Il salto
- Reader for Blind

- 28 giu 2023
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 3 lug 2023
di Andrea Maggiolo

Cambia l’orizzonte, se il cielo rovescia pioggia da trenta ore consecutive con ferocia tropicale. Acqua che scava il paesaggio, dentro e fuori. Inverno troppo mite per non essere inquietante. Diventa complicato arrestare gli istinti, fermarsi un passo prima del precipizio. Non c’è, a frenarti, l’attrito salvifico delle aspettative da non deludere: l’unica cosa che regola la vita di miliardi di persone nel mondo. In realtà nessuno sembra in grado di ragionare lucidamente, da novembre a maggio, in una città come quella. Turisti a frotte per pochi mesi all’anno. Per il resto milioni di tonnellate di cemento, speculazioni edilizie indecifrabili, case popolari costruite sulla sabbia. Covi di rancore e disoccupazione per 99.102 anime (secondo l’ultimo censimento del 2002, poi era arrivata la Grande Crisi e nessuno si era più preso la briga di fare i calcoli). Avevano provato a imitare Barcellona e Doha costruendo quel nuovo mastodontico lungomare: troppo vasto, condannato a sembrare desolato, una barriera tra l’acqua e la città, fuori luogo come un funerale a ferragosto. Ma erano gli ultimi residui dei sogni di gloria di fine anni Novanta, quando tutto sembrava ancora possibile, quando le feste duravano giorni. All’epoca anche X aveva le idee chiare. Un lavoro fisso nella compagnia di navigazione (si considerava fortunato), una moglie e una figlia in arrivo.
La città a inizio anni Ottanta aveva oltrepassato il livello di “graziosa località balneare” per entrare di prepotenza in un territorio inesplorato. Nonostante i segnali allarmanti di crescita anomala e qualche ciminiera di troppo a minare l’orizzonte, era facile non farci caso. Conveniva. Qui la Grande Crisi era esplosa molto prima che altrove. Il calo dell’indotto turistico notato all’inizio solo dai commercialisti più anziani, impercettibile: ma era un piano ormai inclinato. Le fabbriche e i cantieri continuavano a strappare terreno alla natura circostante, i licenziamenti fioccavano come la neve (che da quelle parti nessuno aveva mai visto). Tranne coloro che perdevano il lavoro, tutti facevano finta di nulla: troppe cose da fare, viaggi da organizzare, ristoranti da provare, relazioni da coltivare, abitudini da tenere vive. Dopo che gli imprenditori locali completarono l’opera, devastando tutte le spiagge a forza di emissioni nocive e il mercato immobiliare con interi quartieri di palazzi troppo brutti per essere abitati se non una settimana all’anno, i vacanzieri nordeuropei, gli unici con i soldi veri, avevano scelto altre mete, meno antropizzate. Per non tornare più. L’acqua del mare qui è rimasta sempre trasparente, bellissima. Qualche grado in più di quanto sia lecito aspettarsi. Fantastico, se non fosse che è tutta colpa degli scarichi delle miscele chimiche delle cartiere e degli impianti di detergenti. Sembra un bel posto, se ci vieni in vacanza una settimana all’anno. Ma in realtà è il suo esatto contrario. E ci puoi perdere la testa. Nella popolosa città di mare, d’inverno si prova la vertiginosa sensazione di essere soli al mondo. Ci sono appartamenti per un milione abbondante di persone, potenzialmente. Di sera, la luce è accesa in una casa ogni quindici. I guardiani notturni dei popolari, sterminati e semi-abbandonati campeggi che affacciano sulla costa sono giovani del Maghreb, senz’altro posto dove andare. I passanti, assonnati a qualsiasi ora, portano a spasso cani isterici, come rabdomanti alla ricerca di un tesoro: guinzagli tesi e testa bassa. I runner con magliette fosforescenti sulla pista ciclabile sembrano sopravvissuti in fuga da un attentato, scampati per miracolo al disastro. La grande compagnia di navi mercantili per cui X lavora da trent’anni anni ha chiuso la sede dall’oggi al domani. Senza preavviso, ma in realtà non all’improvviso. Cambiano le rotte, i soldi vanno a est, verso la fine del mondo. Una lettera di dieci righe appoggiata sulla scrivania con frasi di rito e tanti saluti. Lui e i dieci colleghi non si sono detti mezza parola. Hanno portato via un po’ di carte, qualche foto. Il sordomuto del reparto manutenzioni ha riempito il bagagliaio con i cinque acquerelli della sala mensa, che aveva puntato sin dal giorno della sua assunzione. Si sono stretti tutti la mano, guardandosi dritti negli occhi, imbarazzati ma non preoccupati. Via. Piove con vento da nord ovest, il peggiore. Secchiate di acqua e folate che odorano di sale e deodorante per ambienti. A X non è passato per la testa di nascondere la spiacevole notizia del licenziamento a moglie e figlia (che brava Viola, universitaria scappata a Berlino, mai un problema, sempre sorridente come sua madre). Mentre si incammina per l’ultima volta dal suo ufficio nei vicoli del porto verso casa (ventisette minuti a piedi, in qualsiasi condizione meteorologica), per la prima volta in