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Cose che non sopporto più

  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 12 min

Aggiornamento: 3 giorni fa

di Valerio Valentini
L’intonaco sopra la finestra aveva cominciato a sfaldarsi da giorni, forse settimane. Era ormai una bolla larga come il palmo della mano e si stava staccando piano, sembrava che la parete stesse cercando di lasciare andar via qualcosa. Daniele la guardava ogni mattina, prima ancora del caffè, mentre fumava la prima sigaretta della giornata seduto al tavolo della cucina. La teneva con la destra, anche se era mancino, perché da ragazzo, a diciassette anni, aveva deciso che c’erano abitudini che si potevano imparare anche solo per diventare qualcun altro.
Il muro fuori dalla finestra era sempre lo stesso, immobile e grigio, piatto e senza decorazioni, come se nessuno si fosse mai preso la briga di cambiarlo in cinquant’anni. Lo conosceva a memoria: una grata arrugginita, due finestre piccole e chiuse con delle tende verdi scolorite, una ragnatela nell’angolo in basso, sempre la stessa. O almeno così gli piaceva pensare. Quel muro era un silenzio sedimentato, troppo lungo per essere spezzato. Lei lo chiamava “lo sfondo della tua rassegnazione”. Glielo aveva detto una volta, con un mezzo sorriso, ma senza voglia di scherzare.
Era andata via di sabato mattina, senza piangere, con una compostezza che Daniele avrebbe ricordato più di ogni parola. Aveva riempito tre borse di tela, preso i suoi libri di psicologia, una scatola piena di bustine di tisane ordinate per tipo, la stuoia di yoga arrotolata. Aveva lasciato sul mobile basso, vicino al giradischi, una pianta grassa. «Tua madre me l’ha regalata, ma non voglio portarla via», aveva detto. Poi era uscita.
Lui era rimasto in piedi davanti alla porta per diversi minuti, senza sapere se quella fosse davvero l’ultima scena o solo una pausa. Non aveva fatto domande. Aveva solo annuito. Forse pensava che sarebbe tornata, o forse sapeva già tutto e non aveva voglia di discuterlo con nessuno, neanche con sé stesso.
Quella sera ordinò cinese. Mangiò direttamente dalla vaschetta, senza scaldare nulla. Bevve due birre. Accese un disco jazz, uno qualsiasi, e rimase seduto a lungo, a guardare la pianta.
Il giorno dopo provò a scrivere. Mise la penna sul foglio, scrisse due righe, poi le cancellò. Provò anche al computer. Digitò una frase, poi un’altra. Ma erano tutte frasi vuote, che suonavano come il ritornello di una canzone imitata male, una di quelle che ti restano in testa solo perché non riesci a dimenticarle.
Nel cassetto, accanto alla penna, trovò un foglietto piegato. Era una lista scritta da lei, in stampatello minuscolo: “Cose che non sopporto più”. Non aveva mai avuto il coraggio di leggerla prima. Ora lo fece.

  1. Il fumo che impregna tutto;
  2. L’idea che scrivere sia un atto sacro;
  3. Le frasi a metà;
  4. La tua incapacità di aggiustare anche solo una sedia;
  5. Il disprezzo mascherato per le cose semplici;
  6. Che confondi la solitudine con la libertà;
  7. Che ti abitui a tutto, anche a me che me ne vado.

Daniele rise. Una risata breve, strozzata, quasi un colpo di tosse. Poi più forte, come se qualcosa si fosse improvvisamente sbloccato – ma non in meglio. Rideva da solo, con la lista ancora in mano, e quando gli venne il singhiozzo si piegò in avanti, appoggiando il gomito al tavolo per cercare un respiro che avesse senso. Non cenò. Rimase in piedi per qualche minuto, a guardare il pavimento, come se ci fosse qualcosa da raccogliere. Poi uscì.
Era quasi buio, l’aria fredda ma non ancora pungente. I palazzi si affacciavano sulla strada senza dire niente, le finestre delle case con la luce accesa ogni tanto lasciavano intravedere una figura che si muoveva, le figure sullo schermo di una televisione, qualcuno che sparecchiava. Daniele infilò le mani nelle tasche e iniziò a camminare. Senza meta, solo per allontanarsi.
