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Rifiuti

di Marilena Votta




Mi appoggio sul sedile, mi raggomitolo a palla, per risucchiare dentro il residuo calore del mio corpo, in quest’ora che annuncia brividi. Mi appisolo qualche minuto, e vengo ridestata dallo stridio delle gomme che annuncia la fermata.
Inghiotto saliva, una, due volte.
La festa a cui ho partecipato stanotte ha la consistenza di un sogno. Voglio risvegliarmi vicino alla mia amica Sheila, farmi passare sulle labbra il rossetto scadente al gusto di fragola. Le sue dita a districarmi i nodi dai capelli, con pazienza. In attesa che qualcuno mi noti. Voglio tornare lì, nel mondo confuso e ancora innocente in cui abitavo.
Mi distendo le grinze del vestito, che ormai sembra uno straccio umido.
L’autobus si ferma vicino al fiume. Scendo.
Lo stesso odore di immondizia di ogni giorno, una sorta di fragranza di melone troppo maturo. Buste di patatine che sventolano come vessilli, scatolette di tonno vuote, croste di pane. Un torsolo di mela con ancora della polpa marroncina attaccata, conserve di pomodoro in alluminio, un calzino bianco bucato sulla punta, un orsacchiotto senza un occhio. La consistenza e la bontà del cibo proteico fatto di insetti illustrato su un volantino strappato da un muro. Un altro volantino che mette in guardia dal rischio del consumo eccessivo di zucchero, l’immagine inquietante di un bambino senza denti, le gengive enormi rosa acceso.
L’afrore potente del mio corpo mischiato agli odori di roba decomposta.
Quando sento qualcosa di fradicio tra le gambe non ho bisogno di guardare in basso per capire cos’è. Le mutandine color lavanda indossate per l’occasione sono macchiate. Una piccola macchia color ruggine, non più grande di una moneta da un centesimo. Uso un pezzo di cartone per pulirmi, stando attenta a non ferirmi con la parte più acuminata. Utilizzo solo la parte centrale, quella piegata ad ali, più morbida, stando attenta a non imbrattarmi ancora di più le mani.
Dopo essermi pulita, lo lascio lì, in mezzo al resto dell’immondizia, un altro rifiuto su cui spicca una macchiolina rossa destinata ad assorbirsi.
Le mie braccia sono curve, indolenzite. Affondo nel rialzo limaccioso sulla sponda del fiume. Il rumore familiare somiglia al gorgoglio degli stomaci dei bambini con le dita ammaccate, le camicie da notte dai colori pastello, verde acqua, azzurro cielo di primavera, rosa confetto. Colori che mettono allegria, mentre la pazienza dei bambini in attesa del pranzo diventa irrequietezza e poi carta da pacchi succhiata per ingannare la fame. Sono stata uno di quei bambini. Una degli ospiti della comunità soggetti danneggiati. L’unica casa di cui ho memoria. Ora, adesso, sono nel buio che si dirada e cammino a zig-zag. Le braccia torte in avanti, a tentoni, ad afferrare i brandelli di luce che avanza.
Non voglio rovinare le mie scarpe nuove. Devo essere cauta. Inizio a camminarci, cercando un equilibrio. Attenta alla mota che si attacca ai tacchi, alle sanguisughe che potrebbero strisciarmi sui piedi.
Tutto brulica di forme di vita che non riesco a mangiare. Ho conati di vomito, mentre il mio stomaco si contorce. Il mio corpo è un pericolo. È quello che ho sentito con Marziale, mentre mi baciava, prima di spingermi via, non perché fosse infastidito, ma perché ha sentito qualcosa che faticava a controllare. Lui potrebbe essere quello che mi serve, qualcuno che mi protegge.
Comincio ad accelerare il passo. Non voglio trovarmi di fronte pattuglie della polizia anti-vagabondaggio.
Mi lascio l’odore caldo del fiume che mi vive addosso e cammino, scivolo via rasente i muri. Lo sguardo sulle scarpe, con i tacchi già infangati. Luridi.

Nella zona ovest della città, accanto alla ex zona commerciale, vivono ragazzi e ragazze che hanno scelto di stare per conto loro, di non vivere della carità dello Stato. I loro occhi sono pesti, con le occhiaie scure, e camminano tutti in cerchi scomposti, si girano attorno, senza toccarsi. Sono gracili, smunti, i corpi che sbandano, asimmetrici per la mancanza di sonno.

Hanno tutti dei cartelli al collo che indicano le cose che sono disposti a farsi fare, e il loro prezzo.
