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Una storia d'amore

di Alessandra Bravi

Aisha


Ti lascio amore mio. Ho abbandonato la tua mano per non trascinarti in fondo al mare con

me. Il mare è bello, lo sappiamo bene noi due che siamo cresciuti davanti all’Oceano.

Quando sei nato, la prima cosa che ho fatto è stato bagnarti i piedi nell’acqua fredda e poi

piano, con la paura dentro le mani di poterti far male, ho pulito il cordone ombelicale con

l’aiuto di tua nonna. In Italia dicono che più o meno così si fa il battesimo ma noi non ci

crediamo in quel sacramento, non crediamo proprio in Gesù figlio di Dio, però alla sua

figura io un po’ mi affido: era un uomo bello e gentile e le sue parole erano piene di

speranza. Il Vangelo non l’ho letto mai, però tua nonna ne sapeva qualche passo,

imparato chissà dove, e me lo raccontava prima di dormire. Pensavo che una volta arrivati

in Italia, avrei imparato a leggere quella lingua tanto diversa dalla nostra. Poi, sarei andata

da un sacerdote e gli avrei chiesto di aiutarmi a capire le parabole, che assomigliano così

tanto alle nostre leggende.

Invece Amid, in Italia io non ci arriverò. Sono morta al largo della costa greca. L’SOS che

hanno lanciato gli scafisti, dopo giorni di viaggio, dopo che ci hanno stipato in duemila

dentro una nave minuscola senza bere né mangiare, non è stato ascoltato. O meglio, si è

perso in mille questioni burocratiche: devono andare le associazioni umanitarie, no. I vigili

del fuoco greci, no. L’esercito, no. E così, in una settimana, siamo morti in 150.

Ci hanno dedicato tante prime pagine e molti servizi televisivi. Lo fanno sempre, questi

disastri accadono una volta ogni tre mesi. Qualcuno ce la fa. Pensa: su duemila, 1.850

sono arrivati sani e salvi. Se i numeri non fossero persone, sarebbe una buona,

buonissima percentuale. Sono arrivati in Italia perché alla fine la Grecia li ha soccorsi ma

siccome non ne vuole sapere di averci sulla loro terra, li ha portati in Sicilia. Quella regione

non dice mai di no.

Sai perché siamo partiti amore mio? Per i tuoi primi sei anni abbiamo vissuto in una

capanna con mia madre, il tuo papà era già morto quando sei nato. Ammazzato. Aveva

osato pretendere quello che gli spettava al mercato e un guerrigliero che passava di lì,

sentendo la sua voce troppo alta, gli ha sparato. Qui succede così Amid. La vita o la morte

sono spesso questione di fortuna, è una cosa che ci insegnano da piccoli. Ma io non ero

pronta a tramandarti questo insegnamento. Da quel giorno ho pensato che ti avrei portato

via. Il mio latte era buono e nutriente e tu sei cresciuto sano e forte. Quando è iniziato il

momento dello svezzamento non avevo le pappe ma ti cucinavo tante zuppe di avena e a

volte, riuscivo a mettere un pezzettino di carne. Patate, tante patate, fanno sostegno,

dicevano i vecchi. E nei vecchi io ho sempre trovato la verità. Dentro le rughe che non si

spianano più e nello sguardo che ha visto così tanto dolore che adesso cerca soltanto

amore.

Il vero problema è sempre stata l’acqua. Al villaggio non si trovava facilmente. All’inizio

filtravo quella dei pozzi, sempre opaca. Poi ho cominciato a farti bere quella del mare. Non

sapevo che un giorno l’avrei bevuta tanta anche io, così tanta da affogarci. Avevi anche

cominciato la scuola in una capanna fatta di legno e fango e il tetto di paglia. Stavi

imparando a scrivere e a contare. A casa prendevamo i bastoncini di legno e li mettevamo

in fila: uno, due, tre. Eri arrivato fino a dodici e quanto eri orgoglioso, quasi quanto me.

Una vita povera, ma bella. E poi però nella notte ti svegliavano i colpi del mitra, le urla

delle donne che venivano trascinate fuori dalla capanna, i loro uomini che provavano a


difenderle e venivano uccisi. Non ogni notte. Ma quasi ogni notte. Tu dicevi: arrivano

anche da noi? E io rispondevo: No, da noi no. Ma per quanto?, mi chiedevo.

