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La figlia di Piero

Di Jacopo Zonca

 “…In altre parole, è più facile farsi amare che amare”

Rainer Werner Fassbinder


Non vuole cedere alle lacrime così si mantiene a distanza dalla cassa di mogano.
Nella camera fredda e pallidamente illuminata da luci neutre, il silenzio è bucato da qualche singhiozzo. Crisantemi arancioni e rose fresche color ossa cingono il feretro mentre il codazzo di parenti alla lontana tirati a lucido fingono costernazione. Sono tanti gli amici che si stringono attorno a moglie e figlia, le abbracciano, poi allungano la mano verso il legno chiudendo gli occhi, evocando ricordi sbiaditi o forse recitando il ruolo che occorre ricoprire a una veglia.
Piero non c’è più. Quello steso nella bara è solo un corpo vestito con un completo che in vita si sarebbe rifiutato di indossare.
La consapevolezza che il momento del trapasso fosse vicino ha scavato nella mente della figlia di Piero per un anno, da quando ha intravisto il velo di rassegnazione negli occhi dei medici. Da quel momento, la certezza che la morte sarebbe venuta a sconquassare le loro vite ha rosicchiato ogni speranza, proprio come la malattia si è cibata del corpo di suo padre banchettando con organi e tessuti.
Il sollievo nel saperlo in pace e lontano dalla sofferenza, ora la fa sentire ripugnante. Avrebbe avuto ancora bisogno di lui, si ha sempre bisogno di un padre. La figlia di Piero lascia che i pensieri fluiscano, è una statua che annuisce a sconosciuti che le porgono condoglianze.
Sono le mani delicate di Walter ad asciugarle una lacrima che non riesce a trattenere. Non se ne accorge, sente solo un lieve solletico al viso, ma quando alza lo sguardo, riconosce un volto familiare. Walter è invecchiato, i capelli ingrigiti testimoniano i vent’anni trascorsi, ma i grandi e dolci occhi nocciola, ora arrossati e gonfi di pianto, sono gli stessi che la rassicuravano da bambina.
«Piccola… Mi dispiace», sussurra.

Il giorno dopo, il cielo ha il colore dello zaffiro. È fine agosto, si celebra il funerale e si esegue la tumulazione. La figlia di Piero però non guarda il loculo appena cementato. Fissa Walter, che nel suo vestito scuro e immacolato è bello come il sole di quella mattina.
Nel momento dei saluti, Walter la abbraccia e furtivamente e le lascia un pezzetto di carta in mano.
«Se hai bisogno, questo è il mio numero».
Gli scrive la sera stessa, si vedono la settimana successiva per un caffè, lui la riaccompagna a casa e arrivati a destinazione decidono di invertire la rotta e andare in un parcheggio isolato, perché lei, in silenzio e con foga, si sta sbottonando i jeans, vinta da una voglia che non ha mai sentito con nessuno. Mentre Walter si immerge nell’essenza della ragazza, lei si sente tornare alla vita. Comoda sul sedile, le mutandine sul tappetino, la figlia di Piero massaggia la testa di Walter. Gode, la lingua di quell’uomo la fa volare lontano.
Nei giorni seguenti è talmente euforica da non riuscire a dormire. C’è una nuova energia che la prevarica e la possiede. Sì, la figlia di Piero è innamorata. Sente che dopo tanto patimento per la malattia del papà, dopo essersi ritirata dalla vita, ora è il momento di tornare nel mondo.

Gli incontri si susseguono, la figlia di Piero e Walter fanno l’amore, fanno sesso, scopano. Si scoprono teneramente e poi con voracità. Prima di ogni appuntamento si guarda, si fa bella, lo specchio diventa un’ossessione, si prova nuovi vestiti, si aggiusta i capelli castani e trova il mascara giusto per risaltare i suoi occhi verdi. Gli stessi di Piero.

