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Cacciatori di streghe

Aggiornamento: 20 giu 2023

di Silvia Torani

Un tetto di nubi grigie schiaccia le cime dei palazzi, così basso che soffoca la città.

Accelero il passo. I muri sono neri di infiltrazioni e muffa rinsecchita, lo stucco si stacca in grosse croste da sotto i cornicioni e le grondaie cadono a pezzi. Negli angoli tra i vicoli manifesti strappati del partito marciscono insieme a matasse di laniccia e capelli.

Una volta Berlino non era così. Prima della guerra le cose funzionavano.

Gli stivali chiodati della divisa fanno scricchiolare il ghiaccio che ricopre il marciapiede, il fiato mi si condensa in sbuffi tra i due lembi del cappotto. Me li stringo al collo e la barba delle sette di sera fa presa sul bavero di camoscio. Avrei dovuto rasarmi.

Le sagome nere di due passanti mi vengono incontro, un uomo e una donna giovani, una coppia. Abbassano lo sguardo e si affrettano verso il marciapiede opposto, come per passare il più lontano possibile da me. Avranno notato la fascia rossa che ho sulla manica, il fondo bianco con la svastica si vede bene anche al buio.

Raddrizzo la schiena e marcio alternando braccia e gambe come mi hanno insegnato in guerra. Per anni ho indossato il passo dei civili come la pelle di un animale morto, ma finalmente posso tornare a camminare come un uomo. Sarò anche troppo vecchio per l’esercito, ma grazie a Dio non sono troppo vecchio per la divisa.

I negozi ai lati della strada sono vuoti e bui. A nessuno piace stare aperto più del necessario di questi tempi.

La sede ha le insegne spente e nella penombra della strada le bandiere sembrano prive di colore; dalle vetrine non filtra luce. È strano, gli altri dovrebbero essere già qui. Afferro il pomello della porta e tiro, la porta scricchiola ma resta ferma.

Dalla nicchia del negozio accanto si alza la sagoma scura di un uomo.

Infilo la mano sotto al cappotto e stringo il calcio della pistola, l’uomo si ferma.

È Dieter, la brace della sigaretta gli rischiara naso e zigomi.

Tengo la mano dov’è.

Prende la sigaretta tra due dita, la getta a terra e la schiaccia sotto alla scarpa. Tossisce, il fumo e la condensa si mischiano davanti alla sua bocca.

«È chiuso».

Lo guardo fisso negli occhi. «Questo l’avevo capito».

Dieter non abbassa lo sguardo. Non capisco mai se il suo è fegato o stupidità.

Ha la giacca aperta; sotto, la divisa è stirata e in ordine. Immagino le mani di Marlene che schiacciano il ferro da stiro sulla sua camicia, lui che le accarezza le spalle e la bacia dietro alla nuca. Mi viene da vomitare. Lascio andare la pistola e chiudo i bottoni del cappotto per nascondere le grinze della mia divisa. Era mia moglie che pensava a queste cose.

Mi schiarisco la gola. «C’è qualcun altro?»

«Aspetto da venti minuti, ma non si è presentato nessuno».

Sempre pronto a mettersi in mostra, lui. Gli piace giocare al bravo tedesco. Se solo gli altri mostrassero la sua stessa dedizione sarebbe più facile trovare una scusa per buttarlo fuori dalla squadra.

Scendo il gradino dell’ingresso e torno sul marciapiede; Dieter mi supera di tutta la testa. Infilo le mani in tasca per nascondere i pugni.

«Proviamo alla centrale».

«È la vigilia di Natale».

Stringo i muscoli della mascella e sostengo il suo sguardo. Me n’ero dimenticato.

«Come hai detto?»

Abbassa lo sguardo e volta la testa di lato. «È la vigilia di Natale…».

«E allora?»

Incrocia le braccia e infila le mani sotto alle ascelle. Non porta i guanti.

«Niente… Solo che non ci sarà nessuno neanche lì».

Scommetto che ci spera. Sarebbe l’occasione perfetta per darsi altre arie da cittadino modello.

«Perché?»

«Saranno tutti a casa con le famiglie».

