La mia festa di compleanno
- Reader for Blind

- 20 dic 2023
- Tempo di lettura: 5 min
Esther Bondi

«Lara, amore, hai messo i tovaglioli?»
«Sì, sto finendo con i bicchieri».
«Hai deciso dove la mettiamo la signora Torpein? Vicino alla Sargozzi secondo me non è una buona idea. La signora Torpein si è appena iscritta a un corso su quei cosi di Bach. Se attacca con un discorso sull’esoterismo con la Sargozzi siamo fritte».
«L’esoterismo non c’entra niente con i fiori di Bach, mamma. Comunque, la signora Torpein la metterei a capotavola, vicino a Ugo».
«A capotavola? Poi ce la dobbiamo cuccare noi».
«Secondo me se attacca bottone con Ugo siamo a cavallo».
«Allora Torpein a capotavola».
«Hai tolto le lasagne dal freezer?»
«Sì, sono da infornare».
«Mamma, suonano al citofono!»
«Ma perché la gente arriva in anticipo? Sarà la Torpein».
«Vado io. Tu pensa ai bicchieri».
La tavola da pranzo è addobbata con garbo. Tovaglia rossa intima festa, smorzato dall’azzurro pastello dei fiori. Il contrasto si rende con delicatezza: i tovaglioli color carta da zucchero, chiusi da un giglio arancione. I segnaposti non li abbiamo mai usati: l’idea ci è sempre sembrata volgare. L’astuzia è far sedere l’ospite dove vuoi, senza che se ne accorga.
Dalla porta arrivano passi pesanti: dev’essere il signor Muti, boicotta l’ascensore. Il signor Muti è un uomo sulla sessantina, saggio e depresso, di quei professori mancati che trascinano i piedi, danno ripetizioni di latino e dimostrano il doppio dei propri anni.
«Si accomodi, professore!»
«Chiamami Silvio, Lara, per piacere. Ancora queste formalità».
«Per me sei sempre il professore. Mi hai insegnato il latino».
«Che bel divano. È nuovo?»
«È arrivato stamattina».
«E i giovanotti?»
«Penso facciano parte della sorpresa. Niente spoiler, hanno detto. Accomodati in salone, sei il primo. Gradisci un prosecco?»
«Un succo di frutta, grazie».
Il professor Muti è sempre stato un buon bevitore, ma da quando ha scoperto il diabete ha diminuito il consumo. Lo lascio in soggiorno a sorseggiare succo d’ananas.
La mia festa di compleanno è sempre stata una grande occasione. Io e mia madre la organizziamo insieme, ogni anno: soprattutto, io tengo molto alla grande sorpresa. L’anno scorso era stato un successo, con il flamenco. Uno spettacolo mozzafiato. Quest’anno però le mie aspettative sono ancora più alte: ho chiamato uno stand-up dall’America. È un amico di mio fratello, un comico bravo, anche se non ha fatto molta fortuna. Se il tempo reggesse, ci metteremmo in giardino, ma ad aprile non si sa mai. Oscar, il comico, ha già in mente come farci sistemare: non la solita disposizione palco e platea, niente sedie. Gli serve solo un divano. Poi ve lo lascio in omaggio, ha detto. Ha in mente uno spettacolo molto interattivo, i suoi aiutanti sono arrivati stamattina.
«Mamma, il citofono».
«Pensaci tu per favore, io devo ancora finire di sistemare in cucina. Prova a vedere se riesci a recuperare tuo padre, non lo vedo da ore».
«Lucilla, che piacere».
«Gioia mia, tanti auguri!»
La signora Torpein indossa un vestito di velluto verde. Sembra debba andare all’opera, negli anni Venti, però. Ha addirittura un cappello con una piuma d’uccello: adoro questo suo essere beatamente anacronistica. Mi mette in mano una busta enorme. La signora Torpein è pedante, ma intelligente. E i suoi regali, favolosi.
«Ma che divano grazioso. Un nuovo acquisto della tua mamma spendacciona?»
«È arrivato poche ore fa».
«Che colore stravagante! E quei ragazzotti, chi sono?»
«Lo ha mandato… È una sorpresa. Cosa prendi Lucilla, un prosecco, un succo?»
«Un prosecco, gioia mia. La frutta annacquata la lascio a quel diabetico… Oh, professor Muti, che piacere! Come sta?»