Poi arriva il momento in cui le decorazioni adornano ogni angolo della città. Diventa sempre più freddo e un grande pino scintillante di lucine blu, gialle e rosse domina la piazza. Musiche e pubblicità martellanti, centri commerciali e negozi illuminati a giorno, negli alimentari e nei grandi supermercati ci sono piramidi di pandori e panettoni. Cosa regalare a Walter?
Decide di comprargli un maglione in cachemire blu scuro. Chiede consiglio alla commessa – una ragazza sui venticinque anni, la sua età – e confessa di aver paura che al suo fidanzato il regalo non piaccia.
«Impossibile» la rassicura la commessa, mentre arriccia il nastro del pacchetto.
Ma Walter è strano. Non risponde e quando lei decide di aspettarlo fuori dall’ufficio, appena lo vede nota un’espressione che non ha mai visto. Gli occhi dell’uomo sono furiosi. Non la saluta, non la guarda. E lei rimane lì, paralizzata, in piedi alla fermata dell’autobus con la borsa del negozio in mano.

C’è aria di festa, ma la figlia di Piero è dilaniata dal dolore. È il primo Natale senza il suo papà. Sua madre non si fa vedere, ma la figlia di Piero la sente singhiozzare ogni sera in camera da letto. I bagliori della città le pugnalano il cuore, le ricordano quello che non ha e darebbe la vita per avere: l’uomo che ama. Lei e sua madre passano la Vigilia facendosi forza, accendendo il fuoco come faceva Piero e mangiando il salmone che gli piaceva tanto, poi guardano Una poltrona per due come tradizione.
Ma la figlia di Piero sta male, ogni cosa le ricorda lui. Le ore durano giorni e i giorni non finiscono mai. Film e romanzi non la trasportano, non riescono ad agganciarla e non possono attutire il mal di stomaco che la tormenta. Walter è in vacanza con la famiglia a Washington, è dall’altra parte del mondo. Si ricorderà di lei?
In quei giorni di giubilo – per gli altri – e di martirio per lei, solo Instagram rappresenta l’appiglio all’esistenza del suo amato, ma allo stesso tempo è un raffinatissimo strumento di tortura.
La figlia di Piero sente un dardo bucarle il petto quando vede la foto che lo ritrae con la figlia piccola nella piscina riscaldata di un hotel a cinque stelle, si strappa le unghie a morsi mentre lo vede in un ristorante di lusso con i parenti – suoi o della moglie? – e figli vestiti a festa, poi singhiozza quando legge: “Il mio tutto” sotto uno scatto della famiglia al completo mentre sullo sfondo baluginano le luci e i colori della città americana.
Condividere contenuti può essere un’esca. Inizia pubblicando stories che la ritraggono sorridente e ottimista, un pomeriggio entra in un bar, ordina un caffè e un tramezzino, fotografa e condivide, ma Walter non visualizza. Si prova un vestito nuovo davanti allo specchio di camera sua, fotografa e condivide, ma Walter non visualizza. Posta una foto che la ritrae in costume da bagno: like da sconosciuti che le scrivono in privato porcherie che la fanno solo incazzare, ma il like di Walter non arriva e quello che per molti è una sciocchezza, per la figlia di Piero ha lo stesso effetto di una colata d’acido sugli occhi.
L’invidia la corrode. È invidiosa della moglie di Walter, del suo ruolo, del tempo infinito che ha a disposizione per sentire il suo sapore, il suo profumo, vivere ogni cosa con lui.
In lacrime, la figlia di Piero scende in garage, dove suo padre riparava e costruiva mobili di legno pregiato. Era un falegname molto stimato, Piero. Nell’aria la fragranza del legno e a terra cumuli di soffice segatura. Le mani della ragazza sfiorano il mobile liscio e ancora incompleto, ha l’impressione che le lacrime che sgorgano siano di sangue.
Quando l’agonia raggiunge l’apice e l’ansia che lui sia uscito dalla sua vita fanno vacillare seriamente il suo equilibrio psichico. decide di mandargli un messaggio… A cui non c’è risposta.
Piange, la figlia di Piero. Rantola e si accartoccia nel letto. Non ce la fa, ha bisogno di Walter… Che, in questo momento, sarà a letto con sua moglie e starà facendo le stesse cose che fa – o faceva? – con lei.
“Auguri… Spero di vederti presto. Mi manchi”, scrive al suo amore. Un messaggio che ancora una volta si perde nell’etere.

