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Vento

  • 24 giu
  • Tempo di lettura: 9 min

di Stefania Persano


Un uomo e una donna su un ballatoio che si affaccia su una città illuminata dalla luce dei neon. I capelli delle due figure sono mossi dal vento. La donna è appoggiata alla ringhiera con le mani in tasca, mentre l'uomo è davanti a lei e ha in mano una sigaretta e un drink. Sono circondati da un'inquietante luce blu-violacea.


La città è immutata – almeno lei – nonostante siano trascorsi tanti anni quante le dita di tre mani normodotate. Ci è ritornato per inspirare un’evasione momentanea, saltare uno steccato, provando a dimenticare che presto dovrà ri-saltarlo nell’altra direzione.

Sta concludendo un giro ozioso per il quartiere scialbo in cui ha prenotato l’hotel. Ha scelto quello non per economizzare – non è più spiantato come quindici anni fa – ma per godersi l’anonimato, una concessione più attraente di qualsiasi attrattiva. Non che sia una celebrità, ma capita che qualcuno lo riconosca: «Sei quello della serie sui rave?» Lui di solito annuisce, l’altro commenta: «Grande, mi è piaciuta» e di solito lo scambio finisce lì. Quello della serie sui rave. Non l’attore, ovvio – altrimenti non sarebbe liquidato così in fretta – ma lo sceneggiatore.

La serie. Quella creatura nata nell’underground e finita nel mainstream. Sfuggita al suo controllo, come un figlio che si ribella. Diventata un culto, quindi un generatore di impensabile fatturato. Quel figlio ribelle l’ha insieme arricchito e intristito.

 

Gli piace girovagare, far serpeggiare lungo strade indifferenti i suoi passi da evaso temporaneo. Flaneur: gli piace il suono della parola. Uno che se ne va a zonzo, incurante del tempo che gli sbraita addosso la sua condanna al nulla. Un poeta: la versione infiocchettata di uno straccione. Due maschere che non lo rappresentano, perciò lo ammaliano.

Ha una brioche mezzo abbrustolita in mano e inveisce mentalmente contro il fornaio che gliel’ha venduta. Si è lasciato da poco alle spalle la panetteria, quando incrocia sul marciapiede un paio di occhi foderati da lenti a specchio, smaltate del riflesso di un sole argentino. Ipotizza che gli occhi stiano guardando nella direzione opposta alla sua, ma non può esserne certo. Si ferma per un secondo. No, non può essere. Ha un sussulto. Tempo di realizzare in forma di pensiero che cosa l’ha scatenato, di voltarsi per appurare che quegli occhi appartengano alla persona a cui immagina che appartengano, che già la loro proprietaria, chiunque sia, è sparita oltre l’angolo. Soffoca l’impulso di seguirla: deve essere stata un’allucinazione. Eppure è convinto di aver anche captato una grandinata di riccioli lungo la montatura degli occhiali: riccioli fuori controllo, già visti, annusati, toccati.

Fatica a ritrovare la via dell’hotel dopo questa visione (o abbaglio) così casuale, incausale e inconsequenziale da suffragare la tesi dell’assenza di architetti dietro l’edificio della realtà. Si è perso. D’altronde ricorda poco della città, non tanto perché quindici anni sono tanti, quanto perché quindici anni prima evitava di regolare l’obiettivo del ragionamento sulla messa a fuoco dei luoghi, finendo con l’immortalarne solo impressioni scontornate.