Il cappotto verde della signora Torpein pesa un quintale. Non so come faccia ad andare in giro con quel carro armato sulle spalle. Nel giro di qualche minuto arrivano tutti. Olga e Viktor sono in ritardo, al solito. Anche loro, appena entrati, commentano il divano.
«È una sorpresa», ripeto.
Ora che tutti hanno un bicchiere in mano, possiamo iniziare con gli antipasti.
— Signora Torpein, si accomodi a capotavola, per piacere, ci tolga dall’imbarazzo della decisione».
Con un sorriso compiaciuto, la signora Torpein svolazza nel suo mantello. Avevo ragione, capotavola è il posto perfetto. La mamma va in cucina a prendere i tramezzini. Devono rimanere in fresco fino alla fine, per la crema di gamberetti.
La voce della signora Torpein riempie la stanza. Per fortuna c’è Ugo che le risponde.
Mamma sta tardando con gli antipasti. Mi alzo per andare in cucina ma Viktor mi precede, vuole scappare da una conversazione con la Sargozzi.
«Vado io, vado io» dice, e corre in cucina.
Dalla mia posizione posso vedere il divano. È in penombra, perché in corridoio non ci sono finestre e la luce del salone non oltrepassa la soglia. Le ombre però si distinguono bene: vedo Viktor, davanti al divano: gesticola con foga, forse fa parte della sorpresa.
Mi sposto per vedere meglio. I ragazzi si sono alzati dal divano, ora lo stanno smontando. Viktor va in cucina, sembra agitato. Vorrebbe fare qualcosa ma mia madre ormai ha finito con i tramezzini, e tornano entrambi in sala da pranzo con gli antipasti, due grandi vassoi.
«Tramezzini di gamberetti, signori e signore».
Sono tutti affamati, come se non mangiassero da giorni. I tramezzini spariscono in un baleno.
Metto in bocca un tramezzino inzuppato nella crema di gamberi. Il soffritto a crudo dà un altro sapore alla crema. Forse è troppo forte, li abbiamo ammazzati, i gamberetti. Il mio sguardo è fisso sul divano: le ombre non si fermano. I due ragazzi continuano ad armeggiare con qualcosa, non riesco a capire. Si passano degli oggetti, non vedo, non sento, gli invitati non fanno altro che commentare la salsa.
«Viktor, ma chi sono quei tizi sul divano?»
«Dimmelo tu. Non sono invitati?»
«No, cioè, sì, penso sia…».
Non riesco a finire la frase. I due ragazzi sono arrivati in salotto, come mi avessero sentito e volessero ora chiarirmi ogni dubbio. Finalmente li posso vedere: gli oggetti che hanno in mano sono degli AK-47, versione carabina. Maneggevoli e pratici. Ci guardano in silenzio, sorridono.
Vorrei offrirgli qualcosa, ma in tavola non c’è più niente da mangiare. Solo le facce riverse dei miei ospiti. La Sargozzi continua a guardarsi intorno, disorientata. Il signor Ugo sgocciola sulle tende della finestra, che abbia provato a saltare? Viktor e Olga sono in un angolo del salone, abbracciati. Olga trema ancora, forse uno spasmo. Viktor probabilmente è già dall’altra parte. Questa sì che è una sorpresa, mi venne da pensare, mentre guardo la signora Torpein distesa sul tappeto: altro che flamenco. La signora Torpein è caduta in una posizione teatrale, le braccia aperte, i capelli lunghi sparsi, il vestito sciorinato sul pavimento. Sembra fatto apposta.
Non riesco a vedere mia madre, ma non posso girarmi, ho il collo spezzato. Non sento più niente. Mio padre non si è ancora fatto vivo. Alla fine non sono nemmeno andata a cercarlo.
Dopo la scarica di pallottole, i due ragazzi si avvicinano alla tavola. L’ultimo ricordo che ho è il loro dito nella ciotola della salsa di gamberetti. Non se lo infilano in bocca, però. Non c’è più niente da assaggiare.
È finita.










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