Gennaio: un attracco sicuro dopo la tempesta più violenta. Il suo animo si spalanca nel momento in cui si rende conto che si sbagliava, lui non se ne sarebbe andato dopo il soggiorno in America, anzi, sarebbe tornato ancora più dolce, affettuoso e affamato di sesso.
«Le vacanze sono vacanze… Non farci troppo caso».
Almeno questo è quello che Walter sostiene quando le telefona dall’ufficio.
Allora, se non si è dimenticato di lei, prova qualcosa. Sì, deve essere così.

Un altro incontro al motel, ma dopo il sesso, ora sempre più meccanico e freddo, Walter sparisce per settimane senza l’ombra di un messaggio. La mente della ragazza si inabissa.
La vita le scorre davanti ma non riesce ad acchiapparla: sono varie le offerte di lavoro che le arrivano sui portali web a cui si è iscritta, ma non le interessa. Non vuole lavorare. Non vuole costruire un futuro. I soldi della pensione di suo padre sono sufficienti. Vive in un presente sospeso. Deve concentrarsi su sua madre e affrontare la vita insieme a lei attraverso la quotidianità come una chiacchierata davanti a una notizia in TV, il pranzo, la spesa al supermercato, cose così: piccoli mattoni che costruiscono la realtà di tutti giorni. Questa volta, con Walter è finita.

Ma lui ricompare e nel petto della figlia di Piero esplode una granata. Frammenti di meravigliose sensazioni si incagliano in ogni anfratto di lei facendola tornare a respirare, vedere, vivere.
Sono messaggi romantici quelli che Walter le manda, magari il silenzio lo ha fatto pensare. Sì, si può ritornare all’idillio di settembre, il momento più esaltante nella vita della figlia di Piero. Sa che Walter può ricominciare a essere l’uomo perfetto: premuroso, dall’intelligenza affilata come un rasoio e la classe di un principe. Quelli sì che sono stati momenti indelebili, tanto da convincerla che a mandare quell’angelo, sia stato il suo papà.

«Ma tu riesci a vedere un futuro?»
«Certamente».
La figlia di Piero si butta: «Intendo con me…».
«Ah. In quel senso… Beh, io…Non posso lasciare mia moglie. Non è possibile, cerca di capire».
Si trovano nel Land Rover di Walter. Piove, il rumore delle gocce che si infrangono sul parabrezza sembrano enfatizzare ancora di più quelle dichiarazioni.
Va bene così, anche averlo a metà le basta. Non può tirarsi indietro ora, farebbe molto più male. Sa che sarà un inferno, ma un inferno di vita. Poi le cose possono cambiare, lei si farà amare, farà tutto pur di non farlo scappare, può farcela.
«Ti prego non abbandonarmi. Io non ce la faccio senza di te».
«Sei dolcissima, lo sai?» dice Walter, mentre pensieroso picchietta le dita sul volante. «E va bene, possiamo continuare a vederci. Ci sono delle cose che vorrei sperimentare. Che ne dici?»

Nella stanza numero quattro del motel, la figlia di Piero si fa penetrare violentemente mentre Walter le sputa addosso e poi le urina in faccia. La schiaffeggia. A Walter piace chiamare la moglie mentre la ragazza si masturba davanti a lui. Si siede su una piccola poltroncina e inizia la telefonata: «Ciao amore. Sì sì, sto per andare a dormire… Buonanotte tesoro. Dai un bacio a Pietro e a Camilla».
Una sera si presenta al motel con un borsone da palestra. Quando entrano nella stanza, Walter mostra i nuovi giochi e poi, per dare un’ulteriore botta al desiderio, un boccino di Popper. Lo aspira senza problemi, ma la figlia di Piero è restia. Se il suo papà la vedesse in questo momento?
No, non importa, alla fine è stato proprio lui a mandare Walter. Una tirata e via. Le sembra di essere investita da un torrente di lava. Ride mentre ogni muscolo si scioglie e una strana felicità la invade. Non si accorge nemmeno che Walter la sta ammanettando e in poco si ritrova carponi sul tappeto usurato della stanza con in bocca una sfera rosso fuoco simile al naso di un pagliaccio.