Attraversò tre quartieri, senza accorgersene. O forse quattro, se si contano quelli in cui si è solo di passaggio, quelli dove non si vive ma si esiste per un attimo, tra una saracinesca abbassata e l’odore di fritto che esce da una ventola. Le strade erano mezze vuote, ma non silenziose. Il rumore delle auto in lontananza, qualche clacson isolato, lo sferragliare di un tram oltre le case. Ogni tanto un motorino che tagliava il buio come un coltello veloce, lasciandosi dietro una scia di benzina e musica distorta.
Passò davanti a una macelleria con l’insegna luminosa, anche se dentro era tutto spento. Le lettere rosse tremolavano. Più avanti, una lavanderia a gettoni aperta, luci al neon, una donna seduta con le gambe incrociate su una sedia di plastica, il volto illuminato dallo schermo del telefono. Non lo guardò nemmeno. C’era un senso di esilio tranquillo in tutta quella luce fredda.
Daniele continuò a camminare. Le suole delle scarpe facevano un rumore sordo sul marciapiede bagnato. Ogni tanto scivolava su una foglia, ma non rallentava. Passò davanti a una panetteria con le tende tirate e l’odore ancora nell’aria, caldo e dolce, un odore che ricordava i pomeriggi con lei, quando compravano il pane senza motivo, solo perché “era buono caldo”. Poi un negozio di parrucchiere con scritte in cirillico, vetrina tappezzata di foto sbiadite, acconciature anni Novanta.
Nessuno lo fermò. Nessuno lo salutò. Ma c’era qualcosa di vivo nella città, qualcosa che continuava a muoversi anche se nessuno sembrava averne voglia. Le biciclette legate ai pali. I volantini incollati ai muri. Un bambino che piangeva dietro una persiana. Il cane che abbaiava alla sua ombra. Una coppia che litigava piano, sul pianerottolo di un condominio. E Daniele che passava accanto, come acqua che sfila lungo un tubo arrugginito.
Tornò a casa tardi. Non guardò l’orologio. Accese la luce in cucina. Si versò un bicchiere d’acqua e bevve piano, appoggiandosi al lavandino con l’altra mano. Poi si voltò.
La pianta era ancora lì, sul mobile basso vicino alla televisione, nella stessa posizione. Silenziosa, ferma, ma viva. O almeno resistente.
Non ci fu nessun gesto particolare. Nessuna epifania. Solo il suono del bicchiere quando lo posò sul tavolo e la sensazione – breve, impercettibile – che forse qualcosa, anche solo per un istante, avesse tenuto. Quella pianta che, alla fine, non voleva morire, nonostante l’acqua data una volta sì e tre no, nonostante l’aria secca, nonostante la polvere.
Daniele ogni tanto la sfiorava con un dito, senza convinzione. A volte si chiedeva se lei l’avesse lasciata apposta per vedere se sarebbe riuscito a tenerla in vita. O forse era solo un gesto come un altro, come l’aver dimenticato il barattolo del miele mezzo finito in dispensa. Ma la pianta restava lì, resistente e lenta, una specie di testimone.
Il giorno dopo lesse la lista una seconda volta.
Con più attenzione.Si soffermò sul punto due: “L’idea che scrivere sia un atto sacro”.
Non capiva se fosse un’accusa o un rimprovero. Forse entrambe. Gli venne in mente una frase letta su un’intervista anni prima, qualcosa tipo: “Scrivere serve solo se smette di farti sentire speciale”. Non ricordava chi l’avesse detta. Forse lei. Forse se l’era inventata adesso.
Nel pomeriggio andò in cucina e provò ad aggiustare la sedia. Quella che cigolava da mesi, quella che lei gli aveva fatto notare più volte, sempre senza pretendere niente. Solo con un’occhiata breve, come se bastasse quella a dire tutto.
Trovò il cacciavite nel secondo cassetto, sotto i tovaglioli. Svitò una vite, poi la rimise. La sedia cigolava ancora. Allora ci si sedette sopra. Sentì il legno piegarsi leggermente sotto il peso. Rimase così. Senza provarci più.