Conficco le unghie nei palmi chiusi, i guanti di pelle scricchiolano. Forse non è venuto per farsi notare, vuole solo sbattermi in faccia che un mezzo ebreo si è preso mia figlia e non posso fare nulla per impedirglielo, non senza rimetterci la faccia.

Scopro i denti.

«E tu perché non sei con la tua famiglia? Non lo festeggiano il Natale?»

Strabuzza gli occhi.

«Lo festeggiano». Qualcosa nella sua espressione mi procura insieme rimorso e piacere. «Solo non con me.»

Me, al singolare. Distolgo lo sguardo. Se Dieter è qui, Marlene con chi sta passando la vigilia di Natale?

Svolto a sinistra e tiro dritto lungo la strada.

«Io mi sono presentato, tu ti sei presentato. Qualcuno ci sarà».

Non mi volto a controllare che mi segua. Lo scalpiccio dei suoi passi mi viene dietro.

«Di qua» dice Dieter, alle mie spalle.

Mi fermo. Con un cenno del capo indica l’ingresso aperto tra una cancellata e un muro basso. «Passando per il cimitero è più veloce».

Su uno dei pilastri ai lati dell’ingresso c’è una targa di metallo ossidato. È il cimitero di Dorotheenstadt.

Non mi ero accorto che fosse sulla strada.

Mi volto e riprendo a camminare. «Facciamo il giro».

«Sono tre isolati in più».

«Non abbiamo fretta».

«Cos’è, un reduce del Putsch ha paura di un cimitero?»

Sporco ebreo ingrato, non ha idea di cosa parla. All’epoca era ancora un mocciosetto grasso con i capelli unti e la bava alla bocca. È già tanto che gli permetta di indossare la divisa, basterebbe una mia parola e lo sbatterebbero fuori. O peggio.

Stringo i pugni nelle tasche e mi volto a guardarlo. Sul suo viso non c’è l’aria divertita che mi aspettavo.

Rilasso la stretta delle mani. «Andiamo».

Oltrepasso i pilastri ed entro nel cimitero. I lampioni illuminano il sentiero principale, i sicomori spogli cingono la strada su entrambi i lati. I tronchi larghi e i rami sottili come vene si alzano contro le nuvole, il cielo una coltre di piombo che riflette le luci della città.

I miei stivali affondano nella ghiaia e i sassi più grandi tintinnano e rotolano via. Dieter mi segue a pochi passi di distanza.

Il confine degli alberi arretra, cominciano le lapidi.

Se proseguiamo su questo sentiero passeremo davanti alla tomba di Liese, all’incrocio con la quarta traversa. Me lo ricordo, anche se ci sono stato solo una volta, il giorno del funerale. È già passato un anno, è di nuovo la vigilia di Natale.

Dieter mi raggiunge. Ho rallentato il passo senza rendermene conto. Recupero la mia andatura, ma ormai Dieter mi è a fianco.

Si fruga nelle tasche, tira fuori un astuccio di latta e me lo porge. È pieno di sigarette. Scuoto la testa. Fa un’alzata di spalle e ne prende una, la accende con un fiammifero e lo getta nel prato.

Tira una boccata ed espira una lunga nuvola di fumo. Cerco di ignorare l’odore di sigaretta che mi scivola nella gola e accelero il passo. Non ce la voglio nei polmoni l’aria che ha respirato lui.

Proprio lui doveva presentarsi al raduno stasera, e lui soltanto. Gli altri a quest’ora avranno il culo in poltrona, i bambini frignanti sulle ginocchia e le mogli bionde che li ingozzano di marzapane. E lui perché non se ne è rimasto a casa insieme a mia figlia, a godersela alle mie spalle?

Gli lancio un’occhiata. La brace gli tinge il volto di rosso e i suoi lineamenti guizzano tra le ombre. La sigaretta gli pende dalle labbra gonfie, labbra da ebreo. Le stesse labbra da ebreo che sporcano la pelle di mia figlia.

Prima o poi gliele spaccherò a furia di pugni.

«Lei come sta?»

Aggrotta la fronte e si volta a guardarmi con aria confusa.

Bene, fa anche il finto tonto.

Prende la sigaretta tra le dita e soffia fuori il fumo con un colpo di tosse. «Io?»

Mi trattengo per non strappargli la sigaretta dalle mani e spegnergliela in fronte.