Inghiottire sapone. Due banane.
Farsi sculacciare più volte. Pane. Pomodori.
Penetrazione anale. Sigarette. Latte.
Uso di violenza non irreversibile. Carne fritta. Uova. Patate.
Lacerazioni con corpi contundenti. Uva e melone. Frutta e dolci.
Rottura di ossa. Pasti completi. Contrattabili.
Donazione di organi doppi. Reni. Polmoni. Fornitura per un anno di cibo.
Quando passa qualcuno che vuole uno di loro lo indica con il dito. E il prescelto scompare per qualche ora o per sempre. Il cartello che verrà indossato da un altro o da un’altra. Gli stessi visi trasognati li fanno somigliare a famiglie nucleari fatte di gemelli. Quando scompaiono nessuno li cerca. Non sono diversi dalla pioggia che evapora.
Io non voglio essere come loro.
Passo attraverso i supplicanti silenziosi, scivolo tra i grovigli acidi dei loro corpi non lavati. Sento l’odore dei loro intestini in disordine.
Una ragazza che conosco di vista mi afferra l’orlo scucito del vestito. Ha gli occhi ridotti a fessura e arrossati, il viso dolce, tondo, privo di cerchietti che le trattengono i capelli ribelli che le ricadono spettinati e sporchi sulle spalle come un mantello. I denti rovinati, scheggiati, messi in mostra ogni volta che apre bocca, la fanno sembrare una vecchia. Una volta era davvero carina. È incinta di almeno sei mesi, la pancia, assurda, quasi irreale, che le tende la gonna corta a balze punteggiata di piccole macchie scure. Sembra un proiettile.
Ha anche lei un cartello appeso al collo: vendesi placenta.
Ha le unghie morsicate quasi fino alle cuticole. Mi guarda da sotto in su, valutando il senso di quello che accadrà quando mi avrà raccontato la sua verità sul bambino.
«Ely, il mio è sangue cattivo. Sono difettosa, come te. Sono solo un involucro di finta bellezza. Dentro sono rotta, cava. I miei geni sono deformi. Questo bambino avrà occhi come acini d’uva. E ha un solo ventricolo. Non sopravviverà. E allora tanto vale vendere la placenta, che ha un valore».
Si accarezza la pancia distrattamente e mi spiega, che, per fortuna, la placenta è un pezzo molto richiesto nel mondo del mercato clandestino di organi. Possono usarla nelle creme antirughe, oppure come rimedio contro le leucemie infantili. Enumera tutte queste cose contando sulle dita, le ripete come una bambina reciterebbe una poesia.
La luce del giorno ci investe all’improvviso, e io sono di colpo stanca, stanchissima.
Jeronima chiude le braccia sul petto, in un tentativo maldestro di cullare quel bambino che probabilmente verrà divorato appena smetterà di respirare. Mangiare un cadavere non è punibile. Come non lo è mangiare pezzi di animali randagi. All’improvviso, mentre sta ancora parlando, Jeronima si affloscia come un fiore. La testa le crolla di botto, sembra ubriaca.
La guardo scivolare giù. Le ginocchia incrociate e piegate ad angolo acuto. Confusa. Gli occhi atterriti, guizzanti.
«Ti prego dammi qualcosa. Sono in crisi d’astinenza. Ho bisogno di qualcosa».
Le dita verso il naso a mimare il gesto di chi aspira.
Le mostro i palmi delle mani. Vuote. Come le tazze sbeccate lasciate ad asciugare della maestra Serena. Vuote come quando chiedevo un biscotto e mi lasciava le briciole dei suoi grassi bambini.
«Mi dispiace Jeronima».
I capelli le spiovono davanti alla faccia come una tenda, mentre le sue spalle fragili sono scosse da quel movimento scomposto che precede il pianto.
Si strofina le dita sporche di muco sul top scolorito. Ormai dimentica della mia presenza, continua a perdersi nel suo bisogno di oblio chimico.
Si dondola, imprimendo alla testa il movimento oscillante, poetico, di una ballerina. Ha gli occhi vacui, le palpebre appesantite che si aprono e si chiudono come sciami di zanzare, le braccia che sfarfallano. Si dà una serie di colpetti sulla pancia e si strizza i capezzoli penduli attraverso la stoffa lisa del top scollato come se volesse farsi uscire il latte.
«Andiamo via, dai».
«Eh? Ho sonno, lasciami stare. Mi appoggio un attimo e poi mi tiro su».
«Andiamocene prima che passi la polizia e ti arresti per uso evidente di stupefacenti in pubblico».