Fuori era uscito il sole, un sole debole, in ritardo, di quelli che arrivano quando ormai hai già rinunciato alla giornata. Il cielo aveva cambiato colore, da piombo a un celeste slavato e sulle ringhiere delle finestre vicine la luce si spezzava in lame sottili, riflettendosi sul vetro come su una pellicola vecchia. Ma dalla sua finestra, il muro di fronte restava uguale; sembrava davvero che anche la parete, col suo silenzio granoso, stesse cercando di lasciar andare qualcosa. Una lenta resa. O forse era solo la casa che gli restituiva, a modo suo, la forma della sua inerzia.
Alle sei squillò il telefono. Numero privato. Daniele non rispose. Lasciò che squillasse fino alla fine, come se fosse una forma di resistenza. Poi riattaccò e si versò del vino rosso, anche se era troppo presto. Si sedette sul pavimento, con la schiena contro il frigorifero, bevve a piccoli sorsi, poi andò a prendere una delle bustine di tisana rimaste nel mobile, ne aprì una: finocchio e anice, la annusò. Sapeva esattamente di lei. La buttò nel secchio.
Il lunedì mattina era iniziato come gli altri: una tazza lasciata nel lavello con un residuo circolare sul fondo, la moka senza caffè ma ancora sporca, il frigorifero che sembrava troppo vuoto anche se dentro c’erano ancora un paio di uova e del formaggio incartato male. Daniele si era svegliato tardi, aveva ignorato le notifiche sul telefono, tre messaggi di Alfonso B., due mail di spam, una richiesta da parte di un collega che aveva bisogno di una citazione bibliografica. Poi si era seduto in cucina, la stessa sedia che cigolava sempre nello stesso modo, come un animale ferito, a fissare fuori, oltre la finestra, lo sfondo piatto e spento che non cambiava mai. Aveva pensato, senza nessuna ironia, che forse era proprio quello il dettaglio più sincero della sua vita: il muro grigio, identico da sempre, con quella sua mancanza di ambizione, quel suo restare.
Le cose non erano cambiate davvero dopo la sua partenza, e forse era questo il problema. I rumori erano uguali, i giorni avevano la stessa forma, la solitudine non aveva portato rivelazioni, solo una specie di abitudine impolverata. C’era una differenza, però, piccola ma continua: l’aria in casa era diventata più secca, come se respirare non bastasse più a mantenerla viva. Il tempo sembrava si fosse fermato in una specie di pausa che nessuno aveva chiesto, ma che adesso bisognava rispettare. Nessuno batteva più le dita sul tavolo mentre aspettava il bollitore, nessuno lasciava il phon acceso troppo a lungo la mattina, nessuna voce da una stanza all’altra, I suoni erano diventati densi, ripiegati, nascosti sotto la pelle delle cose. La casa aveva preso il respiro corto di chi ha smesso di farsi notare.
Nel pomeriggio Daniele aveva provato a rimettere ordine tra le cose: aveva aperto l’armadio e tirato fuori una pila di magliette che non metteva più, le aveva stese sul letto senza piegarle, poi aveva acceso la radio, ma la voce del presentatore lo aveva disturbato subito, così l’aveva spenta e si era seduto sul letto con le mani sulle ginocchia, a guardare le pieghe del piumone ancora stropicciato dalla notte. Aveva pensato che forse sarebbe stato meglio uscire, andare in biblioteca o semplicemente al bar sotto casa, ma poi si era reso conto che l’idea di mettere le scarpe e cercare le chiavi gli sembrava faticosa, e allora era rimasto lì, in silenzio, mentre la luce della finestra cominciava a diventare più calda e il rumore del traffico aumentava piano, segno che la giornata stava piegando verso sera.
Aveva aperto il cassetto sotto la scrivania, dove una volta teneva quaderni, scontrini e penne rotte, e ci aveva trovato una fotografia che non ricordava nemmeno di aver stampato: lui e lei su una panchina, un giorno d’estate, in un parco che non riconosceva, forse Milano, forse Bologna, lei con i capelli raccolti e gli occhiali da sole, lui con la camicia aperta e lo sguardo spostato altrove, come se in quel momento stesse già pensando ad altro, a dopo, a quando sarebbero tornati in albergo o forse già al viaggio di ritorno. La foto era bella, ma sembrava di qualcun altro; due persone che avevano solo la faccia in comune con loro, ma non più i gesti.