vita sua X non si sente più un uomo del suo spazio e del suo tempo. Non è un problema di soldi che mancheranno. Non è una paura concreta. È qualcosa di più profondo. Sente una minuscola crepa che gli si forma ai margini della scatola cranica, in quel punto grande come una moneta da 5 centesimi dove collo e nuca si confondono. L’effetto visibile, l’unico, è un sorriso stampato sul volto. Ma gli occhi non ridono. I medici dell’ospedale statale costruito sulla collina arancione di terreno calcareo, coi camici sponsorizzati dalla multinazionale indiana che sta comprando mezza città, dicono a Viola che un ictus non sempre è riconoscibile facilmente. Che la confusione si appropria del nostro cervello nei modi più impensati e nei tempi più imprevedibili. Possono volerci anni, a volte, per il blocco di un’arteria. Ma se il processo inizia, non si ferma. Gocce di acqua sorgente iniziano a scavare il solco che diventerà una frana da prima pagina anni dopo. X in quel momento si sente bene, davvero molto bene. Cammina di buon passo. Insomma, non ci si lamenta mai no? È la regola. I suoi genitori, morti tanti anni prima, avevano fatto la fame. Erano scappati dal Polesine alluvionato, avevano trovato il modo di mettere assieme pranzo e cena (e di crescere cinque figli), con turni medioevali nei cantieri navali e inscatolando anemico tonno mediterraneo trasportato fino a quella baia ai margini di tutto. Animo. Sorridere. Quando X entra nel supermercato di cui è cliente quotidiano sin dal 1988 (aveva brindato anche lui il giorno dell’apertura con lo spumantino jugoslavo scadente in bicchieri di plastica verde) sorride. Lo salutano con un cenno del capo il ragazzo della gastronomia e una commessa. L’ultima azione consapevole della sua vita è un balzo da pantera ubriaca verso la cassa. Zampe spalancate. Una parabola perfetta. Atterra sul nastro nero delle casse a pancia in giù. Sente le urla, poi le sirene e le frasi sottovoce. Dell’ambulanza che procede piano e delle pareti marrone chiaro dell’ospedale ricorda ogni centimetro quadrato. Il sorriso della moglie e di Viola nei corridoi. Che brava Viola.
X ora vorrebbe solo un inverno mite, silenzioso come il suo quartiere di alti palazzoni di cemento armato in bassa stagione. Come il paesaggio che vedeva ogni giorno dalla finestra del suo ufficio. Rimorchiatori che entrano in porto e spengono i motori, lasciandosi guidare dagli ultimi refoli delle correnti sottomarine e dall’esperienza dei marinai vietnamiti al timone. Il lungo molo è un dito magro e bianco che trema quasi inavvertitamente (effetto ottico causato dalle onde che a un miglio dalla costa vi si infrangono contro, rosicchiando il cemento armato cinque millimetri all’anno). Un dito che indica piattaforme petrolifere abbandonate al loro destino ossidato. Due bambini con le mute di una taglia più grande che si tuffano nell’acqua trasparente a caccia di polpi, un quarto d’ora prima del tramonto. Le nuvole rapide e dai contorni irregolari, temporali all’orizzonte, che cercano l’ultima traiettoria per riflettersi nell’acqua del golfo: perse per sempre nel buio della sera. Va bene così, davvero. A posto così. Ormai al supermercato di X conservano un vago ricordo, più che altro per sentito dire. Solo la cassiera e il ragazzo della gastronomia, i due che avevano assistito al salto, erano andati a trovarlo in ospedale. Ancora oggi, che è passato quasi un anno dalla sua morte, si bloccano ogni tanto mentre lavorano, puntando la pistola per la lettura di codici a barre verso il centesimo pacco di merendine del giorno, o tagliando la bresaola il più sottile possibile, con i polpastrelli che sfiorano la lama rotante. Pensano a lui. A volte, i loro sguardi si incrociano. Vorrebbero dire qualcosa, ma non sanno cosa. Un venerdì dell’autunno seguente, a fine turno, si ritrovano fianco a fianco tirando giù la serranda. C’è aria di pioggia, il vento non arriva dal mare ma dalla pianura. Succede solo un paio di giorni all’anno. Vanno a bere vino rosso al bar gestito da due anziani cinesi alla fine del lungomare.
Lo rifaranno spesso. Il ricordo della strana fine di quell’uomo che conoscevano appena provoca a entrambi, immancabilmente, un nodo in gola. Al terzo bicchiere, intravedono sempre una scintilla di verità assoluta. Loro due, gli eletti, mese dopo mese meno esitanti nella convinzione di aver ricevuto in dono la plastica dimostrazione di come basti un niente, un soffio, per la fine di tutto. Il rimbalzo di un sassolino nel reattore del motore che abbatte anche un aereo commerciale con 250 passeggeri a bordo, se la traiettoria è perfetta. Una possibilità su cinque miliardi. Per decenni agli incroci decisivi delle loro esistenze, mentre la grande città si satura e si svuota, di continuo, come la stanca vescica natatoria di un pesce che ha perso l’orientamento, torneranno con la mente sempre lì. Al salto.










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