La strattono. Si mette le mani sulle ginocchia, prima una e poi l’altra. Con fatica.
«Se fai la brava ti aiuto a procurarti quello che ti serve».
Cerco di blandirla come ho visto fare agli assistenti quando vogliono convincere i bambini a mangiare il cibo fatto con gli insetti mischiato a un bolo di verdure assortite. “Se butti giù questi bocconi poi avrai una sorpresa”. “Una zolletta di zucchero?”. “Forse”.
Spingo Jeronima con le unghie, le spalle, i gomiti.
«Muoviti».
Mi scappa di chiamarla con i nomi impazienti che mi davano quando mi ostinavo a stare ferma nel mio angolo. Non volevo il sole, e la vitamina D, e nemmeno la corda e la palla.
Volevo le ombre guizzanti sui muri. Le deboli zampe di ragno visibili al tramonto.
Le mie lentiggini sul braccio in fila come formiche.
«Muoviti Jeronima. Muoviti».
La sorreggo cercando di non farci sbandare entrambe.
Il debole lucore delle torce diventa un raggio che ci inchioda.
Due poliziotti delle ronde antidroga e anti-vagabondaggio ci fanno cenno di non muoverci mentre coprono la breve distanza che ci separa.
Se provassi a scappare forse ce la farei, lasciando Jeronima in ostaggio, le gambe scattanti a mangiarmi la strada.
L’odore acre della polvere mi entra nelle narici. Rimango ferma in piedi, con Jeronima aggrappata al mio collo, tutte e due esili come bambine. Lei con la sua pancia sporgente. Io con un vestito che mi copre a malapena il sedere. Le scarpe nuove già imbrattate di fango. Mi vedo con gli occhi dei poliziotti. Ragazzine strafatte. Rifiuti umani.
Socchiudo gli occhi per difendermi dalla luce, d’un tratto accecante.
Sento le voci concitate di questi due, il mio disgusto verso tutto ciò che esercita potere. Faccio in tempo a gettare via il cartello che Jeronima ha ancora attaccato al collo e resto ferma, le mani alzate nel gesto universale della resa.
I poliziotti si avvicinano, ansanti, come se avessero corso. Una donna di mezz’età intenta ad accarezzarsi i capelli cortissimi, che aderiscono a calotta sul cranio, ciocche d’argento mescolate al bianco naturale. Ha gli occhi duri. Rughe decise agli angoli della bocca.
Il suo collega è un ragazzone dagli occhi porcini e allegri, le mani tozze e piccole, solcate da capillari rotti. Ha il colorito rosa acceso dei bevitori abituali.
Sorride e mette in mostra una chiostra di denti storti e ingialliti.
Entrambi hanno manette e taser di gomma con i quali ci tastano, cauti, come se fossimo salsicce la cui cottura va verificata.
«Allora Albino, cosa abbiamo qui?»
Lui scatta sull’attenti, intento a cercare una risposta a quella che sembra la domanda di un esame.
«Vagabonde minorenni e in evidente stato di alterazione indotta dall’uso non medico di stupefacenti».
La donna poliziotto mi lancia un’occhiata dubbiosa mentre continua a giochicchiare con le sue ciocche corte dei capelli.
«Sei sicura che siano due ragazze?»
Albino mi guarda di nuovo, confuso.
«Mi sembra…».
Mi immagino cosa devo sembrargli. Una via di mezzo tra un ragazzo e una ragazza, qualcosa di provvisorio, lasciato a metà strada tra un genere e l’altro.
Un errore evidente.
I crampi mi ricordano quello che devo dire. Le definizioni sono recinti che possono salvarti. Parlo a voce alta, con voce appena un’ottava più su del normale, mentre spiego:
«Sono una ragazza. Mi chiamo Ely. Vivo al Centro di assistenza per persone geneticamente danneggiate. E non ho assunto stupefacenti».
Fornisco una serie di informazioni facilmente controllabili.
La poliziotta mi si avvicina così tanto che posso sentire l’odore di caffè al caramello che ha appena bevuto, la densità vischiosa dello zucchero ancora attaccato ai denti.
Jeronima rutta, la mano appoggiata sulla bocca, un filo di saliva che le cola distratto agli angoli della bocca.
«La tua amica però sembra messa male».
«È solo stanca. È incinta».
«Questo lo vedo pure io».
Accarezzo con la mano libera la pancia di Jeronima, continuando a sostenerla con l’altra.
