La cura
- Reader for Blind

- 19 lug 2023
- Tempo di lettura: 6 min
di Elena Martinelli

Ormai ne ero certo. Se non avesse smesso di fare quel cloc con la gola, mi sarei alzato e avrei aggiunto all’antibiotico una fiala di potassio e spalancato il morsetto.
«Tosca! Non sai niente, è Tosca!», e Umberto aveva di nuovo fatto schioccare la gola.
«Incrocia, è lei. Ti stacco, hai finito», posai la Settimana Enigmistica sul tavolino.
«Ce n’è ancora un dito! Passami una sigaretta».
«Alzati e prenditela», dissi.
«C’ho la malattia!»
Umberto aveva assunto una posa isterica per arrivare al pacchetto di sigarette, pur comprendendo l’inutilità dello sforzo. Gli sfilai l’ago tra le proteste. Lo vedevo anche io: per terminare il flacone mancava ancora un dito. Ognuno esercita il potere nell’ambito delle sue competenze, pensai.
«Domani te ne metto un po’ di più», dissi.
«Vaffanculo», rispose lui.
Poi era arrivata lei. L’amore possiede quella strana capacità di sbiadire tutto, ridurre gli elementi a sagome sfocate e discontinue senza una logica di presenza. E di sbattere al centro di quel panorama, un corpo solido con due bocce commoventi, una terza tendente alla quarta.
«Ciao Enzo, come si è comportato oggi il nonno?»
Sonia era entrata portando nella stanza il fuoco luminoso di maggio. Umberto, appena udita la chiave nella toppa, aveva attaccato con il suo lamento rauco e accurato.
«Aaah, aaah, aaah».
«Secondo me sarebbe meglio proseguire con l’antibiotico per un’altra settimana, se vuoi parlo io con il medico» le dissi a mezza voce, cinquanta euro a seduta, quando mi sarebbe ricapitato. Ma soprattutto era per Sonia. Con lei non ero andato oltre il caffè e poche chiacchiere, per lo più riguardavano il vecchio.
«Se non sei di fretta ti faccio il caffè», disse Sonia.
«Ok», avevo risposto premendomi l’inguine dall’interno della tasca dei jeans.
Sonia posò le buste della spesa accanto al letto, baciò il nonno sulla fronte. Lui le rivolse il solito sguardo sbiadito e supplichevole.
«Vedrai che presto starai meglio nonno», disse Sonia.
«Eh», aveva risposto Umberto strisciando la vocale fino a un colpo di tosse, poi aveva riattaccato con il lamento.
«Andiamo in cucina». Sonia mi fece segno di seguirla.
Mi accodai con le buste in mano. La voce di un bambino di ottantacinque anni ci seguì per il corridoio.
«Ce ne sarebbe un goccetto pure pe’ me?»
Sonia mi sorrise. «Aiutami» disse, «mettiamolo sulla carrozzina».
«Ci penso io, tu pensa alla spesa», risposi.
Umberto si lasciò trascinare sulla sedia a rotelle, poi cominciò a sgomitare imprecando. Con uno scatto allungò il braccio per afferrare le sigarette sul tavolo e se le mise in tasca.
«Devo pisciare», disse.
«E quindi?», dissi io.
«E quindi un cazzo, portami in bagno».
Dopo un anno di disoccupazione, sarei stato disposto a tutto, ma lui non poteva saperlo.
«Perché non usi il pappagallo?», dissi.
«Te sembro paralitico?»
Il caffè fumava dentro tre tazzine. Umberto si era ostinato a non volersi lavare le mani. A una certa età si stabilisce un rapporto difficile con acqua e sapone. Lo sapevo per esperienza. Cinque anni in un reparto geriatrico fanno scuola.
«Quante zollette?», mi chiese Sonia.
«Amaro grazie», risposi.
«Da quando?»
«Da adesso». Guardai Umberto, le sue dita ravanavano vogliose tra le zollette di zucchero.
«Aspetta nonno, faccio io». Le dita nodose e storte di Umberto si arresero e la mano sembrò frustare una mosca.
«Domani è sabato», la buttai là. «Da Biagio ci sarà la solita bolgia, ma conosco il proprietario». Guardai Sonia, le efelidi brillavano sotto la lampada. Le avrei volute baciare una a una. Sorrise spostando dal viso una ciocca di capelli ramati, le unghie dipinte di nero. Ricambiai il sorriso.
«E quindi?». Umberto mi fece il verso centellinando il caffè. La tazzina retta in punta di dita mentre le labbra emettevano a intervalli regolari un sonoro risucchio.
«…E niente, la pizza è molto buona», risposi decisamente imbarazzato.
«Pizza, bleah. Ai tempi miei se t’azzardavi a rimorchià una donna con la scusa della pizza stavi sicuro che te mannava in bianco».
«Ne ho sentito parlare, ma non ci sono mai stata» disse Sonia, guance accese, una mano sulla spalla di Umberto.
Sonia abitava a via della Paglia. Chi è di zona sa bene di cosa parlo. Sa quanta abilità sia necessaria per non bruciare la frizione e attraversare indenne la fotocamera della ZTL in coda stretta dietro a un’automobile. Sa quanto ti viene in odio quella quattroruote sotto al culo alla ricerca di un posto. Certe auto stazionano nei parcheggi da vent’anni a via della Paglia per paura di perdere il posto.
La sua palazzina contava quattro piani senza ascensore, non perché non ci fosse, la tecnologia era arrivata anche là, ma era sempre guasto. Il fatto che abitasse al primo piano non rendeva l’idea del disagio: le scale non erano scale, erano trentacinque Himalaya messi uno appresso all’altro.
