Lacrime animali
- 14 ore fa
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di Leonello Ruberto

Non mi sono mai piaciuti gli animali. Nel senso che non mi è mai piaciuto entrare in contatto diretto con loro, perché gli animali mi piacciono tantissimo da vedere, sapere che ci sono e sono liberi e stanno bene.
Se non ho mai avuto confidenza con i cani è dovuto a come sono cresciuto.
Diffidente com’ero, mi facevano paura perché non mi ignoravano. Ero un fifone, e anche se non mi chiamano più così perché sono grande, questo non vuol dire che non sono sempre io.
In fondo i cani oltre a correre e saltare possono mordere. E anche se non mi farebbero mai del male, non si sa mai. Perché rischiare? Ognuno a casa sua e viviamo in pace tutti.
Mi piacciono di più i gatti perché meno invadenti, per come la vedo io sempre per il discorso di prima. Ma sono degli animali selvatici, con un fascino immenso ma pur sempre selvatici, e non facili da prendere in mano se non li sai maneggiare.
In fondo non prendo in mano nemmeno i bambini per lo stesso motivo che non saprei come prenderli.
Ma nonostante queste mie difficoltà io sono il tipo che non ama nemmeno chiamarli animali, o che ama chiamare animali anche gli uomini, un tipo che di solito se li spupazzerebbe tutti quando li incrocia.
Diciamo che io li rispetto, li ammiro con quelle capacità di fiuto e udito ed equilibrio e forza scattante che noi uomini ci sogniamo, ma non per questo sono in grado di accudirmeli e baciarmeli. Diciamo che sono un tipo strano.
O almeno mi piacerebbe essere considerato un tipo strano, particolare, speciale, per esempio uno scrittore un po’ pazzerello.
Ovviamente non è così, troppo lusso essere considerati strani. Rimango solo un tipo come tanti, sconosciuto, da girare la testa dall’altra parte.
E allora quanto mi manca in fondo il cagnolino che si avvicina a farmi le feste, anche se il mio istinto si preoccupa dei pantaloni che potrebbero macchiarsi, e dell’ossessione esagerata delle caviglie non coperte perfettamente che potrebbero essere addentate.
Sapete, anche io una volta ho avuto un cagnolino.
Avevo undici anni, e una vicina di casa non poteva tenerlo più per via del suo padrone di casa che non voleva cani nel suo appartamento.
Mio padre pensò bene di portarlo da me.
Mi avrebbe fatto bene, mi avrebbe sbloccato, avrebbe smorzato all’origine quella tendenza a deprimermi che avevo.
E io lo sapevo bene, quindi non mi opposi per niente come ci si poteva aspettare. Anzi, alla fine aspettai con impazienza quella novità per me, che forse avrebbe cambiato tutto me, o una parte di me.
Quando il cagnolino arrivò, anche se un po’ impacciato cominciai a prendermene cura.
Si chiamava Libby, una cagnolina credo, non la dimenticherò mai.
Non le cambiai il nome, non gliene diedi uno mio. Lei non era mia, ma potevamo diventare amici.
La lavavo, prima da lontano spruzzandola con l’acqua. Ma vedevo che aveva più paura di me, e quello che stavo facendo mi sembrava una tortura.
Così me l’abbracciavo un po’, cercando di avvolgerla con l’asciugamano, e quella si agitava viva e calda sotto, e lo stesso poi scoprivo con orrore che mi aveva macchiato tutta la mia nuova maglietta bianca. E l’acqua aveva peggiorato tutto.
Ma dopo giornate intere con Libby sentivo che così facendo mi ci sarei affezionato, ce l’avrei fatta a migliorarmi un po’.
Ma la notte: incubo. Libby piangeva tutta la notte, guardava fuori, sognando con gli occhi la sua padrona.
Io non ero il suo padrone e non lo sarei stato mai, il padrone esiste solo per gli schiavi e nessuno è schiavo.
Forse mi odiava anche se non le facevo del male. Forse non mi odiava: semplicemente voleva ignorarmi, per Libby non dovevo esistere, ero solo un fastidio che non le permetteva di concentrarsi e capire come riavere la sua padrona. Non aveva tempo per me.
E una mattina non la trovai. Era scappata via.
Ero un bambino e corsi a cercarla preoccupato, quasi fino a sudare nella mia maglietta pulita e stirata.
Una persona del quartiere vicino mi disse che forse “quello era il mio cane”.
Lo seguii, e la vidi accucciata tremante e tutta sporca, quasi inselvatichita da una sola notte fuori.
Era già cresciuta un po’, cresceva davvero in fretta, e dovetti metterci una bella forza dei miei braccini magri per tirarla su.
Me l’abbracciai saldamente, incurante del suo dorso sporco che mi macchiava tutta la maglietta. Anche se avessi dovuto buttarla non importava. Io e Libby ce l’avremmo fatta.
Naturalmente non ce la facemmo, e con sollievo di tutti mio padre la restituì alla sua padrona.
Le immagino tutte commosse che si fanno le feste sul serio, loro che sanno come farsele, perché io non c’ero.
Libby aveva seguito mio padre, lo aveva seguito come seguiva me o chiunque altro che non fosse la sua sola e unica padrona, senza particolare trasporto.
Era andata via, senza voltarsi. Senza salutarmi.
Così imparai che i cani non salutano quando vanno via. Proprio come certe persone.