Una volta a casa, sotto il getto bollente della doccia, la figlia di Piero ha l’impressione di essere lurida. Un fango invisibile la ricopre. Consuma un intero tubetto di bagnoschiuma in granuli, fa fuori quel che rimaneva del costoso shampoo di sua madre: tutto il suo corpo è avvolto da un robusto strato di schiuma…Ma continua a sentirsi sporca. Tra le gambe, l’acqua trascina un rivolo di sangue.

La madre è ai fornelli e la figlia di Piero taglia le zucchine a quadrettini regolari. È martedì, la serata vegana. La cucina è satura dell’odore di spezie e l’aroma dei veli di cipolla che stanno friggendo in padella sigillano lo stomaco della ragazza. Sono passati otto mesi dalla scomparsa di Piero e madre e figlia ancora non riescono a parlare dell’uomo della loro vita. Nel silenzio, la signora si accorge che dietro lo sguardo neutro della figlia si annida un male profondo.
«Amore, anche per me è molto difficile…».
La figlia di Piero solleva gli occhi lucidi dal tagliere e abbozza un sorriso: «Tranquilla mamma. Ce la faremo».

«Perché mi stai facendo questo?»
Parla a bassa voce e stringe il cellulare tanto forte da farsi sbiancare le nocche.
«Ne abbiamo parlato in ufficio, no? Siamo d’accordo».
Brusio. Risate di bambini. «Tesoro… il papà sta lavorando, lascia stare Camilla, adesso arrivo».
«Ti prego dammi una mano perché non riesco a farla dormire…».
Sentire la voce della moglie ha un effetto strano sui nervi della figlia di Piero. Le sembra di avere spaccato la barriera trasparente e viscosa che la separa da Lui.
Fruscìo. Passi. Una porta che si chiude.
«Come cazzo ti salta in mente di chiamarmi così, e con un numero sconosciuto poi?»
«Ti devo parlare… Non sto bene».
«Ah, poverina… E telefoni quando sono con i miei?»
La figlia di Piero si sente avvampare, la paura la paralizza e ha l’impressione di avere incollata alla schiena una lamina di ghiaccio.
«L’altra sera mi ha fatto male. Non ho detto niente perché…».
«Perché, sentiamo!»
«Perché pensavo ti piacesse, cazzo!»
«Non urlare piccola ipocrita. Tu mi hai sedotto e adesso fai la vittima?»
La figlia di Piero si lascia andare a un istante di rabbia travolgente: «Ora dico tutto a tua moglie! Saprà quello che fai con me e quanto sei stronzo!»
Chiude gli occhi. Adesso la paura è talmente accecante da provocarle tremore in tutto il corpo.
«Scusa non…».
«Diglielo» conclude Walter, dopo un istante di silenzio. «Diglielo pure, tanto non ti crederà nessuno. Soprattutto Katia».
«Scusami, davvero, amore mio…».
«Dovresti vergognarti… Dirmi queste cose quando ci sono bambini di mezzo…».
«Perdonami, ti prego!» supplica la figlia di Piero in preda al panico, ma ormai è troppo tardi. Walter ha riattaccato.