 

All’epoca era un ventisettenne affamato, perlustratore di paradisi e inferni sonori. Si avventurava in sale anguste nelle periferie e in campi alle porte delle città, spazi diversi ma accomunati dai bassi poderosi, cadenzati, marziali che li percorrevano. In queste impalcature ritmiche emanate da casse giganti guizzavano sinuosità melodiche, rade e preziose come ricami su stoffa grezza. Attraversando quei portali sonici, osservava lo smagliarsi della realtà e il conseguente, liberatorio sfaldarsi del cosmo in caos. Provocava la vita per esserne assalito. Non l’avesse fatto, avrebbe finito con l’essere lui a dissezionarla, e così dilapidarla. Gli eventi, ridotti a frammenti senza più unità, gusto, anima, sarebbero diventati concetti. Genuflesso al trono della logica, si sarebbe accontentato di quel che rimane della vita quando è piegata a quella sudditanza: immagini sventrate di realtà, paccottiglia. Dei randagi notturni con cui aveva dimenato gli arti allo stesso ritmo non sarebbero rimasti che freddi messaggi desunti da codici espressivi, incarnazioni sub-culturali, slogan. Delle cose, un centrifugato di parole. Non voleva che questo avvenisse. Voleva continuare a fare del suo corpo uno scudo di resistenza al pensiero.

Tutto questo prima che arrivasse la vita adulta, quella ufficializzata col sigillo dei trent’anni e rivoluzionata dalla sua creatura ribelle che aveva preso la direzione opposta a quella impartita. Che, allevata per opporsi alla concettualizzazione dell’esperienza, ne era diventata l’araldo. Prima che, alle sedute di masturbazione collettiva in cui critici e accademici discettano sulla pregnanza semiotica della subcultura rave e sulle sue rappresentazioni più riuscite, si iniziasse a citare suo malgrado il suo nome.

 

Quella sera di quindici anni prima era finito su un ballatoio schiaffeggiato dal vento. Il vento nella città era famigerato per la sua furia quasi carnale. Non era una semplice corrente, ma una manata, uno sballottamento. Era un vento patriarcale, un marionettista rubizzo, un Mangiafuoco: non si muoveva con te: ti muoveva con sé.

Dentro casa si ballava, si rollavano canne, si arrischiavano discorsi sconclusionati, si controllava di avere addosso l’equipaggiamento giusto (ecstasy e speed, o “E’s and Wizz”, come cantavano i Pulp) per la destinazione successiva: una festa di cui ancora non era chiaro l’indirizzo, ma scoprirlo sarebbe stato parte dell’avventura.

Lei era salita sul ballatoio mentre lui intervallava boccate di sigaretta a sorsi di vodka. Il ballatoio era stretto, coperto di piastrelle sbeccate tra cui scorrevano ruscelli di cemento, pieno di lucine e mozziconi di citronella fumanti. Tra le inferriate arrugginite del balcone erano infilati polpacci, piedi, mani sorreggenti gin tonic casereccio. Lei si era passata le dita dietro le orecchie per far finta di mettersi in ordine i capelli – che, incuranti, le continuavano a grandinare sulla fronte – e aveva poggiato la schiena sul corrimano. Gli era sembrata inavvicinabile. Si era avvicinata lei. L’aveva colpito il suo modo di guardare davanti a sé con occhi impassibili, quasi sfidasse la realtà a entrare nel suo campo visivo. Avrebbe desiderato sfoggiare anche lui uno sguardo simile, ma il suo dominio di sé stesso era una simulazione. Lei era solida, stabile. Lui si muoveva a scatti nervosi, sforzandosi di imprimere la sua volontà nei suoi gesti, di non cedere a quella del vento. Temeva che quella forza sibilante per le strade e rimbombante nelle piazze lo avrebbe travolto. Doveva opporre una resistenza continua, perché aveva ventisette anni ma la fragilità di un diciassettenne. Anche la sua pelle era fragile, millimetrica, di pergamena. Il vento gliel’avrebbe squarciata, se gliel’avesse lasciato fare. La pelle di lei, al contrario, era un abbaino marmoreo, roccia che il vento forgiava e irrobustiva. Quanto sarebbe stato consolatorio strofinare l’una contro l’altra le loro pelli, aveva pensato, abbandonarsi per un momento all’illusione del significato, alla fede. Non affannarsi in una lotta impari con la forza disgregante del vento. Non essere costretto ad aggrapparsi a istanti sventrati di lucidità per non annegare nel rigore mortuario della teoria.

