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Cenere

di Simona Visciglia


La Donna guarda fuori dalla finestra, scostando appena le tende pesanti, di un rosso amaranto intenso, e ruvide al tatto – quasi si sente l’odore di polvere e di altre vite passate fugacemente da quella camera d’albergo.

C’è un viale alberato, una lunga fila di platani rigogliosi che segnano il confine tra la strada e i palazzi, tra la terra e il cielo.

E c’è la città che inizia a svegliarsi. Un tram che sembra semivuoto, accompagnato dallo scintillio intermittente dei cavi di alimentazione; un uomo in giacca e cravatta che porta a spasso un cane spettinato; un furgoncino bianco parcheggiato in doppia fila davanti a una latteria, per le consegne; una donna che gesticola animatamente mentre parla al cellulare, inciampando sui tacchi troppo alti.

Nella stanza, di tutto questo, arriva solo un rumore ovattato, come da lontano.

L’Uomo dorme ancora, la luce non lo ha strappato al suo riposo imperturbabile.

La Donna lo osserva, distogliendo lo sguardo dalla cornice in cui il giorno prende forma.

Tutto intorno giacciono le loro cose. Gli abiti di lei sono raccolti in maniera composta sulla poltroncina di velluto, rossa anch’essa; in terra gli stivaletti allineati, da cui fuoriescono un paio di calzini pesanti.

La notte prima ha riposto tutto come fosse a casa, come fa sempre la sera quando si spoglia per poi rintanarsi in una doccia bollente, per scacciare via i residui di una sfiancante giornata di lavoro.

Gli abiti di lui, invece, sono gettati ovunque alla rinfusa, come se fossero stati catturati da una tempesta inaspettata. Persino le lenzuola e le coperte, ora che tutto tace, sembrano essere state risucchiate nello stesso vortice generato dal suo temperamento.

La Donna sospira.

Mentre raccoglie le sue cose e si riveste, cercando di non fare rumore, ripensa al loro incontro, quasi come fosse già un ricordo lontano.


È una sera come tante, l’inverno tentenna ancora a farsi sentire, le strade del centro sono gremite di gente che entra ed esce dai locali, dai ristoranti. Le voci si confondono con il traffico e con un vento leggero che risuona tra le sedie e i tavolini dei dehors.

Si incontrano per caso, Lui e Lei, incastrati in un ingorgo di clienti in fila davanti all’ingresso di un pub. Non si riconoscono subito, restano una manciata di secondi catturati l’uno dall’altra, in uno scambio impercettibile di sguardi.

Esitano entrambi, prima di esplodere dentro. Lei accenna un passo in avanti, un passo nel tempo. Lui allunga le braccia, strizza gli occhi penalizzati da una leggera miopia, per disintegrare la distanza fisica tra loro. Le parole si sovrappongono, le domande, i “Ma sei tu?” declinati in maniera solo un po’ differente, nella fretta di una risposta. Quanti anni sono passati dall’ultima volta lo sanno già, hanno contato entrambi le ore, se possibile i minuti e persino i secondi, fino a farli diventare anni.

«È passata una vita!»

E in una vita sono successe le cose che accadono sempre crescendo.

Entrano nel locale, dopo essersi abbracciati fraternamente, in una stretta che quasi toglie loro il respiro.

Lasciano entrambi andar via gli amici con cui erano: «Ho incontrato un vecchio amico», «Ho incontrato una vecchia amica», «Ci sentiamo, voi andate pure, resto qui con Lui», «Resto qui con Lei».

E quasi non sanno più da dove iniziare, per riallacciare i nodi delle loro vite, per dirsi, per riscoprirsi, per sentirsi di nuovo vicini.

«Ma ti ricordi quell’estate, al falò di ferragosto?»

E come potrebbero dimenticare quella notte, che era stata l’ultima di una stagione, l’ultima della loro adolescenza, vissuta quasi in simbiosi, senza saperlo, senza rendersene conto.

«Che ti avevo detto: “Ognuno per la sua strada, ma se le cose si mettono male, vediamoci a mezzanotte, ci ubriachiamo io e te e che gli altri si fottano!”»

Ridendo Lei puntualizza: «E infatti mi stavi cercando da un sacco di tempo, ci eravamo persi nel casino, tra i fuochi sparpagliati lungo tutta la spiaggia. Che razza di appuntamento era il nostro? A mezzanotte, dove? Sei sempre stato un po’ svampito, eh?»

Ride anche Lui, passandosi una mano tra i capelli, come a voler recuperare un imbarazzo che allora di sicuro non sapeva neanche cosa fosse.

«E mi avevi trovata al falò di quelli che manco conoscevo, non ci capivo niente, ero proprio fuori. E mi avevi detto, me lo ricordo come fosse adesso: “Aiutami a finire la birra, c’è troppa sabbia dentro” e avevamo riso, ma era una cosa seria, finire la birra, giusto?»

«Sì, come no!»