Ci vogliono due settimane perché le acque si calmino. La figlia di Piero passa le giornate a ipotizzare scuse, progetta modi per riavvicinarsi, elabora progetti di incontri fintamente casuali, ma è tutto inutile. La consapevolezza che non ci sia più speranza la disintegra. Vomita molto spesso fiotti di bile.
È dolore. Un dolore ancora più allucinante e incompatibile con qualunque esperienza abbia avuto in tutta la sua giovane vita, ancora più atroce e inspiegabile del male che ha patito e patisce ogni giorno per la morte di suo padre. Si masturba più volte al giorno per placare la tensione. La figlia di Piero si allontana di ora in ora dalla realtà che ha davanti, addentrandosi in un regno dove non ci sono più regole, si parla un’altra lingua, si respira un’altra aria. Dove si trova lei ora, tutto è ribaltato e fuori fuoco.

Il messaggio le arriva mentre sta cenando. Improvvisamente, il cuore ricomincia a caricare energia, talmente tanta da darle il sentore che tutto attorno a lei possa scoppiare. Appoggia la forchetta delicatamente sul piatto. Walter non poteva resistere a quelle foto, lo sapeva, era questione di ore.
«Mamma. Mi ha mandato un messaggio Greta».
«Ah, come sta? è una vita che non la vedo».
«Male…Ha litigato ancora una volta con sua madre e mi vuole parlare. Scusami, devo andare».
«Ma piove e non hai praticamente mangiato. Aspetta!»

Ha visto diversi video dove alcune foodblogger mangiavano pietanze al ritmo di musica. Makeba è un brano allegro e frizzante, le piace ed è di tendenza: garantisce visualizzazioni numerose. Rivolge l’IPhone verso di sé. Si siede davanti al cellulare nuda, lorda di sangue. In grembo tiene un pezzo di carne. Taglia un pezzetto, muove la testa a ritmo di musica e mette in bocca il brandello crudo.
Walter è ancora sul letto, la fronte sfondata con un colpo di mazza da carpentiere, il torace è infilzato da un forchettone per arrosti e il ventre è squarciato per il lungo.
L’intestino è un gomitolo di carne sanguinolenta sopra le lenzuola. Chiodi lucidi e lunghi sono conficcati nei polsi e la gola lacerata gocciola sangue che la figlia di Piero ha bevuto avidamente poco prima di tagliare il pezzo di carne prescelto con la lama di ceramica. Makeba- Makeba- Ma qué bella, ohé!
Si diverte la figlia di Piero. Vicino al cellulare, gli occhi cavati di Walter sembrano fissarla. Continua a divorare la carne, sorride e guardandosi attraverso lo schermo del cellulare si rende conto che le lacrime stanno lavando via il sangue secco dalle guance. Seghetto, martello e coltelli vari sono buttati vicino al letto, coperti di sangue denso. Mastica e ingoia i bulbi oculari del suo amore scoprendo l’incredibile morbidezza che si cela all’interno di essi una volta rotta la prima membrana…

«…E vorrei continuare a mangiare ogni parte di lui fino a quando mi portano via».
La dottoressa prende appunti, il camice bianco come le pareti spoglie della stanza.
«Ma non avrei mai la forza di fare una cosa del genere… Sono inutile» confessa la figlia di Piero, mordendosi un labbro a sangue.
«Pensavo… Che lui mi avrebbe amata. Se avessi fatto tutto quello che voleva, lui avrebbe scelto me».
La dottoressa scuote leggermente la testa, un sorriso dolce che supera la neutralità del ruolo di psichiatra.
«Abbiamo del lavoro da fare, ma ce la faremo. Fortuna che sei arrivata qui in tempo. Non percepire questo posto come una prigione, ma come un luogo dove tutti sono qui per aiutarti».
«Nessuno mi può aiutare».
Ripensa a sua madre, quando l’ha inseguita e lei è crollata davanti al cancelletto di casa, sconvolta dai tremolii, le lacrime che si mescolavano alla pioggia.
«Cominciamo dal tuo nome. Io mi chiamo Elena. Tu come ti chiami?»
Ed è in quel momento che la figlia di Piero alza lo sguardo e capisce che una chiacchierata con questa donna, forse, se la può concedere. Ha consultato tante dottoresse in quei giorni, ma lei sembra essere quella più comprensiva. Deglutisce.
«Mi chiamo Irene…».


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