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La stanza Jolly


photo: Richard Tuschman

Ormai la sera non uscivamo quasi più, ma l’anniversario di matrimonio andava festeggiato. Almeno su questo, con mia moglie, non c’erano discussioni.

Ci ritrovammo ad aspettare la babysitter nella stanza jolly. La chiamavamo così: un ambiente di modeste dimensioni senza una funzione precisa. Accessibile dall’ingresso, si collocava tra la cucina e il soggiorno, comunicando con entrambi attraverso porte scorrevoli.

Il tavolo rotondo, al centro, veniva usato dalla bambina per i compiti di matematica.

A differenza di mia moglie era piuttosto scarsa coi numeri. Spesso, rincasando dal lavoro, la trovavo china sul quaderno, mentre sua madre, a voce alta, le dava indicazioni dai fornelli.

Quella sera non sapevo come ammazzare l’attesa. Presi il giornale e mi sedetti sull’unica poltrona della stanza jolly. Mia moglie, dall’altra parte del tavolo, premeva sui tasti del pianoforte senza il minimo interesse. Giusto per far passare il tempo. Mi dava la schiena quasi per intero. Il contrasto tra l’arancio acceso del vestito e il pallore della pelle la faceva apparire smorta. Naturalmente tenni queste considerazioni per me. Da tempo avevamo smesso di dirci la verità.

Faticavo a concentrarmi nella lettura: per la terza volta sullo stesso articolo senza riuscire a coglierne il senso. Sentivo caldo, specialmente dal collo in su. Mi domandai da quanto tempo non ci capitava di restare soli. Allentai un poco il nodo della cravatta. Ecco, andava già meglio.

«È nuovo?» chiesi, alludendo con lo sguardo al suo vestito.

«Come mi sta?» domandò, lisciandosi la stoffa in vita.

«Bene direi, ti slancia.»

«Non capisco» fece sbuffando, mentre guardava l’orologio. «Perché ci mette tanto ad arrivare?»

«Con la pioggia avrà trovato traffico.»

Mi resi conto che non ero più abituato a parlare con mia moglie. Quel breve scambio m’era costato fatica e concentrazione. Forse lo stesso valeva per lei.

«Che hai?» disse, voltandosi ancora verso di me.

«Niente. Non ho niente.» Ero sorpreso da quel tono confidenziale. Un tentativo d’intimità che me la rendeva ancor più estranea.

«Hai smesso di leggere e te ne stai lì assorto.»

«Non male per una che mi dà le spalle», commentai ironico.

Fece un sorriso breve, senza convinzione. Il sorriso di una donna disillusa, pensai.

Anche la casa – dove avevamo traslocato da un paio d’anni – funzionava un po’ come quel tavolo: ci teneva vicini eppure divisi. Per evitare d’incontrarci l’avevamo scelta enorme. Su due piani, con camere da letto e bagni separati. Ci riunivamo solo a cena, insieme alla bambina. Il resto del tempo ognuno per i fatti suoi.

Nostra figlia era di sopra, nella sua stanza, anche lei in attesa della babysitter.

«C’è una cosa che volevo dirti», riprese mia moglie.

«Ti ascolto.»

«Però non vorrei che la prendessi male, che ci rovinasse la serata.»

«Perché dovrebbe?»

Lei scrollò le spalle, come a dire che non lo sapeva.

«Va’ avanti, sono curioso.»

«Si tratta della donna con cui ti vedi, suppongo. Una signora alta, bruna. Vi hanno visti al bar in fondo alla strada.»

In quel periodo non avevo nessuna relazione, solo incontri senza importanza.

«È una collega dell’ufficio di Milano», dissi risentito. «Sei stata informata male.»

«Ascolta, sappiamo tutti e due come stanno le cose tra di noi. Che bisogno hai di mentire?»

«Cristo, non sto mentendo!», gridai. «Se avessi una storia con quella donna, l’avrei portata altrove. Come fai tu, del resto.»

«Calmati e abbassa la voce, la bambina potrebbe sentirci.»

«Ieri siamo passati da casa per alcuni documenti, poi le ho offerto un caffè al bar prima di accompagnarla all’aeroporto.»

«Adesso fai anche l’autista!»

Alla battuta seguì un odioso risolino.

«Mi dici che te ne frega? Lavora al mio stesso progetto, ci tengo ai rapporti con i colleghi.»

Fece per dire qualcosa, ma non le diedi il tempo.

«E poi, se decido di accompagnarla all’aeroporto, saranno cazzi miei sì o no?» Stavo di nuovo gridando.

In uno scatto di rabbia m’ero sfilato la cravatta e, proprio in quell’istante, la porta alle nostre spalle s’era spalancata.

In piedi, sull’uscio, la babysitter e la bambina si tenevano per mano. Per qualche secondo nessuno riuscì a parlare, la situazione ci aveva colto tutti di sorpresa.

Poi, la ragazza ruppe il silenzio scusandosi del ritardo. Colpa del diluvio e del traffico, disse con un leggero tremolio nella voce.

«Piove ancora?» domandò mia moglie, mostrando un’eccessiva disinvoltura.

«Ha smesso mentre attraversavo il cortile.»

La bambina mi fissava sgomenta. Cos’altro poteva fare? Ero in piedi, sudato, la camicia mezza fuori e la cravatta in mano.

«Papà, perché stavate litigando?»

«Una discussione, tesoro. Nessun litigio.»

Mia moglie ripeté più o meno le stesse parole cercando di tranquillizzarla.

Quando fummo al portone le dissi che non avevo voglia di festeggiare.

«Perfetto», fece lei impettita. «Io chiamo un taxi. Tu fai come vuoi.»

Malgrado il piglio acido, aveva un’aria soddisfatta. Forse era l’epilogo che desiderava, forse aveva pianificato tutto perché la piantassimo con questa storia degli anniversari. Stava bene anche a me. Pure io mi sentivo sollevato.

Mentre il taxi ripartiva, m’incamminai sul marciapiede lucido e deserto. Nell’aria l’odore aspro della pioggia.

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