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3:30

  • 10 feb
  • Tempo di lettura: 9 min
di Paolo Ippedico

«Melatonina (in compresse, da prendere una mezz’ora prima di coricarsi), valeriana (in gocce, perché entra più velocemente in circolo), Sleep Oil (soluzione a base di olio di canapa: fa miracoli!), ashwagandha (in compresse, per combattere ansia e nervosismo, favorire il rilassamento e alleviare l’infiammazione delle articolazioni)».
La processione di medici, indovini e masciare con le loro prescrizioni sfila sulla sua lingua, impregnata di un sapore di sconfitta.
«E questa è solo una parte della lista», recrimina Enrico.
L’ombra dei tralicci che svettano fuori dalla finestra taglia in due il suo profilo e un pothos rigoglioso che posa accanto al lettino per le visite. Se ne accorge quando vede la sua figura proiettata sulla porta bianca, che tiene d’occhio con fare persecutorio.
«Che c’è? Che ha visto?», gli chiede la dottoressa.
È un essere rachitico, con la voce sottile e il volto da menestrello intristito. Si trucca male o di fretta; la tinta rosa Lost in Translation candeggia nella zona della riga centrale per la ricrescita ostinata. Lo respinge con la sua alterigia, non è per niente accondiscendente e non sorride. Potrebbe essere un bene o un male. Certe situazioni è meglio prenderle di petto.
Prima di lei, Enrico ha chiesto udienza a un’erborista che teneva sessioni speciali sul ciclo del sonno nel retro della sua bottega. Ricorda ancora la sua voce cavernosa da chiromante, abrasa da anni di fumate, far vibrare il suo diapason interno con un’intensità tale da stoppargli quasi il cuore.
«Deve insistere», aveva detto, «vedrà che ricomincerà a dormire». Il suo rimedio più potente era il Meliloto Composto: quattro o cinque gocce rosso granata che si dissolvevano nel bicchiere d’acqua. Un intruglio amaro come il presagio del fallimento.
«Occhio a non esagerare, però. Contiene un’alta percentuale di alcol, sennò finisce che se ’mbriaca!», aveva riso. Termine tecnico: ’mbriacarsi.
«Quindi che cosa mi consiglia di fare?» chiede Enrico all’attuale curatrice, fingendo di spolverare la spalla della camicia per un’ultima sbirciata alla porta.
Quella fa correre le dita sullo schermo del suo cellulare, annichilita dalle turbe di qualche altro paziente. Non lo parcheggia come dovrebbe con il solito “un attimo solo”. Niente. Lo tiene lì, a farsi tritare il fegato da un Moulinex di paturnie. Intanto sbuffa, invia vocali di rimprovero e invoca il suo consenso con una smorfia e un’alzata delle sue spalle gracili.
Finisce che Enrico si fa la diagnosi da solo – lei annuisce – e si prescrive la cura – annuisce anche in quel caso. Almeno la mutua copre il consulto. Per tutto il resto c’è il pugno di euro raggranellati nei mesi precedenti (prestazioni occasionali di ogni sorta) che ha sparpagliato sulle tre carte nuove di zecca gentilmente concessigli dalla banca.
«Devi essere costante stavolta!» urla la madre al telefono, dopo aver seguito il resoconto. Per fortuna il suo esposto si sbrandella nel sottopassaggio della metro, assieme a un mezzo pippotto del padre, entrato a gamba tesa, che gli intimava di stare lontano dai tranquillanti.
«Quelli ti rinco…».
Caduta la linea.
Tornato in superficie una ventina di minuti dopo essere stato stipato in metro, con l’odore di polvere e di catrame vecchio ancora chiusi nelle narici, Enrico solleva lo sguardo in cerca delle chiome di larici che ricamano il cielo. Adesso può espirare la sensazione di morte che lo possiede ogni volta che s’immerge nel ventre della Capitale. A ragion veduta, poi. Per citare solo un paio di situazioni? Era chiuso nel vagone, in piedi, addossato a un palo di metallo per non cadere, quando un vecchietto, seduto di fronte a lui aveva cominciato a scontornarsi: un terremoto con epicentro nelle Marche, che aveva strisciato fino a lì; in un’altra occasione un sedicenne col cervello intorpidito dall’erba aveva scherzato con l’amico dopo un colpo di tosse esclamando: «Che cazzo quest’ebola!», ed era stato preso a calci da un paio di signori che gli stavano attorno; ancora la combriccola degli arroganti zingari borseggiatori, gli insulti per lasciare entrare e le spinte e gli sputi per lasciare uscire. Violenza. Costante terrore. Il peso del mondo sulle spalle di una normale pedina. La sindrome di Gesù Cristo morto sulla croce per l’umanità. Estrema drammatizzazione della condizione umana. Tutto questo per un viaggio in metro?
Mentre reggeva la racchetta con cui avrebbe dovuto colpire il cuscino di un divano, il suo psicologo (metodo bioenergetica) aveva insistito sul fatto che quello fosse il solo mezzo di trasporto in grado di dargli continuità: la costante in un delirio di scioperi e ritardi cronici, la sua Penny e lui un Desmond perso su un’isola che sfugge al tempo e allo spazio.