Guardo la poliziotta dritto negli occhi, sperando che sia uno sguardo tranquillo, e che lei non ci legga una sfida. Lei ci gira intorno sospettosa. Sembra un cane con il naso intento a rovistare in un cassonetto.
«Andiamo. Venite con noi».
Il luccichio argentato delle manette brilla in maniera ammonitrice nelle sue mani. Mi fa cenno che è pronta a usarle se le disubbidiamo.
Ci scortano attraverso i mucchi di rifiuti, lui davanti a noi e lei dietro, oltre i vetri rotti e la puzza. Cerco di non inciampare sui tacchi, stringo il gomito di Jeronima che procede stordita, confusa.
Il rumore del fiume con il suo tranquillo sciabordio d’acqua verde è la cosa su cui mi concentro.
Al passaggio delle scarpe chiodate dei poliziotti si dileguano i ragazzi con i cartelli. I loro clienti messi in fuga dalla paura di essere identificati.
Sebbene non ce ne sia bisogno il poliziotto continua a tenere la torcia accesa.
L’azzurro del cielo è straziante. Perfetto. Penso che potrei anche non vederlo per molto tempo mentre arriviamo alla macchina ferma sulla strada, i lampeggianti rossi lasciati accesi.
Siamo i loro giocattoli, ma non deve essere facilissimo catturarci, altrimenti non si tengono abbastanza occupati. Vogliono darsi l’illusione di quanto sia stato complicato sopraffarci, mentre tentiamo di scappare.
Siamo prede.
La donna si piazza di fronte a me, mentre Albino prende in custodia Jeronima.
La spinge con delicatezza nella macchina lasciata aperta, la gamba di lei che ondeggia in preda a uno spasmo, le mani chiuse a coppa sul ventre arrotondato.
Io nascondo le mani dietro la schiena, per nascondere il leggero tremito, forse dovuto alla droga, e aspetto. Aspetto che lei inizi con le domande. La bocca semiaperta, le labbra schiuse.
Si avvicina rapida come se volesse toccarmi, o baciarmi, le dita con i polpastrelli rugosi, quasi li avesse immersi nell’acqua fino a quel momento, mi strusciano sulla faccia.
«Cosa nascondi addosso?»
«Niente.»
Scuote la testa, indecisa se credermi o meno.
E poi i suoi capelli mi pizzicano la faccia, mentre mi viene addosso e mi bacia violentemente. Mi afferra un capezzolo e lo tiene stretto fino a farmi male. Mi esce una piccola serie di urla. Non riesco a trattenermi. Il mio cervello mi dice di stare calma ma il corpo si contorce sotto quel tocco intrusivo, malvagio.
Mi afferra i capelli e continua a stringermi. La sua lingua sulla mia faccia somiglia a quella di un cane o un gatto quando leccano qualcosa di buono.
Smetto di divincolarmi, mentre sento una specie di fischio di approvazione dell’altro poliziotto. Accorre per prestare aiuto, forse vuole tenermi ferma, ma lei lo rimbrotta.
«Ce la faccio da sola, stupido, tu vai dall’altra ragazza».
Jeronima deve aver provato a mettersi in piedi, esitante. Stravolta, la pancia aguzza tra le dita di quell’uomo che le intima di tenere le braccia dietro la testa. Un borbottio indistinto e poi lo schiocco di un osso rotto mentre lui la trascina di nuovo dentro la macchina.
Sento piangere Jeronima, insieme a una raffica di parole di scusa del poliziotto, la saliva della donna sulle mie mani è come acido che vorrei strusciarle addosso.
«Non volevo farle male».
Queste ultime parole di scusa non sono per Jeronima, ma per il capo, che deve rimediare al modo maldestro di Albino di condurre gli arresti.
Un sibilo di alito cattivo le sfugge dalla bocca, mentre si gira verso la macchina, scocciata perché deve smettere di fare quello che sta facendo.
«Tocca sempre a me rimediare ai tuoi disastri. Allora, vediamo che è successo».
La voce è paziente, gentile, mentre scopre la spalla di Jeronima, dove si sta formando un livido blu acceso.
Le dita di lei hanno qualcosa di delicato, appena appoggiate sulla clavicola di Jeronima, che ha evidentemente qualcosa che non va. È disarticolata rispetto al busto.
Ho un brivido. Se durante una retata qualcuno si fa male, non viene mai portato in centrale, dove potrebbe sporgere denuncia. Per questo chi viene ferito e picchiato spesso viene anche ucciso.
Sento le imprecazioni della donna poliziotto pronunciate con voce tranquilla, quasi suadente, nel modo in cui si intona una cantilena per far addormentare un bambino.
