Non dire madre
- 23 nov 2017
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Attraverso il topos della maternità, Dora Albanese racconta tre metamorfosi sociali e culturali del Sud postbellico: la dura maternità della Lucania “interna”, ancora legata a feroci e dolcissimi stili contadini; la frustrata maternità piccolo borghese di una Matera “piana”, dimentica della superba e misera civiltà dei Sassi; e, infine, la maternità delle nuove generazioni, sospese tra “ritorni al passato”, fastidi per un benessere di facciata, e goffi e ostinati tentativi di abbracciare il mondo, magari attraverso un altro topos di questo libro, quello dell’emigrazione. In Non dire madre il tema della maternità e della femminilità è ossessivamente indagato e sviscerato con franchezza, senza abbellimenti estetici e senza indulgenze; anzi, le donne di questo libro sono sempre colte in un estremo momento di quotidianità scoperta, finanche di buffa sciatteria.
Attraverso il topos della maternità, Dora Albanese racconta tre metamorfosi sociali e culturali del Sud postbellico: la dura maternità della Lucania “interna”, ancora legata a feroci e dolcissimi stili contadini; la frustrata maternità piccoloborghese di una Matera “piana”, dimentica della superba e misera civiltà dei Sassi; e, infine, la maternità delle nuove generazioni, sospese tra “ritorni al passato”, fastidi per un benessere di facciata, e goffi e ostinati tentativi di abbracciare il mondo Non tremare, non tremare, non tremare, non tremare, non tremare, non tremare... ho freddo, ho freddo, ma non devo tremare, devo smetterla... smettila cretina! Smettila di tremare, smettila! Mi agito, mi arrabbio con me stessa, per come mi sono ridotta, per come mi faccio schifo, anche se a sentirmi sono solo io, e non ho più forza per dire parole. Ritornerò a profumare di cose buone e pure, e non di sudore e sangue, di acque sporche e di placenta: tutto, se apro gli occhi, finirà, e io ritornerò tra i banchi di scuola, sui miei passi, e non farò la fine della mosca. Quelle voci fastidiose, di donne che nella vita hanno aspettato solo questo momento preparandoselo per bene, meglio dopo il matrimonio, dopo la laurea, dopo i trent'anni, dopo l'acquisto della prima casa, dopo ogni decisione fondamentale da prendere preferibilmente in solitudine, come se si trattasse dell'organizzazione delle tante cene di Natale, con i corsi pre-parto, educando il loro respiro assieme a quello dei mariti, sempre più lontani da quelle pance, sempre meno innamorati. Ho paura però: paura di questo estremo bisogno che mio figlio ha di me. Temo di non essere in grado di nutrire la sua vita, e di potergli fare solo del male. Ho paura che un'altra donna, una qualunque: mia madre, mia suocera, mia cognata, possa sostituirmi, fingersi madre al posto mio, e rendere così vano ogni mio sforzo. Ora che il mio volto è racchiuso in una lacrima, è giusto che io non dica mai più madre, perché secondo lei, l'ho abbandonata prematuramente, e non ho apprezzato fino in fondo tutti i suoi sacrifici, anche se in realtà non è andata proprio così. Ho un figlio punto e basta. Ho fatto di me una donna completa, ho messo le mani nella sabbia. Ancora c'è, dentro di me, nonostante le ore passate, il peso della gravidanza; ancora ci sono i movimenti fetali: gli organi che si riassestano. Stringo i denti e gli occhi mentre tanti puntini rossi mi annebbiano la vista. Faccio un lungo lamento, che è il frutto di un profondo sentimento di dolore. Sarebbe bello, questa notte, ballare a piedi nudi e a braccia aperte, bagnata di gocce di pioggia, e affondare i piedi nella mia terra. La mattina, verso le sei, quando ancora il letto grande è occupato da altri corpi e dai rumori della notte, io poggio i piedi a terra e le mani sulle gambe, proprio come farebbe mia madre; e, mentre le vene dei polsi si gonfiano per un'altra giornata di