Adesso tra le mani hanno due cocktail raffinati, che sorseggiano in maniera composta, seduti in un bar dalle luci soffuse, dove nessuno si ubriaca, dove la musica è un sottofondo appena percettibile, in uno spazio-tempo lontano anni luce da quegli anni e da quell’estate, da quella notte.

«E poi hai provato a baciarmi, con gli occhi chiusi perché non ci capivi più niente neanche tu!»

«Sicura? A me pare fossi stata tu ad afferrarmi e a strapparmi un bacio, pensaci!»

Sottolinea questa accusa scanzonata con un occhiolino, a cui Lei risponde facendo d’improvviso la faccia seria, schiarendosi la voce: «Ma se manco abbiamo finito di darcelo quel bacio, che siamo scoppiati a ridere. Cioè, abbiamo pensato che era assurdo, no? Io e te…».

 «Eh, sì, era come baciare mia sorella… Che stupidi che eravamo! Io ero in fissa per quella… Come si chiamava? Quella che non mi avrebbe guardato mai neanche se m’avesse messo sotto con la macchina».

«E io morivo per quel mezzo tossico, pallido che faceva paura. Bei consigli che ci davamo, eh? Vai, insisti, prima o poi ti noterà».

«Ma io e te ci volevamo bene o no?»

Domanda senza risposta, la risposta racchiusa in un silenzio di lunghi attimi e di gesti di circostanza: Lei che gira la cannuccia nel bicchiere, facendo tintinnare i cubetti di ghiaccio, Lui che stira uno striminzito tovagliolino sul tavolo.

Si guardano negli occhi, non osano parlare. Secondi che sembrano eterni, come il riassunto di tutto il tempo in cui sono stati lontani.

Lui prende coraggio e prova a ritornare al presente, perché dentro sta esplodendo il cuore del ragazzo che è stato:

«E dimmi, adesso che fai? Non ti eri trasferita a ***? Sei solo di passaggio oppure…».

«Di passaggio, sì, sono ospite da un’amica».

Anche Lei cerca di assumere di nuovo una parvenza di distacco, un contegno che Lui le aveva sempre riconosciuto e inizia a raccontarsi: stralci di vita, il lavoro, una città diversa e tutte quelle cose che lì avevano separati.

Si racconta anche Lui: stralci di vita, il lavoro, la solita città e tutte quelle cose che li avevano separati.

Le loro parole si confondono con le cose non dette.

«Si è fatto tardi, è quasi mezzanotte e domattina ho il treno prestissimo», dice la Donna, guardando l’ora sul display del cellulare.

E Lui, sorridendo come se d’improvviso avesse di nuovo diciassette anni:

«Mezzanotte, il nostro appuntamento!»

Si alzano, si avviano all’uscita. L’aria è cambiata, insieme al vento, e la notte ha un sapore diverso.

«Fumi ancora?»

Accendono una sigaretta, hanno solo pochi minuti per decidere.

Ora, dopo una vita.

L’Uomo estrae il telefono dalla tasca dei jeans e chiama un taxi.

Salgono insieme e prima che Lui comunichi l’indirizzo al conducente, guarda la Donna negli occhi:

«Allora?»

Lei non ha bisogno di rispondere, fa soltanto un cenno impercettibile, abbassa gli occhi, che è un modo per dire sì.

Sanno che hanno perso qualcosa, che hanno lasciato i conti in sospeso, che hanno un debito con il passato, con la giovinezza, con l’innocenza di quell’estate mai finita.


Tra le lenzuola tornano ragazzi. Le mani tremano, i sospiri hanno il suono delle onde del mare.

L’Uomo indugia sulla pelle di luna della Donna.

La Donna assapora il gusto nuovo delle labbra dell’Uomo.

Senza sabbia, senza birra, senza il crepitio dei fuochi, senza l’incertezza tenera dell’adolescenza.

La notte li avvolge.

Gli anni rotolano sul pavimento, disperdendosi sulla moquette, rossa come le tende o come i falò disegnati sulla spiaggia.

Svanisce il tempo: si dissolve negli incavi delle loro braccia, tra le dita, nei capelli, nei gomiti puntati e nelle ginocchia flesse.

Scompare in ogni bacio, si nasconde nel piacere che arriva per Lei, che arriva per Lui.

Al mattino ritorna quel tempo che hanno dissimulato nel letto e che hanno inseguito per una vita.

La Donna ripensa di nuovo a quella notte, a quel bacio mancato, che forse era stato perfetto.

In silenzio apre la porta della camera, un ultimo sguardo all’Uomo/Ragazzo.

Lui dischiude gli occhi:

«Vai via?», ma conosce già la risposta.

Lui accenna un sorriso, la Donna/Ragazza ricambia: si solleva appena dal letto e, con ancora addosso l’odore di Lei, la guarda andare via.

È un addio che nessuno dei due pronuncia e che scivola sulle lenzuola, sulle tende rosse, sulla moquette e infine sulla strada.

L’aria è fredda fuori e non è estate.

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