Non ho abbastanza tempo per salutare Jeronima, mentre li sento confabulare e decidere di portarla via, in un posto dietro la discarica dove vengono abbandonati rifiuti e cadaveri.
Il poliziotto mi indica, e la collega fa cenno di no con la testa.
Mi lancia un’occhiata in tralice, soppesando la mia lealtà verso Jeronima.
Viene verso di me. Mi alzo di poco il vestito e allargo le gambe. Un’unica goccia di sangue mestruale rotola giù, macchiandomi l’interno della coscia.
«Torna al Centro di Assistenza, tu».
Annuisco rapida.
«Torna lì e non dire niente di quello che è successo».
Fa una smorfia. «Il silenzio conviene a tutti e la verità a nessuno. Lo diceva anche una poetessa. “La verità dilla obliqua sennò renderà tutti ciechi”».
La vedo sorridere compiaciuta, e poi ridere a tutta bocca, con l’oro delle otturazioni in mostra, mentre fa schioccare la lingua contro il palato, le mani che sfarfallano nell’aria.
Quel suo sorriso sghembo rimane a galleggiare nell’aria, prima di infrangersi di colpo mentre le punto i gomiti contro la pancia, rifiutandola.
«Non mi toccare».
Il sole le fa sfolgorare la corta chioma bianco argento mentre arretra all’indietro verso la macchina.
Il brillio delle manette sui polsi di Jeronima, la sua mano destra sussultante in un gesto quasi di saluto è l’ultima cosa che vedo, prima di crollare con le ginocchia a terra.
Io che torno a essere niente. Immobile.
L’unica casa che conosco è il Centro di assistenza per persone geneticamente danneggiate. E da lì non arriverà nessun aiuto, nessuna salvezza.
Sono ancora stordita e disidratata quando Anders, uno dei ragazzi che bazzica da queste parti, mi porge una piccola borraccia d’acqua. Bevo quell’acqua dal sapore minerale. A lungo. Gli trattengo le mani tra le mie mentre, esitante, gli chiedo se ha visto quello che è successo.
La sua bocca si storce come se avesse assaggiato cibo avariato.
Fa un gesto con le braccia abbronzate, color melassa e poi mi appoggia le dita sul collo, nella parte morbida della gola.
Il suo cartello, che gli dondola dal collo con un’inclinazione bizzarra, dice che gli hanno reciso le corde vocali ma è disposto a dare piacere a uomini e donne in cambio di pasti settimanali.
Mi lascia la borraccia tra le mani, prima di andarsene verso una macchina blu elettrico, dalla quale sbuca un braccio nodoso di vecchia. Una voce lamentosa lo chiama per nome più volte. Anders. Anders.
Mi lancia uno sguardo preoccupato. Vorrei trattenere il suo calore sul mio corpo, baciarlo. Vorrei tenermelo stretto e farmi mordere i capezzoli da lui. I suoi occhi azzurri colmi di gratitudine, o forse di affetto, mentre si sfila il cartello dal collo e me lo appoggia accanto.
Gli pianto le unghie scheggiate nei polpastrelli molli, e affondo. Gli sfugge un piccolo grugnito, mentre il suono della macchina diventa insistente, il braccio della sua occupante teso come una bandiera. Fiocchi rosa e gale acquamarina. Odore di borotalco su pelle vizza. Cerchi d’oro ai polsi sottili.
«Anders. Anders. Ti stiamo aspettando. Porta anche la tua piccola amica se vuoi».
La condiscendenza con cui pronuncia questa frase mi fa capire che deve tenerci molto ad Anders, perché nel modo che ha di guardarmi si vede che mi considera una specie di fuori programma non gradito, che accetterebbe pur di avere lui. Presto. Subito.
Gli occhi di Anders diventano di un azzurro scuro, quasi blu, le mani appoggiate sulla gola e un gesto della testa che vuol dire no.
Dentro la testa mi risuonano le parole che non può dire, la sua voce dolce che non ascolterò mai più.
Resto a guardarlo quando sono ancora seduta a terra, coperta di polvere e sporca, la sua mano sulla portiera. Mi guarda prima di aprirla, uno sguardo d’amore per il tempo che ci viene concesso. Il gorgheggio acuto che somiglia a quello di un uccellino, la voce della vecchia.
Un tiepido battere di mani. Smorzato dal sovrapporsi di una voce maschile più roca, un breve e secco rimprovero. E poi la macchina parte, lasciandosi dietro soffici gomitoli di polvere.
Li odio così tanto.
Tutti.

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