«Non tu. Mia figlia».

Chissà che ne pensa Marlene del fatto che il suo ragazzo passa le notti con me a stanare ebrei e comunisti.

«Non lo so, non la vedo da mesi».

Apro la bocca per chiedere il motivo, ma la richiudo subito. Torno a guardare dritto davanti a me.

Dieter si schiarisce la gola. «Neanche lei, a quanto pare».

«Neanche io cosa?»

«Neanche lei la vede da un po’… Ho indovinato?»

Non la vedo da quando se n’è andata di casa a fare la puttana di questo mezzo ebreo, dopo che Liese è morta. L’ultima cosa che mi ha detto è che era colpa mia, che secondo lei l’unica colpa che avevano i rossi era aver ammazzato lei e non me.

Il rombo di una macchina passa al di là del muretto, si allontana e sparisce. Restano i suoni dei nostri passi sulla ghiaia.

I miei stivali sono pieni di polvere. Domani dovrò lucidarli, prima della ronda.

I lampioni aumentano e il sentiero si fa più illuminato. Le lapidi di questa zona sono più recenti, non manca molto a quella di Liese ormai. Solo una decina di passi.

Un gatto grigio attraversa la strada e sparisce tra i cespugli di gelso. Non posso fare a meno di guardare, la tomba è proprio lì. Davanti alla lapide ci sono dei rami di rose bianche, dentro a un piccolo vaso di pietra che il giorno del funerale non c’era. Sono ancora fresche, di un paio di giorni al massimo. Le avrà lasciate Marlene per l’anniversario; io quel giorno l’ho passato a sorvegliare un ritrovo di invertiti a Sprengelkiez.

«È la tomba di sua moglie, vero?», chiede Dieter.

Deve aver seguito la direzione del mio sguardo.

Gli lancio un’occhiata di disprezzo e annuisco. Non avrebbe senso mentire, il cognome sulla lapide parla da sé.

Prende l’ultima boccata dalla sigaretta e la lascia cadere sulla ghiaia.

«È per questo che non voleva passare dal cimitero?»

Si avvicina alla tomba, curva le spalle in avanti e si accuccia a guardare.

Forse la conosceva. Ho saputo che mia figlia lo frequentava solo dopo l’attentato, ma Liese e Marlene potrebbero avermelo nascosto per Dio sa quanto. Sapevano che non avrei mai permesso a mia figlia di scoparsi un mezzo ebreo. Chissà per quanto tempo hanno tramato alle mie spalle, tutti e tre.

Allunga la mano e sfiora una delle rose, alcuni petali cadono sull’erba davanti alla lapide. «Queste le ha portate Marlene…».

«Come lo sai?»

Si volta verso di me. Magari ha mentito e si vedono ancora. Magari la segue.

Spingo un piede più a fondo nella ghiaia.

«Hai detto che non la vedi da mesi. Come sai che le ha portate lei?»

Torna a guardare la lapide.

«Conosco i suoi gusti».

Chiude gli occhi, avvicina il naso e inspira l’odore delle rose. Lo immagino fare lo stesso ai capelli di Marlene ed è quasi pornografico.

«Andiamo avanti, non c’è tempo da perdere».

Torna a guardarmi, rannicchiato davanti alla lapide con le ginocchia piegate. Sarebbe così facile dargli un calcio e buttarlo per terra. Il cimitero è deserto, non ci sono testimoni. Quanto forte dovrei colpirlo per non dargli il tempo di difendersi?

Indica la data incisa nel marmo.

«Non mi ero reso conto che fosse passato un anno».

Un anno e tre giorni.

«Già».

Segue il contorno delle lettere incise nella lapide con la punta delle dita. Se continua a toccarla gliele taglio.

«Rimpiange mai di non essere morto con lei quel giorno?»

«Rimpiango solo di non aver sparato per primo».

Congiunge i palmi delle mani e li infila tra le ginocchia.

«Alla fine li ha trovati?»

«Sì».

E gliel’ho fatta pagare per quello che hanno fatto a Liese. Un dente alla volta.

Annuisce piano. «Marlene non capisce…».

Sentirgli pronunciare il suo nome mi dà la nausea, ma annuisco anch’io. È una guerra, e se non la vinciamo noi, la vinceranno loro. Marlene non l’ha mai capito.