Alla fine la infilò tra le pagine di un libro senza segnalibro, a caso, e chiuse il cassetto. Poi prese una coperta dal divano e si sdraiò per terra, in diagonale, vicino alla pianta. Ne osservò la superficie, i piccoli spuntoni che uscivano con ostinazione dal corpo gonfio, come dita puntate contro il vuoto, e pensò che tutto sommato non serviva molto per continuare a esistere, forse nemmeno la presenza, forse bastava solo un’inerzia organizzata bene.
Restò lì a lungo, senza pensare a niente in particolare, solo al rumore della pioggia che aveva iniziato a scendere fuori, una pioggia leggera, impercettibile, il tipo di pioggia che non ti obbliga a prendere l’ombrello ma ti cambia comunque l’umore, un po’ come certi messaggi che arrivano tardi, quando ormai non servono più.

Martedì Daniele si svegliò più tardi del solito, non c’erano sveglie da zittire, né messaggi da leggere, né qualcosa di preciso da fare, eppure si alzò lo stesso, con quel tipo di stanchezza che non viene dal sonno ma da un silenzio che si accumula sotto la pelle.
Il letto era caldo, la stanza fredda, ma lui uscì lo stesso, senza una direzione, sempre con addosso quella stanchezza che sembrava tessuto, un peso che non stringeva ma accompagnava, come certi vestiti che non si scelgono ma si continuano a indossare, giorno dopo giorno.
Prese il cellulare dal comodino e guardò l’ora. Erano quasi le undici. L’aria in camera era ferma, densa. Da sotto la porta filtrava una luce giallastra, quella del sole che batteva sul pavimento del corridoio e si rifletteva sulle pareti bianche, diventate più sporche da quando lei se n’era andata. Aveva sempre insistito per pulire a giorni alterni, usare panni diversi per vetri e superfici, passare lo straccio anche negli angoli. Daniele non ci aveva più pensato. Da solo, non riusciva a vedere lo sporco nello stesso modo.
In cucina, la moka era ancora dove l’aveva lasciata. Non la lavava da tre giorni. Aveva provato a convincersi che bastasse sciacquarla con l’acqua calda, come aveva letto da qualche parte, ma l’alone scuro sul fondo restava. Si preparò un caffè comunque, nero e denso, e lo versò nella solita tazza bianca. Si sedette al tavolo e guardò, come ogni mattina, la parete di fronte. La bolla sull’intonaco sembrava più grande. Un lembo si era effettivamente staccato, scoprendo un pezzo di muro ruvido e polveroso.
Si alzò, prese la scopa e cercò di raccogliere i pezzi caduti sul pavimento. Lo fece lentamente, come se ogni frammento andasse posato, non spazzato via. Alla fine rimase lì con la paletta in mano, senza sapere dove gettarli.
Aprì il mobile sotto il lavello, guardò il sacco nero della spazzatura che pendeva vuoto, poi lo richiuse e lasciò i pezzi della parete in una ciotola di vetro, quella dove di solito lei metteva le pesche o le noci in autunno. Ci mise dentro anche un cucchiaino, infilato di lato, per tenere le cose ferme, o per fingere che ci fosse un ordine.
Uscì nel pomeriggio. Un cielo troppo azzurro per novembre, una temperatura sbagliata per il mese che stava vivendo. Aveva voglia di camminare, ma non di un posto preciso da raggiungere. Scese lungo via di Monteverde fino alla piazza, poi girò senza pensarci verso la libreria dell’usato, dove andavano insieme ogni tanto, più per abitudine che per necessità. Il libraio, un uomo magro con gli occhiali rotti tenuti insieme da nastro adesivo, lo riconobbe.
«Da solo oggi?», disse.
Daniele fece un cenno con la testa, poi cominciò a sfogliare un libro sulla fotografia urbana, senza leggere. Sullo scaffale in basso vide un libro che lei aveva cercato per mesi e non aveva mai trovato. Una raccolta di saggi femministi, edizione fuori catalogo. Lo prese in mano, lo girò, guardò il prezzo scritto a matita: 4 euro. Pensò di comprarlo. Poi lo rimise a posto.
