaming e non si può dire a una che è cicciona, figuriamoci il resto. Quindi erano tutti molto attenti a non ferire i miei sentimenti e nessuno che mi licenziasse, cosa che volevo disperatamente, una manica di femministi così non l’ho mai vista. Alla fine mi sono licenziata da sola. Chi fa da sé fa per tre infatti. Lo spiega molto bene il proverbio.
A quel punto valeva anche la pena capire che farne della vita: il suicidio è sempre comunque una possibilità che non scarto mai, per pigrizia. Però ehi, un po’ mi scocciava uccidermi quando tutti intorno a me sono disfunzionali e vivono benissimo, e a me passa la voglia di stare al mondo perché devo guardare ogni giorno i loro musi. La prima cosa che ho fatto per non uccidermi è stata andare a vivere nel bosco, io e gli animali. Ragni, scorpioni, cimici soprattutto, non così romantico come si immagina. D’estate le formiche. In autunno i pesciolini d’argento. Ma in primavera, oh la primavera! In primavera l’unico animale che non vive tra queste mura è l’orso polare. Perché? Perché fa caldo, direte voi. Giusto. Però quando lo vedete allo zoo non ci badate.
A ogni modo, la mia casa è in tutto e per tutto la mia copia, pietre disegnate, legni in attesa di diventare oggetti che resteranno lì per molto tempo splendidi e inutili. In casa mia c’è tutto quello che mi serve e a volte qualcosa di meno, che poi è il bello di essere la mia casa.
A questo punto era abbastanza ovvio che la vita prendesse una sua piega, diversa da quella che aveva avuto fino a quel momento dato che tutto gira come una ruota continua e infinita senza avere la possibilità di metterci il becco, di esprimere una preferenza, di avere aspettative perché quando mai le cose vanno come avevi pensato, sperato, programmato, praticamente mai.
Il lavoro è l’unica cosa davvero brutta che faccio per vivere.
Mi alzo la mattina che penso: No stamattina non mi va di lavorare ma poi mi alzo perché quasi sempre mi va lo stesso, dietro ricompensa. A lavoro mi diverto. So che gli unici a pensarla così sono i serial killer di solito ma invece non è il mio caso. Comunque nessuno mi paga per uccidere la gente, voglio dire che se ci sono i presupposti lo faccio gratis. Non renderei mai meccaniche e ripetitive due cose importanti come il sesso e la morte. Ma per il resto. Mi alzo tutte le mattine e faccio lo stesso lavoro senza piangere, nemmeno una volta, nemmeno la sera quando torno a casa. Penso che meglio di così. Ci tengo al mio lavoro, è talmente bello che a chiamarlo lavoro mi sembra di offenderlo. Non è nemmeno un lavoro come gli altri. Non è che mi metta a sedere su una sedia o su un pony e qualcuno mi dice: Fai questo anzi fai quello anzi fai entrambi e falli bene con esperienza ma sottopagata come se non avessi esperienza ma con quarant’anni di specializzazione nel settore. Non è un lavoro così. Non decido nemmeno io per me stessa, non ho tutto sulle spalle, non mi sto piegando sotto il peso dell’ansia.
Piuttosto direi che partecipo insieme ad altri che partecipano, che poi è la stessa cosa che voleva re Artù, anche se sappiamo che nel suo caso è finita con una lunga terapia di coppia.
Io mi alzo la mattina senza voglia di morire e vengo pagata per questa felicità. Vengo pagata per rendere il mondo un posto migliore. E come? Chiedete, so che siete tutti curiosi.
Con i bambini, ovvio. Noi un’occasione per avere un futuro ce la siamo giocata con le bottiglie di plastica, ora sta a loro.
Per evitare che vengano su coglioni come noi, qualcuno mi paga per far loro presente che il problema minore di quelli della mi generazione era fare pipì nel mare, che fa già abbastanza schifo. Devi far presente ai bambini, con parole da bambini, che nel mondo dove sono cresciuta io le foche mangiano per sbaglio sacchetti di plastica che non sono dove ci si aspetta che siano, la gente mangia la carne anche se gli animali (ormai lo hanno capito anche quelli che non capiscono mai niente) sono vivi e come tutte le cose vive hanno paura di morire, e i pulcini maschi vengono tritati perché non servono. Questo solo per dirne alcune. Gli infilo questi ragionamenti nei petali dei fiori o nei tronchi degli alberi, li abbracciamo per chiedere scusa di come siamo stati ottusi noi grandi. Gli rifilo il fatto che mangiamo regolarmente E330, che fa venire il cancro, nascondendolo negli strati della terra e non mi sento mai di biasimarli quando preparano pizze al becchime o mangiano biscotti di fango. Sono degli anni ’80, non sono nella posizione.
Tutto qua.
Volere bene al mondo mi somiglia. I bambini mi somigliano più degli adulti, tranne quelli che vogliono fare i grandi perché allora somigliano ai loro genitori, a cui non somiglio poi tanto. Mi somiglia camminare tra gli alberi e ringraziare gli animali di darci questo grande esempio continuo di umanità. Per fortuna i bambini e gli animali si somigliano, e infatti il mio ex mi chiamava bestiolina. Con la sua accezione ma ok. Sono in tutto e per tutto una bambina della giungla, però grande e senza giungla. Sono Tarzan centoundici anni dopo. Se solo Borroughs potesse vedermi!
A questo punto non mi sento di poter avanzare altre pretese, perché tutto è più o meno là dove ho camminato per portarlo, con molta precisione il caso mi ha fatto arrivare al mio destino e allora. Faccio piccole magie quotidiane con il cuore, accarezzo gatti consapevoli, il più delle volte parlo con diversi tipi di fiori e ho scoperto che in loro c’è una saggezza di cui mia madre è del tutto sprovvista, spesso penso e disegno a matita il mondo che vorrei.








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