Non l’avevo mai vista prima.
Ora che l’ho incontrata, non vedo che lei, oltre la finestra appannata di pioggia, nelle spalle chine in cappotto, nei passi lenti che si calcano per seguire sempre la stessa strada.
Dopo averla incontrata, ho imparato a riconoscerla.
È stato un caso, la prima volta,
_ il vento che stracciava le strade, le luci dei lampioni sussultavano al centro della via, le ombre sconquassate,
_ il suo ombrello si era rivoltato nel vento contrario e aveva fratturato i raggi di metallo, spezzando le giunture,
_ lei ancora ne teneva il manico, i capelli in ressa oltre il viso, lo strattonava tentando di rigirarlo, risanarlo, sperando in un potere di riparare cose rotte che non aveva,
_ il vento glielo strappò di mano, a precipizio in una pozzanghera,
_ mi levai, in aiuto, sbalzato in piedi dallo strappo improvviso della raffica, dimenticavo di distare stanze, porte e muri di pioggia da lei,
_ affrettò il passo, i tacchi sbattuti sul marciapiede per seguire l’ombrello, precipitando dietro al vento,
_ era già andata prima che potessi seguirla.
Cominciai ad attenderla prima di accorgermi di star aspettando.
Alzavo gli occhi oltre la finestra, spiavo il marciapiede, seguivo le ombre incappottate che da sinistra veleggiavano a destra, ora lente ora veloci, in correnti personali, ritmi individuali. Ognuno il proprio.
Io fermo.
Riconobbi il suo passo,
_ lungo, anche se non aveva voglia di arrivare da nessuna parte, il peso indietro sui talloni, una mano infilata nella tasca, l’altra oscillava il controcanto del passo, si agganciava alla tasca rigonfia, ricadeva di nuovo, senza trovare posto,
_ la testa china appena qualche grado verso terra, guardava il marciapiede bianco invece dell’orizzonte,
_ quando raggiungeva il ciglio e doveva attraversare il traffico, non grava gli occhi intorno, non voleva sapere se qualcuno le sarebbe venuto addosso.
Era abitudinaria: faceva sempre la stessa strada e avrebbe potuto sceglierne qualsiasi altra, invece passava sotto la mia finestra ogni giorno. E ogni giorno lasciavo tutto e alzavo gli occhi per guardare dal vetro. La aspettavo. Non tardava e non doveva mai affrettarsi, così non mi fuggiva mai di sotto gli occhi e la godevo sempre per la manciata di minuti che impiegava a passare. Solo mia. Nessuno poteva distogliermene, per quel tempo restavo solo suo.
La attesi col senso di sicurezza di averla ogni giorno e la sottile, strisciante mancanza di non poterla avere sempre.
Lo schermo del vetro fra noi appannava il mistero delle cose che non sapevo di lei. Non incrociava lo sguardo con nessuno, sola, non conosceva nessuno.
Se era freddo e metteva il cappello, le dava noia e lo scostava e ricalcava sulla fronte, recalcitrando i capelli sulle spalle a ogni scrollata del copricapo.
Passava le dita su uno zigomo, carezzando via una ciocca, sentendo la pelle, dialogando consolazioni con sé stessa.
Non vidi mai il suo sorriso, la bocca tesa in una curva piana e dolce, si intravedeva dai giri di sciarpa dove soffocava il fiato a scaldarsi il naso.
Il suo sorriso. Se lo avessi visto, l’avrei seguita per continuare a guardarlo, accostando i miei passi ai suoi e prendendone il ritmo, una mano affondata nella tasca, l’altra che oscilla senza sapere dove andare, alla portata del suo fianco, se mai volesse il calore del mio,
_ l’avrei seguita e fatto strada, senza più sapere chi conoscesse la meta, poco importa se anche avessimo camminato per tutta la notte, non le avrei chiesto: “Dove stiamo andando?”
Avrei spiato il suo profilo, senza farmene accorgere, come l’avevo guardato dalla finestra, cercando i dettagli che la distanza non mi aveva concesso, e gioendo nel trovare quelli che già conoscevo,
_ avrei sentito la sua voce, dapprima in poche sillabe, esitanti di “sì” e “no” alle mie domande, poi ruscelli di parole in piena sotto al fiducia disciolta fra noi.
Il vento sarebbe stato caldo, l’inverno finito.
Se mi avesse incontrato sulla sua via, levato gli occhi, a percorrermi fino al viso,
_ riconosciuto il mio sorriso, senza intenzioni o malizie, aperto al tondo del suo volto arrossato dal vento,
_ le spalle cascanti raddrizzarsi, l’aria d’un tratto più leggera contro la schiena,
_ il capo che si scrolla, e i capelli come tende si riaggiustano sulle spalle,
_ la luce dorata dei lampioni in flares sul suo volto mentre risponde al mio cenno,
_ un evento, una distesa di minuti indifferenti.
Se mi avesse incontrato, sarei stato un sasso nel suo stagno, e lei un’onda contro le mie rive. Sarebbe cambiato qualcosa, e le mie viscere contorcevano nel desiderio di causare il cambiamento, e spasimavano nel terrore di perdere le briciole delle certe stasi, i frammenti dispersi di ciò che potrebbe essere e, non essendo ancora nulla, può essere tutto.
Le andai incontro, il suo sguardo inclinato lontano incrociò la traiettoria dei miei piedi e deviò appena i passi, per passarmi accanto, una carezza accanto alle cose, non voleva urtarne nessuna, non spostava nulla con la propria presenza, non cambiava nulla con il proprio diritto di essere, neppure me.
Nel mio spirito la risoluzione rovinò in un castello di carte; l’ombra delle sue ciglia non poteva essere scalfita, il dolore che luccicava al fondo del suo sguardo era intinto della paura di essere scoperto, doversi nascondere, soffocare fino a scomparire. Camminare solitaria, senza fretta, le dava il tempo di tenerlo negli occhi quel dolore, di non fingere a sé stessa come a ogni altro, di non mentire. E non aveva fretta di ricominciare a farlo solo perché io le andavo incontro con un sorriso sulle labbra e una speranza di cambiamento. Era sempre sola perché non voleva incontrare mai nessuno.
Quando mi passò affianco mi fermai, mi voltai a guardarla andare via, sempre uguale, sempre sulla stessa strada, sempre con lo stesso passo, sempre sola.
Complimenti all'autrice per questa bellissima, ma triste, storia d'amore non condivisa.
Malinconico, bello, struggente
Sublime!