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Please Don't Go

  • 1 lug
  • Tempo di lettura: 5 min

di Marta Grima


Un elegante nightclub in stile cabaret con ballerini, una cantante, una cartomante e ospiti sotto un lampadario verde.


Dovevo alloggiare al Please Don’t Go di Rimini soltanto una notte, invece trent’anni dopo sono ancora qui.

Dalla maturità ho sempre lavorato come commesso viaggiatore, attività che mi ha condotto nei luoghi più sperduti d’Italia. Ho provato a vendere aspirapolveri automatiche, enciclopedie con lettore ad alta voce integrato, cuscini autoriscaldanti per divani, sedie con imbottiture ad acqua piene di pesci rossi e parecchie altre innovazioni. Ogni volta un fiasco.

Nel 1995 avevo ventisette anni e vendevo un robot sforna-cibo per le aziende chiamato Fudy, che aveva tutte le carte in regola per rivoluzionare la pausa pranzo e la pausa caffè. Bastava digitare dei semplici codici sul petto di Fudy per fargli sputare lasagne alla selvaggina, pasta al pesto di frutti rossi, barrette proteiche al gusto cocktail di scampi e caffè aromatizzato all’aglio nero. Un vero prodigio.

A luglio di quell’anno avevo appuntamento con un pezzo grosso della riviera romagnola, un industriale vecchio stampo, e ho prenotato una stanza al Please Don’t Go su consiglio di un collega di Cattolica, un tizio che fatturava il doppio di me ma a cui nessuno avrebbe dato due lire.  

Sono arrivato al Please Don’t Go alle tre in punto, l’orario che mi era stato indicato per il check-in. Da fuori l’hotel sembrava un teatro dismesso. La struttura color ocra era disseminata di crepe e scrostature e si sventrava in rientranze identiche a palchetti, illuminate da piccoli fari. Un tendone rosso, sbiadito e sgualcito, copriva la porta di ingresso. Per sicurezza ho chiesto a un passante se fosse quello l’hotel Please Don’t Go, come recitavano le lettere di ottone affisse poco sopra all’attaccatura del tessuto, e lui ha annuito. Ho aperto il sipario e sono entrato.

Mi ha accolto un uomo sulla cinquantina con un occhio azzurro e uno marrone. I capelli e la barba lunga legata in un codino sembravano cotone appena raccolto, il viso rugoso e abbronzato lo faceva assomigliare a un fachiro. Gli ho detto il mio nome, lui ha sorriso senza mostrare i denti e ha iniziato a scorrere un lungo elenco.

«Ma l’hotel si chiama così per le ragazze di Non è la Rai?» ho chiesto, nell’attesa.

L’uomo ha alzato la testa, ha sollevato l’indice e me l’ha puntato contro.

«Perché? È un fan?»

«Beh, sì. Insomma… Mi piaceva. Dopo la scuola lo guardavo con mia sorella».

L’uomo ha rivelato denti enormi, sfavillanti, e mi ha consegnato la chiave e un biglietto: “Appuntamento stasera alle 21:00 nella hall per un tour speciale dell’hotel Please Don’t Go”.

«Grazie».

Me ne sono andato con lo sguardo dell’uomo incollato alla schiena. Da fachiro a incantatore di serpenti. Se gli oggetti e le persone nell’atrio avessero cominciato a fluttuare, non mi sarei stupito più di tanto.

Mentre aspettavo l’ascensore mi sono guardato intorno. Il pavimento e le pareti erano ricoperti di moquette nera tempestata di grosse stelle gialle e fucsia, i facchini indossavano divise marroni consunte e stivali a punta con i tacchi, il lampadario di smeraldo si abbassava di un millimetro a ogni minuto e per poco non collideva con il cesto di banane sul tavolo di vimini.

La camera non era poi così diversa, con l’aggiunta di un letto a baldacchino con i drappi in lamé e un bagno con i sanitari rosa antico. Mi sono sistemato e mi sono messo a dormire, tanto l’appuntamento con il cliente era il giorno dopo.

Al risveglio ho finito i resti del pranzo al sacco e mi sono preparato per l’appuntamento nella hall. Stavo sbucciando una banana quando l’uomo dagli occhi bicolori mi ha raggiunto. Indossava un frac completo di cilindro e bastone con pomello in osso.

«Wow!» ho esclamato, mentre con le dita mi tastavo il colletto mal stirato della polo.

«Solo il meglio per il tour speciale del Please Don’t Go!»

Ci siamo infilati in una porta d’emergenza e l’uomo ha chiamato un ascensore riservato al personale. L’odore all’interno era un misto di spezie orientali, stoffe infeltrite e profumi fruttati. L’uomo ha premuto il tasto S, posto sotto il piano 0, e l’ascensore ha iniziato scendere con scricchiolii e frenate brusche.