Due carrozzine stazionavano nel sottoscala.
Bussai. Sonia venne ad aprirmi.
«Sono quasi pronta, aspettami in cucina».
Umberto aveva rispolverato un bastone di acero grezzo, una reliquia paterna, e si era fatto trovare bell’e pronto con uno spigato marrone invernale fuori moda, sistemato sulla sedia.
«Si va?», disse.
Sonia entrò in cucina. La guardai.
«Si sente molto meglio», disse a disagio.
«E sentiamo, cosa sarebbe cambiato da questa mattina?», chiesi rassegnato. Se avessi sospettato una resurrezione, gli avrei calato due fiale di Valium insieme all’antibiotico. A una certa età si diventa egoisti, un’altra cosa che avevo imparato dal mio lavoro.
Umberto non rispose, si alzò e allargò le braccia osservandosi compiaciuto.
«Che te ne pare?», schioccò la gola e fece un giro incerto su sé stesso.
La serata iniziava malissimo.
Biagio ci aveva sistemati in un angolo, un piccolo tavolino appartato apparecchiato per due. Farci entrare anche Umberto era stato il primo intoppo. Il secondo essermi offerto di prendere posto sotto giacche e cappotti appesi all’attaccapanni.
«Quella santa donna di tua nonna diceva sempre che eravamo come la cipolla e l’amatriciana». Umberto aveva piegato in quattro la pizza e dopo cinque mozzichi si stava già pulendo gli angoli della bocca. «Non c’azzeccavamo niente insieme, eppure siamo durati quarant’anni. E sai perché?», attaccò il supplì, «Perché io avevo un lavoro solido», e a bocca piena mi aveva guardato con le rughe intorno agli occhi stirate dal rialzo di sopracciglia folte e fumose. «Chi vuole intendere intenda».
Avevo imparato un’altra cosa in geriatria: i vecchi non bevono. Mai. E misurano tutto in base al loro numero di evacuazioni, al colore, alla consistenza. Gli sfinteri diventavano i più grandi amici nella sventura della senilità. Tranne Umberto.
«Devo svuotare il serbatoio». Umberto si era fatto un boccale di birra e all’ultimo sorso aveva schioccato la gola e puntato il dito al soffitto per ordinarne un altro. Sonia mi aveva fatto l’occhiolino, la birra era analcolica.
«Stai sotto antibiotici», dissi per rendere credibile la contraffazione a opera di Biagio.
«Domani è l’ultimo», rispose lui asciugandosi la barba umida con l’angolo del tovagliolo appeso allo scollo della camicia, «e poi sono vecchio, non scemo».
Biagio oltre che per la pizza era famoso per i dolci. Portò una mela e due millefoglie. Nel locale si respirava meglio, molte persone erano uscite sfoltendo l’attaccapanni.
Sonia lavorava in un centro estetico a Monteverde, gestito da lei e altre due amiche. Erano venute a trovare Umberto la domenica passata, niente male neanche loro, ma Sonia era un’altra cosa. Sonia mi aveva colpito subito per quella prosperosità composta e l’atteggiamento timido e intelligente. Mi aveva detto di non voler ricoverare il nonno, voleva occuparsene lei.
«Io e te dobbiamo fare un discorsetto», disse Umberto attaccato al mio braccio in direzione del bagno. Poi mi mise in mano il bastone e chiuse la porta. Prima di sentire il primo getto era passato circa un minuto, gli altri erano venuti giù poche gocce alla volta. Quando era uscito gli indicai il lavandino. Ubbidì.
«Secondo me dovresti proseguire la cura», dissi.
«Stronzate! Sono già al secondo ciclo e l’ho fatto solo per Sonia. Credi che dopo trent’anni non riconosca la firma del mio dottore? Siete una generazione di rammolliti. Ai tempi miei se volevi una donna te la prendevi, e sai perché?», appallottolò la carta con cui si era asciugato le mani, «Perché sapevamo corteggiare», la lanciò centrando il cestino. «Per lunedì ti ho fissato un colloquio nella clinica di un amico».
Umberto era stato quarantatré anni impiegato delle Ferrovie dello Stato. Prima come operaio, poi come ragioniere. Infine dirigente. Una bella pensione, casa di proprietà, Buoni fruttiferi a scadenza ventennale. Aveva avuto una figlia morta di cancro, come la moglie, e un genero che si era ribaltato tre volte con una Y10 prima di finire contromano. Aveva cresciuto una nipote. Le scuole, la danza, le feste di compleanno, i primi amori. Eppure dentro a quel letto sembrava solo un ramo spezzato, come tutti i vecchi del resto. Che amarezza, pensai.
«Con questa abbiamo finito». Chiusi il morsetto e gli sfilai l’ago. Avevo lasciato refluire l’ultimo goccio di antibiotico fino a metà del tubicino di infusione.
«Portala al mare», disse Umberto prendendo in mano penna e Settimana Enigmistica.
«Cosa?», dissi.
«A Sonia piace il mare. I tulipani, il cinema francese, la matriciana, me raccomanno senza cipolla. Quando s’arrabbia lascia fà, poi te viene a cercà lei quando je passa».
Aveva lasciato gli ultimi cinquanta euro sul tavolo.
«E mo’ vattene, voglio restà solo», schioccò la gola e incrociò due parole una dietro l’altra.










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