«È per questo che l’hai lasciata? Perché non capiva?»

Sussulta come se l’avessi colpito alla nuca.

«Non sono stato io a lasciarla, è stata lei».

Alla fine ci è arrivata. Gliel’avevo detto che se ne sarebbe pentita, che le cose sarebbero state un inferno per loro. Ma allora perché non è tornata a casa? Spero non sia stata così stupida da farsi mettere incinta.

«Quando è successo?»

«A maggio». Si rialza e si volta dall’altra parte. «Ma era già da qualche mese che tra noi le cose non andavano più».

Aggrotto le sopracciglia. È stato quando Dieter si è unito alla squadra. Mi ha tallonato per settimane… A febbraio il negozio dello zio era stato bruciato e lui voleva un posto tra quelli che gli avevano dato fuoco. Ridicolo, ma il dieci maggio a Opernplatz era in prima linea a gettare la stampa antitedesca tra le fiamme. Non ho più potuto dire di no, gli altri avrebbero fatto domande, e se avessi ammesso che l’uomo che si scopava Marlene era figlio di un’ebrea ci avrei rimesso la faccia. Ma le cose non stanno più così. Potrei dire che sono venuto a saperlo solo adesso; potrei buttarlo fuori stasera stessa.

«Cosa è successo?»

«Se n’è andata. Una sera sono tornato a casa e i suoi cassetti erano vuoti. Mi ha lasciato una lettera sul tavolo della cucina. Ci aveva visti insieme, la mattina. Avevamo portato in piazza quello studente di Marburg che aveva sedotto una ragazza cristiana, se lo ricorda?»

Faccio un cenno distratto con la testa. Ne abbiamo avuti cento così.

«Mi aveva visto appendergli il cartello al collo e spingerlo per le strade. Diceva che non poteva sopportarlo, che se avessi avuto un po’ di rispetto per me stesso non avrei mai fatto una cosa simile, che avrei potuto esserci io al suo posto. Come se io e lui fossimo uguali, come se il nostro caso fosse uguale».

Il suo labbro superiore si tende in una smorfia di rabbia e disgusto.

È davvero convinto che bastino un padre tedesco, un battesimo e un cazzo non circonciso a fare di lui un ariano. Non funziona così, e per fortuna Marlene lo sa.

«Voleva che lasciassi la squadra. Le sarebbe bastata una telefonata e sarebbe tornata da me. Diceva che non dovevo dimostrare niente, che mi accettava per quello che sono e anch’io avrei dovuto farlo. Ma lei non capisce. Io non ho niente a che fare con loro e farò qualsiasi cosa per dimostrarlo».

Dà un calcio a un sasso e riprende a camminare.

«L’ho bruciata, quella lettera».

I petali bianchi caduti dalle rose spiccano nel buio ai piedi della tomba. Mi chino e li raccolgo. Attraverso il cuoio dei guanti non li sento nemmeno. Infilo i petali nella tasca del cappotto e chiudo il risvolto.

Dieter mi dà la schiena, non mi ha visto.

«Sai dove sta, adesso?»

Scrolla le spalle. «Da un’amica, credo. Una certa Gertie».

Mi ricordo di lei, una ragazzina olandese tutta occhi e orecchie che diceva di fare la ballerina. Marlene ha preferito rintanarsi in qualche sottoscala ammuffito con una ballerina di terz’ordine piuttosto che tornare a casa da suo padre.

Mi odia fino a questo punto. Ci odia entrambi fino a questo punto.

Una ghirlanda di rami d’abete e bacche rosse è appesa a un chiodo piantato nella porta della centrale, spingo la maniglia, ma la porta resta chiusa. Scosto la ghirlanda e avvicino la faccia alla finestra. Nel vetro c’è solo il mio riflesso.

Dieter sfrega un fiammifero e si accende un’altra sigaretta.

«Adesso che facciamo?»

Mi faccio schermo con la mano. All’interno del locale le sedie sono ribaltate sopra ai tavoli, devono aver chiuso ore fa.

Aveva ragione Dieter. Siamo gli unici senza un posto dove stare la vigilia di Natale.