«È normale che faccia così?», ho chiesto.

«Sì, tutto nella norma».

Procedevamo lentissimi.

«Comunque, mi chiamo Mompracem».

«Come il covo di Sandokan!»

«Esatto».

«Io sono Edson. Ma lo sa già, perché ha visto i miei documenti».

«Pelé!»

«Già. Mio padre ama il calcio».

«Siamo arrivati».

Mompracem mi ha indicato la strada, un corridoio stretto e buio. In fondo si intravedeva un paravento giapponese a fiori, dietro al quale suonava una melodia familiare, una canzone che conoscevo, ma che non riuscivo a decifrare. Ho scostato l’intelaiatura stando attento a non romperla e sono entrato.

«Benvenuto nei sotterranei del Please Don’t Go!» ha urlato Mompracem, per sovrastare il marasma.

Più guardavo e ascoltavo, più mi sembrava che occhi e orecchie si ingrandissero per immagazzinare una quantità esorbitante di immagini e rumori.

«Ma quelle sono le ragazze di Non è la Rai

Ballavano Please Don’t Go dei Double You in un angolo tappezzato di foto di piscine e palme.

«Sembrano, ma non sono loro. Ogni tanto vengono quelle vere. Oggi, per esempio, ci sono Miriana Trevisan e Cristina Quaranta. Ieri c’era Ilaria Galassi».

«Ilaria Galassi?! È la mia preferita!»

«Magari ritorna».

«E che fanno lì?»

«Ballano Please Don’t Go».

«Non smettono mai?»

«Certo che no! L’hotel si chiama così per loro. E per Non è la Rai, naturalmente. Ecco perché sei qui. Questo tour è concesso solo a chi fa la domanda magica, quella che mi hai fatto mentre cercavo la tua prenotazione».

Ho annuito con il gesto meccanico di chi sta realizzando un sogno e ne è cosciente.

«Andiamo avanti!»

Ci siamo portati al centro dell’immensa stanza. Da un lato c’era un banditore d’asta che vendeva collane di perle a una platea inesistente, poco più avanti una cartomante che leggeva le carte a sé stessa. E poi una contorsionista senza gambe e braccia, un disegnatore di tappeti persiani che tracciava linee nel vuoto, un cantante muto che intonava Maledetta primavera, un prestigiatore che rivelava tutti i suoi trucchi, un sosia di Jerry Calà che ripeteva di continuo: «Non sono bello, piaccio!»

Ruotavo il collo da una parte all’altra come un passerotto impazzito. Avrei voluto conoscere tutti, offrire i miei servigi, ballare con le ragazze e intanto aiutare la cartomante a decifrare i tarocchi. Le pupille mi brillavano. L’uomo rideva sotto la barba bianca.

«Sapevo che ti sarebbe piaciuto!»

«Ma… chi sono queste persone? E cosa fanno qui?»

«Erano ospiti del Please Don’t Go, proprio come te. E, proprio come te, erano stufi della vita che facevano».

«Che ne sai tu di come mi sento io?»

«Ho conosciuto tanta gente nella tua situazione. Sono stato io ad aprire questo posto nel gennaio del 1992, poco dopo l’inizio di Non è la Rai. L’estate precedente mia figlia aveva fatto due provini, ma Gianni Boncompagni l’aveva scartata. Nello stesso periodo il suo fidanzato l’aveva lasciata. E lei era caduta in depressione. All’epoca lavoravo come giocoliere in un circo, non c’ero mai. Quando sono tornato dal tour in Bulgaria era troppo tardi. Lei e mia moglie se n’erano andate, e da allora non ho più loro notizie».

Ho dato una pacca sulla spalla ossuta dell’uomo e ho cercato una finestra, ma non l’ho trovata. Cosa c’era fuori? L’ennesimo cliente che avrebbe rifiutato Fudy, la mia compagna che non potevo sposare perché ero povero in canna, mio suocero che voleva assumermi nella sua macelleria.

«Voglio rimanere qui», ho detto.

«Ne ero sicuro!»

«Potrei mettermi in quello spazio vuoto vicino alle ragazze di Non è la Rai con il mio robot-ristorante, Fudy».

«Sarebbe perfetto!»

Ed eccomi qui dopo trent’anni. Oggi Fudy sforna piatti più light, al passo con i tempi. Da quando ho saputo che le pennette alla vodka sono passate di moda ho aggiornato il menù, che oggi prevede insalata russa con seitan e maionese vegana, polpette all’ananas con anacardi e porridge ai broccoletti. Non più di tre pietanze, tanto non mangia mai nessuno.

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