Qualche estate soffocante prima, aveva letto un articolo su una rivista femminile che aveva trovato nel bagno di sua sorella in cui era scritto che chi soffre d’insonnia ha bisogno di dare una cadenza regolare all’intervallo tra veglia e sonno. Era ciò che l’aveva convinto della credibilità del bioenergeta. La regolarità, è vero, preserva la continuità, ma atrofizza l’estro, costringendo a correre su un nastro che ha la stessa velocità da sempre.
Si era dovuto adeguare al processo di guarigione che prevedeva nanna alle 21:00, e sveglia alle 7:00. “Ità”, la desinenza a ritmo con le fibrillazioni dell’universo. Cazzate! Irregolarità, ambiguità, insolvibilità, inaffidabilità. Solo quattro esempi che testimoniano il contrario. E l’aveva pure dimostrato quel contrario, imparando a diffidare di certe fonti d’informazione, e sfuggendo spontaneamente all’indottrinamento secondo cui i genitori dicono sempre la verità. Spontaneamente un corno! Si era dovuto infilare in un labirinto di corsi motivazionali, consacrarsi alle parabole alla Tom Cruise, che non gli chiedevano di “Rispettare il cazzo e Domare la Fica!”, ma di accettare di essere un cane tenuto al guinzaglio dal cordone ombelicale che unisce il proprio destino a quello di chi lo ha generato. “Tagliate quel cordone!”. La ricetta dell’acqua calda! Soldi buttati.
Ed eccolo che mette in fila le pillole azzurre di Quiet Night, integratore alimentare a base di magnesio sucrosomiale e Lactium (proteine del latte idrolizzate) per il riposo notturno dell’atleta. La fila non deve per forza essere ordinata. Ciò che conta è che i soldatini aprano le orecchie e portino a compimento la missione. È una specie di rito d’iniziazione. Ogni nuovo rimedio presupponeva un allineamento di pronostici favorevoli, volti a garantire l’efficacia della cura.
Enrico le conta più volte, bisbigliando una serie di cialtronerie che lo convincono della buona riuscita. E poi, come Pollicino che segue le molliche per ritrovare la strada di casa, Enrico percorre la schiera di compresse con l’indice, scegliendo quella che non lo trarrà in inganno. Come la sceglie? De panza!
L’afferra, la inghiotte e si abbozzola nelle coperte in quest’ordine preciso e senza esitazione.
3:30. Un orario regolare per gli irregolari, un appuntamento inusuale invece per gli apneisti della fase REM.
3:30 ed Enrico gira lo sguardo verso il comodino. Prende la scatola della nuova pillola magica e legge: l’assunzione deve essere regolare. Ancora questa maledetta regolarità. Vorrebbe alzarsi e accendere la tv, ma è consigliato tenersi a distanza dagli schermi almeno mezz’ora prima di andare a dormire. Incrocia le mani sull’ombelico e fissa le stelle fluorescenti sul soffitto. Lo stomaco inizia a pulsare. Non è mica un cuore lo stomaco! Eppure pulsa. E più pulsa, più i pensieri peggiori, gli scenari più spaventosi si proiettano nella sua mente. Consiglia a sé stesso d’ignorarli.
La notte è placida. Le strade sono miracolosamente sgombre dai soliti urlatori. È come se la preghierina della pillola avesse messo tutto a posto. Silenzio.
Allunga la mano per conquistare il libro. Lo sciabordio della sua nave che si riempie d’acqua è sempre più forte. Le lancette di una mini sveglia sul comò sono i rintocchi di Westminster. Enrico parte con il mantra buddista, il solo che riesca a calmarlo in vista di un temporale. In fondo è solo l’inizio del nuovo esperimento e occorre fidarsi. Il suo psicologo glielo ripete sempre: in tutte le cose, come in amore, la fiducia è una forma di rispetto che si concede senza il beneficio del dubbio. E lui di Lisa non ha mai dubitato. Ecco perché adesso vive in un monolocale, con un armadio mezzo vuoto, da quando il suo beneficio del dubbio se n’era andato in vacanza, come Lisa con il suo banchiere.
Rotola sul fianco sinistro. La mancanza di limitazioni lo destabilizza, è un eczema pruriginoso che urtica nel momento in cui le sue palpebre si appesantiscono e gli fanno ben sperare. D’altronde le pecore hanno bisogno di un recinto in cui tornare, gli aerei una pista su cui atterrare, le feci un vaso in cui piombare, il cibo una bocca in cui…
«E basta!» ringhia al suo cervello, che scalpita come un cane in calore.
Rotola sul fianco destro. Le ossa sono pesanti. Guarda fisso la tenda bianca che separa la camera da letto dall’ingresso. La spia del modem è l’aura di un angelo venuto a prenderlo. Che se lo prendessero una buona volta! Ma Enrico non crede negli angeli, eppure quello sembra proprio un angelo. Anzi, no! È un’ombra minacciosa che guizza lesta verso la cucina. Enrico si solleva sui gomiti. Giura di aver visto qualcuno. Forse Pukka, lo spirito che lo perseguitava da piccolo, il mostro minaccioso che nessuno ha mai visto né sentito.