«Facciamo senza gli altri. C’è un potenziale obiettivo poco lontano». Sono giorni che lo tengo d’occhio. «Per un sopralluogo due persone sono più che sufficienti».

Espira il fumo e annuisce.

«Già… E magari non c’è nessuno neanche lì».

«Per ebrei e comunisti Natale è un giorno come un altro».

Calco la parola “ebrei” per assicurarmi che capisca che mi riferisco a lui.

Si stringe nelle spalle. «Anche per noi due, no? O non saremmo qui».

«Noi abbiamo un lavoro da fare».

Abbassa lo sguardo e annuisce.

«Qual è l’obiettivo?»

«Un sindacato». Riprendo a camminare e Dieter mi viene dietro trascinando i piedi. Non è mai stato in guerra, lui. «Fa da copertura a una tipografia clandestina, stampano libri antitedeschi, giornali comunisti e volantini contro il Führer. Negli ultimi giorni l’attività è aumentata, stanno organizzando qualcosa».

«Di che genere?»

«Non lo so ancora. Nell’ultima settimana hanno ricevuto grosse consegne, scatole di legno con lettere rosse sul lato, così pesanti che servivano due uomini per trasportarle».

«Armi?»

«È possibile».

Dieter tossisce, una tosse grassa piena di catarro. Allontana la sigaretta dalle labbra, tossisce ancora. Gli angoli delle palpebre gli si riempiono di lacrime.

Continuo a camminare.

La tosse si fa più secca. Getta la sigaretta a terra e affonda la faccia nell’incavo del gomito. Un colpo di tosse soffocato, poi più niente. Si asciuga le lacrime con le dita, prende un’altra sigaretta e riprende a fumare come se non avesse appena tossito fuori l’anima.

«Cosa dobbiamo fare?»

«Tenerli d’occhio, per il momento, ma tieniti pronto ad agire».

«Non siamo abbastanza per una retata».

«Siamo abbastanza per mettergli paura».

Aggrotta le sopracciglia e mi guarda con gli occhi strabuzzati.

Mi chiedo se porti una pistola.

Le nuvole grigie sono scese sulla città, hanno invaso le strade. L’aria è umida e fredda, le ginocchia mi fanno male come se qualcuno me le scavasse con un ferro da calza.

La strada è vuota, per quanto la nebbia ci permetta di vedere. Dalle feritoie delle persiane filtra una luce calda che illumina il marciapiede più dei lampioni. Da qualche parte un pianoforte suona O Tannembaum, le note si sentono appena e si alternano a fatica. Stona, si interrompe, ripete l’ultima frase e riprende: dev’essere un bambino che suona. Marlene la cantava sempre la notte di Natale, quando era bambina. Metto la mano in tasca e cerco i petali, ma non li sento.

«Ci siamo».

Il palazzo del sindacato è in fondo alla strada. Le finestre illuminate accendono la nebbia, una musica di grammofono arriva attutita dalle fessure degli infissi, un qualche swing americano. Dev’esserci una festa.

Dieter si schiarisce la gola e si accende una sigaretta.

«Alla fine il Natale lo festeggiano pure i comunisti».

Lo fulmino con lo sguardo e attraverso la strada senza aspettarlo. Con questa nebbia dobbiamo avvicinarci di più e l’altro marciapiede offre una visuale migliore.

Un ticchettio di scarpe col tacco risuona al di là del banco di nebbia. Strizzo gli occhi, le sagome grigie di due donne camminano sul marciapiede nella nostra direzione.

«Forza, Gertie, che facciamo tardi».

Rallento il passo.

«Non mi tirare!»

«Che c’è, hai bevuto di nuovo?»

È la voce di Marlene. Tiro fuori la mano dalla tasca e stendo il braccio davanti al petto di Dieter per fermarlo. Lui è impietrito e guarda fisso verso di loro. La sigaretta gli pende dalle labbra semiaperte.

Gertie ha un singhiozzo. «Solo un pochino… Tanto per migliorarmi l’umore».

Strappo la sigaretta dalla bocca di Dieter e la getto nel canale di scolo tra il marciapiede e la strada.

«Vieni», sibilo.

Lo afferro per il bavero della giacca e lo trascino dentro a un vicolo buio.

Gertie fa una risatina idiota. «Dovresti provarlo anche tu, ogni tanto».