Si erano baciati casualmente, quasi per scherzo, e nessuno dei due era andato al rave. Erano finiti in un ostello scalcinato. La fortuna – o la scarsa allure turistica della città – aveva fatto sì che, nel dormitorio da otto, l’unico letto occupato fosse il loro. Il giorno dopo già solcavano insieme il corpo della città, scansando le arterie principali, inoltrandosi nei capillari, nei crocevia, nelle piazzette spoglie di gente e adorne di rifiuti. Il vento, ancora addormentato, russava.

Lei percorreva la città come se ci fosse nata. Lui le aveva chiesto se fosse così. No, aveva risposto, ma non aveva aggiunto altro, così gli era rimasta ignota la sua provenienza. Si era limitata a dire che ci aveva passato tanto tempo – tempo intermittente ma denso. «La amo molto». Non aveva spiegato il perché, ma si poteva facilmente intuire: caotica, funestata da gomitoli di cartacce e fogliame in balia del vento, lineare eppure sfilacciata, geometria quadrangolare trafitta da un fiume inquinato, con cicche galleggianti sull’acqua e bottiglie vuote ad addobbarne gli argini. Tutto questo lei non lo diceva, né vi alludeva indicandolo col dito. Camminava con un’espressione neutra sul viso già allora accarezzato dagli anni, incedendo sicura come un cane guidato dal fiuto: non le occorrevano i segni grafici su carta delle mappe, né i segni verbali dei passanti, né quelli frutto di codici opachi del GPS – di cui comunque non disponevano, perché all’epoca lo smartphone era un lusso o una stravaganza. Il suo orientamento si nutriva di pura memoria sensoriale, di sensazioni impresse sul corpo. Sembrava non avere terra né lingua. Sembrava non averle mai avute, o essersene sbarazzata per riappropriarsi di quello che la terra e la lingua, modellando, marchiano e conquistano: il corpo. La sua testa si inclinava nella direzione giusta, guidata da virate muscolari, in un apparente ammutinamento dell’intenzione. Sembrava aver avuto mille vite e nessuna vita in particolare, un animale senza coscienza storica, tutta presente, zero narrazione.

 

Quindici anni dopo vaga per quelle stesse strade pensieroso. Proprio non ricorda la strada per l’hotel. Vorrebbe avere un altro abbaglio di quei ricci, ma che voglia stupida è? Molto probabilmente non è nemmeno lei che ha visto. È diventato un sentimentale? Lo è sempre stato? Anche quando andava alle feste illegali e a quelle nelle case di estranei, giustificando il suo rifugiarsi nella sensazione con l’esigenza di ripararsi dall’astrazione… Ma forse la vera minaccia non è mai stata l’astrazione, quanto l’emozione, il rischio di farsi travolgere. Chi ha detto che l’emozione viene da dentro? È un nemico che piomba dall’esterno, un burattinaio. Non troppo dissimile dal capitalismo: emozioni e soldi avevano vinto la sua resistenza con la stessa violenza.

Era lei o non era lei? Pian piano i dettagli dell’abbaglio, anziché sbiadire, si definiscono: ecco apparire nella mente le guance, dalla forma riconoscibile benché solcate da rughe nuove, e la bocca, un po’ più screpolata ma dal disegno inequivocabile…Sì, sì, era proprio lei, stabilisce.