Non è abbastanza lucido da intrecciare un ragionamento. Aguzza l’orecchio, ma ha perso dei decibel a un concerto di una band metal. Aveva detto a Lisa che erano troppo vicini alla cassa, ma lei sbavava per il pacco del cantante nelle mutande di pelle attillate. Non si fida dei suoi sensi ed è sicuro che la porta non ha fatto rumore. Le chiavi nella toppa non hanno suonato; la sedia che sbarra l’entrata, come ha visto fare a Prentice in Criminal Minds, non si è mossa.
Vorrebbe avere una pistola, ma sul comodino ha solo la scatola del bite, il libro e gli occhiali. Il libro è la cosa più pesante, ma è sottile e non servirebbe a molto, se non come ottimo consiglio di lettura. Inforca gli occhiali e tutto cessa. Il respiro del buio si placa.
Riprende la scatola del Quiet Night, la apre e spiega il libretto illustrativo in cerca della posologia. Lo esamina sotto le coperte con la luce del cellulare, così che il ladro non si accorga di lui.
«Una compressa prima di andare a dormire», mormora.
Rimette tutto a posto, tirando fuori dalla coperta solo il braccio, e rimane lì sotto.
Pensa di voltare la schiena alla tenda. Come si dice: occhio non vede, cuore non duole. Ma quella è casa sua e lui deve difenderla dagli assalti esterni.
La testa sbuca dal guscio di flanella. Sono le quattro e mezza. Tre ore ancora e la luce sarebbe entrata nella sua stanza. Scende dal letto battendo i piedi sul pavimento. Azioni plateali, magari un colpo di tosse.
«Ti ho visto!», esclama.
E trotta verso il bagno. Lascia la porta aperta così potrà controllare tutto. Il bordo del vaso è ghiacciato e la vescica è una zampogna che fatica a svuotarsi.
Ogni cosa è immobile, compreso lui.
Passa cinque o dieci secondi o trenta in apnea nel tentativo di creare silenzio nello spazio tra i fruscii nelle sue orecchie.
“Hai l’udito del cacciatore!” gli aveva detto l’otorino, con i risultati dell’audiometrico in mano.
Tic Toc Tic Toc. Non è la piccola sveglia che rintocca come a Westminster. È la Fagiani, la iena del piano di sopra, che deambula incontinente, sempre sull’orlo di un crollo nervoso da quando sua madre si è allettata. Tic Toc Tic Toc fanno i suoi tacchi, che sia in procinto di uscire per andare al lavoro o che sia in vestaglia. Enrico aveva chiesto alla caposcala di aiutarlo a sbrogliare il mistero delle scarpe col tacco, ma quella si era espressa così dopo un sospiro:
«No, non fa la prostituta! È proprio che è esaurita!»
Tutti quelli compresi tra il nono e il quinto piano la sentivano urlare a orari improponibili. Se la prendeva con le badanti che non sapevano come coccolare la madre.
D’un tratto, i colpetti di tacco cessano e finiscono pressati assieme all’indifferenziata nel camion della spazzatura che emette lamenti metallici. Aveva uno strano tempismo e il potere di distrarlo dai continui agguati che subiva.
Enrico si drizza di scatto, con il pene che gli pende tra le cosce e i pantaloni del pigiama abbassati. Sente una goccia di pipì scolargli sul ginocchio.
«Cristo!», mormora.
Non fa in tempo ad allungarsi verso il rotolo della carta igienica che uno scricchiolio lo paralizza. Cammina senza ricomporsi verso la porta e si affaccia, spinto da un brivido di terrore.
Urla.
Non c’è nessuno, ma lui non è convinto. Opta per l’effetto sorpresa. Si lancia attraverso il rettangolo vuoto della porta e piomba al centro della stanza come l’uomo pipistrello, dimenticandosi dei pantaloni che incatenano le caviglie. Rovina la faccia sul pavimento in men che non si dica. Riesce appena in tempo a sollevare il mento, che però si schianta sulla mattonella già incrinata dal martello che gli era sfuggito di mano mentre riparava il cassetto del comò.
Crack.
È morto. Il collo si è spezzato. L’ha sentito fare il verso a un grissino alle olive. Non può essere ancora integro. E invece le orbite ruotano verso l’alto. La tenda è una gonna che danza sull’aria fredda che soffia da sotto la porta d’ingresso. Il pisello schiacciato sulla mattonella formicola. Si rimette sulle ginocchia, tira su i pantaloni.
«Pukka», bisbiglia.
L’aura fantasmagorica del router adesso lo conforta. Dietro il velo quasi trasparente della tenda intravede la sedia ferma dietro la porta, la chiave inchiodata nella toppa.
Torna a letto.
«Coraggio, soldatino!» dice, rivolto alla compressa che corre nel suo intestino.
Ità.
Ità un cazzo!

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