Marlene sbuffa. «Già, forse dovrei».

Il ticchettio dei loro passi si avvicina.

Ci appiattiamo contro la parete, dietro a un cassonetto che puzza di pesce marcio. La luce dei lampioni non ci raggiunge.

Mi volto verso Dieter e mi premo un indice sulle labbra. Ha gli occhi sbarrati. Meglio, almeno non ci farà scoprire.

Marlene spunta all’imboccatura del vicolo. Indossa un cappotto di pelliccia lungo fino al polpaccio. Sembra costoso, non è il genere di abito che lei o Dieter possano permettersi. Deve essersi trovata un nuovo amante.

Cammina a passo spedito e trascina Gertie sottobraccio. Tiene lo sguardo basso.

Gertie le dà uno strattone. «Non mi tirare, ho detto!»

Marlene la lascia andare. «D’accordo, ma sbrigati!»

Gertie barcolla, fa due passi indietro e riprende l’equilibrio.

Marlene si ferma e guarda un punto ai suoi piedi; il suo respiro si mescola alla nebbia. Ha i capelli molto più lunghi dell’ultima volta che l’ho vista.

Piega le ginocchia e si china a raccogliere qualcosa.

I petali. Mi sfilo un guanto e affondo la mano nella tasca. Non ci sono più.

Gertie riprende a camminare. «Che c’è, non hai più fretta adesso?»

Marlene si rialza, si fissa il palmo della mano e sfrega le dita l’una contro l’altra. Dei petali stropicciati planano al suolo. Annusa l’aria due volte e si volta verso il vicolo.

Mi schiaccio contro la parete e spero che Dieter faccia lo stesso, lui e le sue sigarette del cazzo. Il suo respiro rapido e pesante mi scalda la tempia. Che almeno non gli venga in mente di tossire proprio adesso.

Marlene strizza le palpebre verso di noi. Non ne ha mai voluto sapere di mettersi gli occhiali e per una volta non ho niente da ridire.

«Leni, andiamo o no?». Gertie torna indietro. «Che è successo? Hai visto un fantasma?»

Marlene si guarda la mano e lascia cadere il resto dei petali.

«No, non è niente». Si pulisce il palmo sulla pelliccia. «Andiamo».

Gertie le offre il braccio. «Però non mi tirare, va bene?»

Marlene le sorride e la prende a braccetto. «Va bene…» Si avviano lungo il marciapiede e si stringono l’una all’altra. «Ma non bere troppo stasera, promesso?»

Spariscono oltre l’imboccatura del vicolo.

«Ma come! E poi dove sta il divertimento?»

«Promesso?»

«Facciamo così… Berrò solo quello che non bevi tu!»

«Sì, così finisce che ci ubriachiamo tutte e due…».

La risata nasale di Gertie rimbomba nella nebbia e le voci diventano troppo lontane per distinguere le parole.

Separo la schiena dal muro e mi sporgo oltre l’angolo, la luce del lampione crea una nuvola lattiginosa sulla strada. Marlene e Gertie camminano a braccetto verso il palazzo illuminato. Salgono le scale e bussano alla porta. Un uomo gli apre, la musica si fa più forte e spariscono tutti dentro alla casa.

Adesso se la fa coi comunisti, quindi. Gli stessi che hanno ammazzato Liese.

Dieter esce dal vicolo. È pallido come colla e si tiene una mano all’altezza dello stomaco. Fissa i petali per terra con la schiena curva. Alza lo sguardo su di me, ha gli occhi spalancati e la bocca semiaperta.

Allungo la schiena, ma è comunque più alto di una spanna.

«Stasera non abbiamo visto niente, non sappiamo nulla né del sindacato né della copisteria clandestina. Siamo stati a casa a festeggiare il Natale, come tutti gli altri».

Mi fissa con la faccia stralunata e si gira a guardare il palazzo.

Forza, di’ qualcosa. Vediamo se hai le palle di contraddirmi.

Serra le labbra e abbassa la testa. Come immaginavo.

«Vieni, Dieter». Mi lascio il palazzo alle spalle e riprendo a camminare. «Andiamocene».

Non devo voltarmi a guardare. I suoi passi mi seguiranno.


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