Tornando a casa si fermò a prendere un panino al forno sotto casa, il proprietario gli chiese se voleva “il solito”, ma lui non rispose. Prese un pezzo di focaccia e una bottiglia d’acqua. Seduto sulla panchina del vialetto, mangiò con calma, guardando le foglie cadere da un albero spoglio al centro del giardino.
Rientrando notò che la pianta grassa, quella lasciata sul mobile, sembrava aver prodotto un piccolo germoglio laterale, una specie di ramo in miniatura, sottile e verde pallido. Sembrava fragile, storto, ma c’era. Lo osservò per qualche secondo in silenzio, poi andò a prendere una tazza, la riempì d’acqua e la versò lentamente sulla terra. Non aveva la minima idea di quanta ne servisse, di quanto bastasse, ma pensò che non importava. L’importante, in quel momento, era non lasciare seccare tutto.

La domenica successiva piovve per ore.
Di quelle piogge che non si sentono arrivare, che non fanno rumore, che non battono sui vetri né sporcano i vetri, ma a un certo punto ci sono, le riconosci dalla piega scura sulla manica, dal modo in cui la strada diventa nera e lucida e l’odore cambia, sa di terra bagnata, e anche l’aria diventa diversa, più ferma, come se la città si fosse addormentata un attimo prima che tu aprissi gli occhi. Daniele si era alzato così, senza aver sognato nulla, o forse sì, ma niente che valesse la pena ricordare, aveva fissato il soffitto, come faceva ogni mattina, cercando il filo della crepa che correva lenta dall’angolo sopra la porta fino al bordo della libreria, e l’aveva seguita con lo sguardo per qualche secondo, un pensiero senza forma, solo il bisogno di dirlo a qualcuno, non che andasse sistemata, no, solo dirlo, che c’era, che si vedeva, che anche le crepe a un certo punto vanno nominate, perché restano lì a guardarti e tu non dici niente, e allora diventano parte di te, o forse lo sono sempre state.
Aveva messo su l’acqua per il tè. Quello alla camomilla. Uno degli ultimi rimasti. Il pacchetto era di carta ruvida, stampato con colori sbiaditi e scritte in francese. L’avevano comprato in un piccolo negozio a Nizza, durante un weekend dove avevano parlato poco, ma camminato tanto. Aprendo il cassetto, aveva trovato un’altra bustina. “Rooibos e lavanda”. Quella lei non la beveva mai perché diceva che le dava fastidio. Daniele l’aveva tenuta lo stesso. La mise nella tazza, senza pensarci troppo. L’acqua bolliva. Il vapore gli appannò gli occhiali.
In soggiorno, la pianta era sempre lì. Immobile, anche se qualcosa stava crescendo dal lato sinistro. Un nuovo tentacolo, verdissimo. Storto anche quello, ma vivo. Daniele si avvicinò. Non la toccò. Si limitò a guardarla, in silenzio. Poi tornò in cucina con la tazza in mano.
Aprì la finestra, anche se pioveva, solo un po’. Il muro grigio era ancora lì, lo stesso di sempre. Le tende verdi nell’appartamento di fronte si erano mosse appena. Forse c’era qualcuno, forse no. Sul vetro c’erano gocce lunghe, lente. Scivolavano in diagonale, tagliando il mondo in righe sottili.
Daniele bevve il tè senza zucchero, seduto sulla sedia che cigolava. Aveva smesso di provare ad aggiustarla. Aveva anche smesso di pensarci.
Sul tavolo c’era ancora la ciotola di vetro con i pezzi dell’intonaco. Sembravano petali secchi. Per un attimo pensò di buttarli. Poi li lasciò lì.
Guardò la tazza mezza vuota. Era la stessa che lei usava, quella bianca con il fondo spesso, senza manico. La sollevò, la rigirò. Aveva una piccola crepa, quasi invisibile, che correva lungo il bordo. Una di quelle che non danno fastidio finché non si rompono del tutto.
Allungò la mano verso il cassetto e prese un foglio bianco, ci scrisse sopra: “Cose che ho imparato a sopportare”. Poi si fermò.
Restò così per diversi minuti. Guardò la lista cominciare e non andare avanti, poi appoggiò la penna. Per la prima volta dopo giorni, si mise a lavare i piatti.

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