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Joshua


Lucca dorme tutta. Viale San Concordio porta fuori città, la strada deserta è una certezza fino a Pisa. Macchine rade sulla Firenze-Mare. Il vento porta l’odore umido dei campi di tiglio. È l’alba del primo di Agosto, l’unica data italiana del tour di Joshua, l’ultimo.

Il benzinaio ha già chiamato la lettiga. Noi siamo sull’altro lato del marciapiede, una striscia di luce acida taglia i nostri volti. Ha smesso di tremare, continua a sfregare nervoso un fazzoletto impregnato di sangue lungo il braccio sinistro, non morirà nessuno questa notte. L’uomo suda e la brillantina gli cola dalle tempie. Inizia a premere il fazzoletto contro un punto preciso dell’avambraccio tumefatto. Dalla pensilina, il mio collega appoggiato al volante abbaglia un paio di volte, lo raggiungo. «Emergenza in autostrada, uscita Capannori, un camion ha tamponato un’auto, io devo andare. Rimani tu, qui. L’altra volante sta arrivando.»

L’uomo smette di grattarsi il braccio e scoppia a ridere. Noi ci voltiamo subito, l’adrenalina è un veleno che fa brutti scherzi, ne abbiamo visti tanti ormai. «Che c’è?»

L’uomo abbassa il capo senza smettere di sorridere. I lampeggianti ne illuminano solo una parte. Non c’è follia in quel ghigno, solo quell’ironia buona capace di liberare anche i ricordi più pensanti.

«Anche quella sera… la sera del mio primo concerto insieme a Joshua. Un incidente prima di iniziare… e stasera, un altro incidente, alla fine del concerto. Il nostro ultimo concerto insieme.»

«…allora?»

«Allora… allora non so voi, ma a me sembra quasi un disegno. Qualcosa che si chiude.»

Il mio collega scuote la testa e mette in moto, io lo saluto con la mano e torno da lui.

«C’è stato un altro incidente. Ci vorrà un po’. Fumi?»

«Sì, se mi lasci raccontare.»

Quella sera, il taxi di Joshua era rimasto bloccato sul Golden Gate e arrivò con un’ora di ritardo. Pioveva da far paura, mai visto così tanta acqua cadere dal cielo. Un camion aveva tamponato un’auto facendole sfondare il parapetto e lasciandola penzolare così, tra l’oceano e l’asfalto.

Di soldi per un taxi, io invece non ne avevo, così mi presentai puntuale, a piedi, insieme agli altri musicisti.

Bevemmo seduti sul bordo del palco, il contrabbassista si lamentava delle sue emorroidi. Diceva che all’inizio erano solo una scusa per portarsi a letto la sua proctologa, «una topa pazzesca! Poi quelle stronze sono diventate così grosse che alle visite non mi si rizzava più, tanto bruciava il culo!» Mentre continuava a parlare io abboccai all’amo biondo platino di una quarantenne solitaria seduta in prima fila.

Parlava torturandosi una collana di perle finte. Mi disse che se non conoscevo San Francisco, il suo autista, dopo il concerto, ci avrebbe portato in giro per la città fino all’alba. Avrebbe voluto sussurrarmelo in un orecchio ma con il caos che si stava formando fu costretta a urlarlo.

Poi entrò Joshua e tutti scattammo in piedi.

Ci veniva sempre d’istinto fare così, anche se sembravamo delle stupide reclute e sapevamo quanto lui odiasse i formalismi.

Mi prese il panico, tutto d’un tratto, neanche fosse la prima volta che suonavo con lui.

Nel frattempo, la sala si era riempita di gente, l’umidità dei cappotti aveva appannato ogni superficie, lui si fece strada avvolto dall’impermeabile, gocciolando come appena uscito dalla doccia. Aveva usato la custodia del sax come ombrello. Si avvicinò al palco e chiese se fossimo pronti, quindici secondi dopo avevamo già attaccato.

La prima nota la presi in ritardo. Fu come la prima contrazione, l’inizio delle doglie. Buttavo fiato dentro la tromba con affanno, come la puerpera che soffia e inspira, inspira e soffia, sempre più velocemente, seguendo il ritmo degli spasmi. La prima nota, la prima contrazione, il primo attacco, il primo concerto… primo primo primo…

Sì. Con lui era sempre una sequenza di prime volte, un po’ come per la vita.

Il nostro primo concerto assieme fu dentro un carcere. Il cortile era foderato di persone, uomini eleganti, mogli a braccetto, i detenuti sul lato opposto. Poltrone rosse tutte prenotate, gli altri in piedi, le spalle contro il muro scrostato dai palleggi. Non c’era un palco, non c’era strumentazione. La musica proveniva da una cella al terzo piano, colava dalle inferiate scendendo fino a noi come una pioggia impalpabile.

Quella sera Joshua mi insegnò che musica significa anche democrazia. Che sia un Jazz club o un carcere, che siano divise o collane di finte perle, quando suoni le differenze spariscono. Restano solo le note, il sudore. Sei tu e il tuo strumento. Sei tu e lo sforzo per domarlo. Tutto il resto è coreografia invisibile.

Il travaglio durò due ore e mezza, proprio come quella prima volta dentro il carcere. Alla fine, i pochi superstiti, erano più esausti di noi.

Joshua aveva la fronte imperlata di sudore e le labbra stirate in un ghigno che sapeva di sfida: posso continuare ancora, se voglio.

Io avevo i crampi al petto, il cuore sbatteva contro le ossa quasi a voler tenere il ritmo di quell’ultimo assolo.

La sua musica era ancora lì, dentro di me, quella prima sera come oggi. Smuoveva e spingeva nelle vene, aveva modificato il ritmo del mio cuore, si era impossessata del mio organismo, l’aveva tenuto stretto in una morsa per tutto quel tempo e ancora non voleva rimetterlo al suo posto.

Il sangue tornava lentamente a scorrere, ma tutte le dita, anche quelle dei piedi, mi pizzicavano. Avevano conosciuto l’assenza di limiti. Era normale che ne volessero ancora.

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