top of page

Languore

  • 17 feb
  • Tempo di lettura: 4 min
di Alessia Caputo


Vorrei spogliarmi ed entrare nel suo letto.
Bussare prima alla sua porta e aspettare che venga ad aprirla. Osservarlo mentre si finge stupito, mi disturba. Fa sempre finta di non aver immaginato che sarei stata lì, che avrei preso un treno e percorso chilometri per stare due ore, solo due con lui. Questa volta gli ho portato la pastiera, quella senza crema pasticcera e con i canditi grossi, quella che gli piace. Non la dividiamo, lui la mangia tutta, lo zucchero precipita sulla maglia blu e la punta delle scarpe. La mangia stando in piedi, davanti a me. Ha fame.
Scelgo sempre lo stesso posto. La signora che lo gestisce ormai mi conosce e non fa più caso al fatto che io non ho una valigia, mai. E neanche lui.
Ogni volta che vado via non penso a quello che facciamo, non rimugino, piuttosto penso a quello che non ci diamo mai perché noi assieme non facciamo nulla, non mangiamo e non ci vestiamo prendendo le cose dallo stesso armadio ogni giorno. Siamo una pagina bianca. Lui dice che la nostra è una condivisione profonda. Così ha definito un pomeriggio il nostro vederci. Si rivestiva lento e mi guardava attraverso lo specchio appeso in bagno.
Dovrei trovare il coraggio di dirgli che vorrei guardarlo dormire, ma il mio potere su di lui passa attraverso l’indifferenza nei confronti di un desiderio che è bruciante, fastidioso ormai, ma banale. È piatto. Dormire assieme non rientra nei piani e va bene lo stesso. Potrebbe nutrire sensi di colpa e noi non ne abbiamo mai.

Prima di tutto questo c’è stato un silenzio di dodici anni. Mai una telefonata.
Ripenso alla prima volta che ci siamo rivisti, provo fastidio.
Il sorriso era quello. Il problema era tutto il resto. Aveva sistemato il cappotto sulla sedia ripiegandolo accuratamente, e così poi aveva fatto anche con il mio, abbassato la tapparella, regolato la luce. Io invece mi ero solo seduta sul letto ad aspettare. Ora si spoglia e non mi piacerà vederlo nudo, avevo pensato.
Portava gli slip, le braccia erano magre, le gambe anche. Il sedere rotondo. Le clavicole sporgenti. Non era eccitato, forse preoccupato, per questo aveva sistemato tutto nella stanza. Voleva prendere tempo.
Allora mi ero alzata e gli avevo fatto una carezza cercando di baciarlo ma lui si era spostato.
Ero rimasta ancora vestita per minuti interminabili, lui sempre immobile. Forse deluso.
Avevo iniziato a contare. Due, tre lati, la porta. A due e due le mattonelle del pavimento. Venti per lato. Venti per venti. La finestra, il lampadario, la tenda.

Mi aveva anche confessato di una donna, una sola notte, dall’altra parte del mondo. Molti anni prima.
Il dolore che avevo provato non riuscivo a descriverlo, quando dicono un piccolissimo spillo conficcato nel cuore. Proprio così, quel dolore esiste. Io aspettavo lui e lui si mischiava con un’altra. Avevo pianto, superato anche quello imponendomi di perdonarlo. Ma lui non aveva chiesto il mio perdono, era semplicemente tornato. Come la cosa più naturale del mondo.
Non ci eravamo allontanati per un motivo preciso. La prima volta avevo solo smesso di scrivergli e lui aveva fatto lo stesso. Poi era arrivata la malattia e avevo pensato che nessuno gli avrebbe detto nulla di me se fossi morta, non avrebbe pianto una sola lacrima. Non lo volevo di nuovo nella mia vita, volevo fargli male come lui ne aveva fatto a me. Ma scrivergli della mia situazione non era stato liberatorio.
«Sei cattiva, non mi dai tue notizie per anni e quando rispunti mi dici che stai morendo?»
Mi aveva detto questa frase precisa e io mi ero sentita in colpa invece che gioire.
L’anno dopo ero ancora viva.
Così era iniziata la mia seconda vita, per la seconda volta.

Ma adesso è diverso, la sua mancanza è come un languore. Inizia piano come il dolore dopo aver urtato uno spigolo. Poi dopo qualche giorno diventa insopportabile. È una fame insaziabile.
Mi tengo in equilibrio ripensando solo a tutto quello che mi dice ogni volta e a come mi fa sentire sapere che sono nei suoi pensieri. Come li abito mi fa sentire viva. Oscillo tra la paura e l’ansia di non riuscire a rivederlo più. Ma di solito ogni due mesi circa troviamo il modo.
Ma inizia sempre tutto dallo stomaco. Da lì e poi su fino alla bocca. Mi sembra di sentirne il sapore e quel buon profumo di sapone costoso che ha sempre.
Mi impongo spesso di non rispondere ai suoi messaggi o di farmi trovare impegnata. La temperanza però non è una delle mie virtù, l’impulsività sì. Lui ha ormai imparato ad alimentarla come un fuoco, con silenzi infiniti e insopportabili.
La confidenza tra noi non è il vederci nudi, non è il sesso, è tutto quello che c’è prima, quello che ci diciamo, nei messaggi, per telefono, quando ci vediamo. Quel tipo di confidenza è il motivo per cui inizia a mancarmi dopo pochi giorni dal nostro incontro, è quel languore che mi attanaglia.

Commenti


  • Facebook
  • Instagram
  • Twitter
  • readerforblind editore

Questa è la rivista della casa editrice readerforblind, via di Monte Verde, 27 - 00152 Roma  www.readerforblind.com

bottom of page