sforzi e di lavori, alzo la testa ancora rimpicciolita dagli occhi mezzo spenti, e provo a guardarmi allo specchio per vedere come sono cambiata. Una madre non sarebbe madre se non provasse una gelosia feroce per i figli, perché poi i figli dovranno riconoscere solo in lei, e in nessun altra, la linfa vitale, e ammirare la sua sofferenza, e infine restituirle tutto. Stigliano è tutta lì, nelle case basse, nel bar hollywoodiano pieno di luci a intermittenza vicino al monumento ai caduti, nelle strade vuote e nei gruppi di anziani che chiacchierano di spalle al muro Quando si inizia ad aspettarla la morte, quando si inizia a parlare da soli nel vuoto dei giorni, quando si apre ogni notte l'altra metà del letto per rispettare la memoria del proprio caro defunto, quando i figli crescono e tempo da dedicare ai propri vecchi non ne hanno più, quando anche il corpo, nonostante i mille lavaggi nell'arco di una giornata, puzza sempre di piscio e di vita che se ne va. Se la lingua di mio padre fosse più ragionevole e moderata, io mi sentirei sempre meglio dopo avergli parlato; invece no, lui dice tutto ciò che gli passa per la mente, senza pensare mai alle conseguenze, non gli importa di quel che la sua superficialità può provocare in chi l'ascolta. Finalmente sento che si lascia andare, e comincia a dire le cose che tutte le donne dicono - a darsi un'aria di donna grande, anche se so che chiunque riuscirebbe a ferirla. Abbiamo spremuto la nostra coppia come un limone, e siamo diventati stitici di carezze, di parole e di sentimenti. Guardo quella coppia in foto come se non fossimo noi. Nella foto ho il viso più tondo, i capelli sciolti e ricci, il tipico gonfiore dei diciotto anni, e quasi faccio fatica a credere che un tempo siamo stati felici, che per un periodo il cuore mi batteva forte quando mi baciava, e che ancora riuscivo a chiudere gli occhi, e a sentirmi al sicuro. La ringrazio come il mendicante ringrazia la mano che gli ha offerto qualche centesimo, e vado a sedermi nel mio angolo di mondo. Ho sempre creduto che non essere nata a Roma mi abbia in qualche modo penalizzata, perché nel volto di chi è nato qui si riesce sempre a intravedere, come frammenti di un antico specchio, la superiorità dell'Impero Romano e della chiesa. Stare insieme è soprattutto riuscire a perdonare, finché è possibile, tutte le mancanze. Una volta, dalle mie parti, tutti i condomini avevano una faccia che io ero riuscita a catalogare - e, nonostante il tempo passato, le ricordo ancora tutte [...] Tutte le facce della mia terra e della mia famiglia sono cadute nel burrone del passato. Eppure più lo guardo e più mi sembra un volto familiare. Quando glielo racconterò, Chiara penserà che sono impazzita. Ma sono sicura che quel volto è già stato nella mia vita, e che siamo ancora oggi, dopo tanti anni, sulla stessa barca. Mia madre era bella e bianca. Sì, il suo corpo, la sua pelle erano bianchi, di un biancore solenne, sarebbe dovuta morire solo per questo. L'ho capito presto che era destinata al cielo. «Sai come mi sento adesso, Carlo? Come la pelle di un'unghia tagliata troppo corta. Io sono la pelle, e l'unghia è la vita. L'unghia troppo corta a contatto con la pelle provoca dolore. Se però l'unghia la pelle non la tocca, non ci sarà nessun dolore, e dovrà solo pazientare qualche settimana che l'unghia ricresca». Laura buttò un grido come un'emorragia, strisciò a terra le ginocchia fino a insanguinarle e, mentre la gente cercava di aiutarla, di sostenere per un poco quell'immenso dolore fatto di urla strazianti, subito arrivò tattuzz' Carlo. Le onde ci bagnano i piedi che affondano nella sabbia; poi alcune alghe ci raggiungono. L'ultima coppia rimasta sulla spiaggia sta andando via, e si trascina appresso l'ombrellone che traccia a terra le curve del ritorno a casa.






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