L'inferno comincia nel giardino
- Reader for Blind

- 16 nov 2017
- Tempo di lettura: 1 min


L'inferno comincia nel giardino - Jonathan Lethem (minimum fax)


Restando seduto sul letto, mi avvicinai e le presi la testa fra le mani. La lascia piangere un po' appoggiata al mio petto. Ma non aveva ancora finito. Quando rialzò il viso era ancora segnato e contorto dal dolore, con i tendini del collo tutti tesi.
"Non dirmelo così", disse ansimando fra i singhiozzi. "


All'inferno il tempo non coimincia finché non ti alzi dal tavolo del giardino.


Il coach mi cambiò. Dalla panchina ebbi una percezione chiara di quanto Gornan stesse sfruttando il pubblico, e di quanto il pubblico lo stesse supplicando di farlo. Gli stava dando Michael Jordan, la leggenda che non avevano mai visto dal vivo.


Immaginai che stesse aspettando qualcun altro. Avevo visto gli alieni solo altre due volte prima di quella, e ogni volta seguivano qualcuno nei guai. Era questo che gli piaceva fare.


Kaz ci girò intorno e ci fece entrare nell'appartamento. Io abbassai gli occhi e vidi Don che si toglieva la pistola dal giaccone. Don voleva tirarla fuori subito; aveva detto che sapeva che Kaz teneva armi in casa. Ma non ne portava addosso. Un dettaglio fondamentale.


Quando finalmente Notable Johnson localizzò Caitlice Frisman, che era nascosta nel corpo di un autoritratto di Philip Guston, con tanto di singolo occhio, singolo piede con scarpone, barba non fatta ed enorme sigaro smozzicato, lui stesso si era ormai reincarnato nel conte Granola, il vampiro di cibi biologici.


"Mi sento diverso dagli altri. Sul serio. Ma ogni volta che attacco discorso con una persona nuova finiamo sempre a parlare delle cose che abbiamo in comune. Lavoro, luoghi, sentimenti. Quello che sia. Il tipico modo in cui parla la gente, lo so, la colpa è anche mia, io faccio lo stesso. Ma mi viene voglia di smettere e gridare no, non è così, per me non è lo stesso. Io mi sento diverso."


Stava piovendo. Sull'Ottava Avenue si concesse un taxi. Seduta sul sedile posteriore chuse gli occhi. Le buche della strada sembravano profonde come miniere, e il taxi cigolava come le molle arrugginite di un materasso. Era domenica. Caffè, focaccina di mais, giornale; li avrebbe usati per isolarsi da tutto, per creare un cuscinetto fra la notte passata e il nuovo giorno.


Il carcere era un'opera grandiosa, un monumento all'ingegno umano, come una diga o una portaerei. Ma allo stesso tempo il carcere era una catastrofe, qualcosa che la natura aveva imposto con la forza alla città impotente, un cratere scavato da un meteorite, o i resti incendiati di una foresta.


La prima tecnica di cui bisognava impadronirsi, nel carcere dalle mura fatte di criminali, era dormire nonostante il parlottio continuo, e io me ne impadronii da solo, nel buio.


"Sta facendo la Betsy Crocker con un Benedict Arnold" disse in tono sprezzante il sergente.
"Vuoi forse dire Betsy Ross? chiese il tenente."


Tutti i dormiglioni dovrebbero avere qualcuno che si prenda cura di loro, pensò. Sembrava tanto semplice.










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