E ora che l’ha rivista, o ha creduto di rivederla, che fare? Come togliersela dalla testa per quel che resta della vacanza? Torna sui suoi passi. No, non era lei. Scuote la testa. Me la sono solo inventata, si dice, e sente che la frase si può applicare tanto all’abbaglio di cinque minuti prima quanto a quello di quindici anni fa. Non conta che l’uno sia durato qualche istante e il secondo due giorni. O meglio due notti – col ghignare del vento da sotto le imposte della finestra e, attaccato alla loro stanza d’ostello, il dlin dlon dell’ascensore che arrivava al piano e le risate ubriache dei ragazzi che ne sciamavano fuori e che per fortuna si riversavano in altre stanze, non nella loro (ma in quei radi secondi tra il dlin dlon e il cessare delle risate, loro si immobilizzavano, si tiravano addosso il lenzuolo, si guardavano e ridevano come bambini uniti da una bricconeria). La città sotto, la notte sopra, il vento attraverso. Le pareti erano di cobalto, perché il cielo penetrante dalle imposte le dipingeva del suo colore. Invenzione o no, quel tempo era stata un’esplosione di realtà. Si erano aggrovigliati, versati addosso liquidi, morsi. Curioso quanto fare l’amore sia spesso vicino allo sbranare. Dopo le poche ore che separavano la loro seconda notte insieme dal secondo mattino, erano usciti. Quattro passi, l’acquisto di un pacchetto di tabacco trinciato al primo chiosco, un gelato e un ghiacciolo, più per anestetizzarsi che per rinfrescarsi. Il treno di lui era arrivato al binario mentre fumavano l’ultima sigaretta insieme. Nelle trentasei ore dall’incontro sul ballatoio al commiato in stazione si erano scambiati meno di cento parole, perlopiù ingarbugliate, incoerenti, irrelate. Le loro voci avevano modulato versi più che discorsi. Non che ne avessero sentito la mancanza. Il vuoto di senso era stato pieno di significato. Il fruscio delle foglie continuava ad animare l’ondeggiare dei rami in alto e lo spostarsi delle suole in basso. Tutto era stato nuovo e inedito, come le esperienze di un bambino o la trama di un sogno.

«È stato bello. Stai bene».

«Anche tu» le aveva risposto lui, con un piede già sul predellino del treno. Poi si era accorto che non era chiaro che cosa volesse dire: anche tu sei bella, o anche tu stammi bene. Lei non aveva investigato. Era andata via lieve, la sua sagoma sempre più piccola man mano che la distanza si faceva più grande. Lui era rimasto per un po’ fermo nel vagone, in piedi, a cercare invano di sentire da oltre il finestrino l’assolo dei suoi passi sulla sinfonia in crescendo del vento.

 

Nei quindici anni seguenti, lui ha perso un po’ di quella disarticolatezza che lo faceva muovere a scatti – forse si è irrobustito, o semplicemente è invecchiato. Più probabile la seconda. La robustezza di lei non aveva niente a che vedere con la vecchiaia. Rivedendola di sfuggita quel mattino, ha rivisto anche le sue gambe che gli si allacciavano attorno ai fianchi, le sue unghie conficcate nella sua schiena, le sue ciocche scomposte che si insinuavano dietro il collo e sulla gola di lui come tentacoli umidi. Le istantanee della loro lotta amorosa si sovrappongono a quelle degli occhi di lei, stamattina protetti dalle lenti, quindici anni fa inermi e divaricati sulla realtà, come se non sapesse o non le importasse che ne sarebbe stata fatta a pezzi, come tutti. Ma ha rivisto anche le cose non successe: il rave a cui non sono andati, le parole che non si sono detti, il numero che non le ha chiesto.

Ma forse tutto questo è solo quello che lui immagina. Forse lei non ha niente di quello che lui le appiccica addosso. Forse è una persona completamente diversa, forse lo è sempre stata, forse non è mai stata. Forse non solo non è lei quella che ha creduto di vedere, forse non l’ha nemmeno mai incontrata. Forse lei non è mai esistita.

 

Ecco l’hotel, ce l’ha fatta a ritrovarlo. Passa la carta sul lettore elettronico all’ingresso. La porta scivola via dal cardine e subito si spalanca per effetto di una folata furiosa, rischiando di centrarlo in piena faccia.

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