Seta giallina a fiori rosa
- Reader for Blind

- 5 lug 2023
- Tempo di lettura: 7 min
di Agnese Capiferri

Seduta alla scrivania di vetro, mi godevo la quiete del primo pomeriggio. Quella mezz’ora di limbo in cui non tutti sono rientrati dalla pausa e il lavoro ti viene a riprendere con dolcezza. Il sole primaverile filtrava dai grandi vasistas sul soffitto e io, come tutti i meteoropatici della città, mi ero sentita energica e curiosa fin dal risveglio, perché Londra sembra davvero il posto più bello del mondo quando il cielo è così limpido. Me ne stavo seduta alla scrivania a mandare in stampa decine di etichette da pacco, per rispedire ai quattro lati d’Europa la moltitudine di prodotti fotografati il giorno prima in studio. La bassa manovalanza del mio ruolo, la chiamavo: chinata per ore a fare scatoloni, srotolare nastro adesivo, e consegnare migliaia di sterline di guardaroba (fantastico) in mano a corrieri ignari e sorridenti. Era il momento poco glamour che arrivava immancabilmente dopo due giorni passati sul set, tra luci fortissime, slanci creativi e fotografi sempre troppo carini. Ma mi piaceva comunque da morire. Non dovevo pensare a nulla e potevo starmene in pace a immaginare di tutti quei posti – questo torna a Valencia, questo a Stoccolma, questo a Milano. Mi veniva un po’ di nostalgia quando spedivo qualcosa in Italia, agitata da quel pizzicore patriottico per il quale un destinatario sconosciuto diventava subito un nome amico. Indossavo il vestito lungo di seta giallina a fiori rosa che avevo comprato in un negozio second hand di Pimlico, una scelta davvero poco felice vista la quantità di volte in cui mi sarei dovuta chinare e rialzare e fare le scale quel giorno, ma quando le mattine iniziano con un cielo così, io voglio solo indossare vestiti romantici. Ci ero scivolata dentro, mi ero guardata allo specchio e avevo varcato la soglia di casa certa che mi aspettassero soltanto avventure alla Jane Austen.
Alle 15:22 mi squillò il cellulare. In ufficio lo tenevo in modalità do not disturb, quella sorta di silenzioso con eccezione alla regola che avrebbe fatto suonare qualsiasi chiamata in entrata da uno dei miei contatti preferiti. Una strategia per avere qualche (illusorio) controllo sugli imprevisti della vita – un po’ come gli ansiolitici in borsa. Carlo era ancora tra i preferiti, perché una relazione di sette anni finita da sei mesi non prevede per forza la rimozione da quel già non così folto gruppetto, giusto? Quando risposi al telefono pensai che fosse partita la chiamata per sbaglio: sentivo soltanto un brusio indistinto e una voce meccanica che annunciava treni in arrivo o in partenza. Non ci stavamo sentendo da settimane, entrambi impegnati nella dolorosa ricostruzione di una routine indipendente e adulta, per cui mi sembrava plausibile pensare a un errore. Dopo attimi di silenzio e le mie domande incerte, lo sentii biascicare parole poco sensate e non riuscire a prendere fiato. Aveva sempre pianto Carlo, ben più di me, era un romantico sognatore come non ne avrei mai più incontrati sulla mia strada, ma quel pianto senza aria era nuovo anche per lui. Tra lacrime e urla capii soltanto che non riusciva a muoversi, e che era un’emergenza. Non riusciva a muoversi, era a Victoria, non riusciva muoversi, non respirava, era davanti a Subway, non riusciva a muoversi.
Quando arrivai a Victoria Station c’era il solito soffocante caos di gente sola, imbronciata e di corsa. Il vestito mi si impigliò nei tornelli di uscita impazziti dal troppo via vai, e cercando di sfilare il lembo di seta senza rovinarlo, andai a sbattere contro un senzatetto assonnato. Odorava di piscio e aveva piedi scalzi e luridi. Mi sentii inadeguata, ridicola, un po’ troppo bella per quel momento e quel posto. Guardai il grigio della stazione intorno a me e pensai che Londra poteva essere davvero una città di merda.
Intravidi Carlo seduto per terra, appoggiato con la schiena alla vetrata sporca di Subway, poco lontano dalla porta da cui sentivo già uscire odore di fast food, o forse di sudore, non li distinguevo mai. Tre o quattro persone gli stavano attorno, con il solito impaccio di chi cerca di aiutare una persona con un attacco di panico in corso dicendole di stare tranquilla. Geniale. Quando arrivai, sorrisi a una donna che avrebbe potuto essere mia madre e le dissi che ero la ragazza di quell’uomo accartocciato e che d’ora in poi no worries, potevo fare io. Ero la sua ragazza? Non più cazzo, che lapsus. Carlo oscillava la schiena avanti e indietro con ritmo convulso, e tremava. Non respirava e voleva l’ambulanza, e non poteva muovere le gambe, diceva. «Guarda che muoio», mi urlava guardandomi con due pupille gigantesche. Gli accarezzai le braccia e le guance per farlo tornare alla realtà, gli sussurrai che stava avendo un attacco di panico e che tutto ciò che sentiva era normale. Faceva schifo, ma era normale, e sarebbe passato. Doveva solo avere pazienza. Anzi, avremmo avuto pazienza insieme. Gli diedi mezzo Xanax e sperai di vedere i suoi muscoli sciogliersi un po’ che da sola forse non ce la potevo fare. Tirai fuori il cellulare e vidi quattro chiamate perse dalla mia manager. Il telefono non aveva suonato. Lei non era tra i preferiti, e io ero scappata via senza dire nulla.
Uscimmo dalla stazione un’ora dopo, camminando lenti e stretti. Lo feci salire su un taxi nero, poi montai anche io e diedi all’autista l’indirizzo di casa di Carlo, recuperato da un vecchio messaggio nella nostra chat, perché lui non era in grado di darmelo. Pensai che ero appena stata seduta per terra in un angolo della stazione come una barbona, e che il mio vestito era lercio e avrei dovuto lavarlo, o forse bruciarlo. Lui si addormentò, sfinito dal calo di adrenalina. Guardai il suo viso scomposto dall’attrito con il sedile, avrei voluto tirargli la pelle fino a farlo urlare. Mi veniva da piangere, o da ridere: avevo gestito da sola i miei maledetti attacchi di panico per anni, con lui di fianco che anche se mi amava non poteva capire e non poteva salvare e non poteva bla bla bla, e ora, in veste di patetica ex, mi trovavo a gestire la sua prima crisi. Ora capisci cosa si prova, stronzo? Mi ripromisi di dirglielo alla prima occasione utile.
La casa di Peckham in cui si era trasferito dopo aver traslocato fuori da casa (nostra) mia l’avevo immaginata mille volte, come una tana in cui sicuramente portava le ragazze carine, quelle che gli lasciavano il numero al bancone durante il turno al pub, quelle come la Lucy bionda che si era scopato quando ancora stavamo insieme. Era l’italiano dagli occhi dolci lui. Quando entrammo, più che una tana sporca di sesso mi sembrò una tana sporca e basta però. La moquette marrone del corridoio era piena di macchie sudicie e il muro un tempo bianco era rovinato dai segni neri delle tre biciclette accatastate su un lato. Un po’ di muffa si intravedeva lungo lo spigolo in alto. Scoprii solo in quell’occasione che stava vivendo con altre sei persone. Mi disse che non sapeva chi ci fosse in casa e mi portò in camera sua, una stanzina buia e che sapeva di chiuso. Non ci avevo mai messo piede, ma ritrovare le cose che fino a mesi prima erano state sparse in giro per casa (mia) nostra mi fece sembrare tutto più famigliare: il giradischi comprato a Brick Lane, le camicie a quadri stropicciate, la chitarra portata da Milano, le polaroid dell’estate scorsa, le confezioni di tabacco Pueblo.
Quella fu una delle notti più lunghe della mia vita, passata tra le mura della camera di Carlo senza chiudere occhio. Non mi era mai successo, forse solo durante un after fatto da ragazzina, una notte d’estate nella casa con piscina di un’amica. Non avevo neanche mai vegliato su qualcuno, ma mi venne facile: lo coprivo quando tremava, lo svegliavo quando urlava, lo accarezzavo e lo guardavo, gli davo da bere quando sudava. Fu la prima volta che ammisi a me stessa che Carlo aveva un problema con la cocaina. Mi aveva confidato di essersi fatto qualche striscia al pub un anno prima, quando ancora stavamo insieme, ma io non ci avevo dato troppo peso. Si era sempre gestito le dipendenze a modo suo e le sue droghe nella nostra relazione erano state fin da subito un tabù, o forse un tacito accordo. Mi sentii ingenua e infantile per non essermi accorta di quanto ci stesse scivolando dentro, quando ancora vivevamo sotto lo stesso tetto. Ma io non ne sapevo niente di nessuna droga, e anche se lo amavo non avrei potuto capire e non avrei potuto salvare e non avrei potuto bla bla bla. Cercai di scrollarmi di dosso il senso di colpa e finii di preparargli il borsone. Poi andai in cucina a farmi una tisana e tentai di dormire una mezzoretta.
Lo svegliai alle 5:30 di mattina, che aveva un aereo per Milano da prendere e il compleanno di sua mamma a cui andare. Mi disse che aveva paura e che non voleva partire da solo, io che doveva stringere i denti e che sarebbe andato tutto bene. Lo accompagnai a Heathrow in taxi, spendendo una follia di soldi che non potevo permettermi, e lo trascinai ai controlli. Gli spiegai quanto Xanax prendere e a che intervalli. Aveva la pelle del viso lucida e grigia, il cappuccio nero tirato sulla fronte. Ci salutammo con un bacio sulle labbra che non aveva niente di erotico, e lo spinsi in pasto ai controlli di sicurezza. Spedito verso Milano, come uno dei pacchi che avevo chiuso con il nastro adesivo ore prima, nel mio ufficio sereno e assolato.
Camminando verso l’uscita, presi in mano il telefono e tolsi il suo numero dai preferiti. Mi fermai a prendere un caffè d’asporto e mi avviai verso la metropolitana, era quasi ora di tornare al lavoro. Avevo ancora addosso il vestito lungo di seta giallina a fiori rosa, sporco e che non aveva più niente di avventure alla Jane Austen. Pensai che avrei dovuto lavarlo, o forse bruciarlo.










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