Sono i guerriglieri a massacrare i villaggi, l’obiettivo dei loro capi-padroni è mettere paura,

così nessuno si ribella. Mandano in avanscoperta i ragazzi pieni di droga e i bambini

imbottiti di alcol. Nel mio Paese ci sono sempre stati i guerriglieri. Una donna è felice se

per tutta la vita non viene mai stuprata. Non è il mio caso, ma anche a quello sai, si fa

l’abitudine. Può succedere e devi stare ferma. Finisce presto di solito. Però la paura era

tanta nel portarti in pancia. Quando sei nato e ho scoperto che eri maschio, ho baciato

alberi, terra, cortecce, frutta. Ho baciato la natura per dirle grazie. Ma ora che sei più

grande, la paura è tornata. I guerriglieri rapiscono. Portano via i bimbi della tua età: quelli

più alti e robusti, con l’occhio sveglio. Quelli come te. Non li uccidono, li educano alla

morte. Gli danno un fucile in mano e un coltello. Per mesi li lasciano davanti ai cellulari con

i giochi violenti e poi dicono: va’, facci vedere. Non potevo permetterlo Amid. Potevo farmi

violentare ogni giorno, ma non lasciarti diventare un signore della guerra.

Così un giorno ti ho costretto a fare il tuo piccolo bagaglio in fretta. Amid dobbiamo

andare, stanotte un autobus ci fa fare un lungo giro in mezzo a molti Paesi che non hai

mai visto e poi una grande nave ci viene a prendere con tante altre persone, faremo un

viaggio in mare e arriveremo in un posto bellissimo. Si chiama Italia, ha la forma di uno

stivale, l’aria è calda e il sole splende ma c’è anche la pioggia e la brezza. Lì saremo

accolti da tanta gente gentile e finalmente avremo una casa vera. Tu mi hai sorriso, sorridi

sempre perché di me ti fidi. Ma viene anche la nonna?, hai chiesto. No amore mio, la

nonna è troppo anziana per affrontare un viaggio così lungo ma quando avremo un po’ di

soldini torneremo a prenderla, te lo prometto. Io ho messo dentro una borsa qualche

vestito leggero e nascosti, i 1.500 dollari che ero riuscita a racimolare per pagare gli

scafisti. Quella sera, a mezzanotte, con qualche bottiglia d’acqua e un paio di banane,

abbiamo preso l’autobus che dopo quattro giorni di viaggio ci avrebbe portato sulle coste

di Tripoli per imbarcarci.


Amid


Mamma. Mi avevi detto che in Italia avrei trovato persone gentili. E sì, chi ci ha accolto

all’inizio, lo era. Siamo arrivati di notte in un posto chiamato Sicilia: sporchi, affamati,

smarriti. E quella gente si è presa cura di noi. Tante donne, molti anziani, qualche militare,

due sacerdoti. Abbiamo affollato le chiese, i centri sociali, pure alcuni scantinati di case.

Abbiamo mangiato e bevuto, siamo stati avvolti in teli gialli e caldi. Poi ci siamo

addormentati. Ma al mattino ci hanno smistato. Quando tu quella notte mi hai lasciato la

mano, io non ho neanche saputo piangere. Ho pensato che stavi facendo una nuotata e

che ti avrei rivisto in Italia. Una signora con altri due bambini mi ha abbracciato e mi ha

lisciato i capelli, mentre intonava una nenia. Non l’ho più vista.

Ci hanno portati al centro di accoglienza. Lo chiamano così ma a me è parsa una prigione.

Muri alti e filo spinato intorno. I soldati a guardia non ci hanno rivolto mezza parola e

neanche un sorriso. Bambini e donne da una parte, uomini dall’altra. Ci hanno dato una

divisa, i bimbi avevano un sole che rideva come cartellino su cui era scritto il loro nome.

Qualcuno ha detto che ci avrebbero fatto rimpatriare. Ho chiesto cosa significava. Un


bimbo più grande ha risposto: vuol dire che torniamo in Nigeria, così rivedi tua madre. Mia

madre è morta, ho detto io. O meglio, sta in fondo al mare. Allora sì, è morta proprio. Vuol

dire che tornerai da tua nonna. Sì, la nonna, è vero, ho sempre mia nonna. Allora non mi

sono sentito più solo e ho avuto meno paura.

Ma due giorni dopo ho scoperto che i bambini al di sotto degli otto anni di età venivano

portati in orfanotrofi nel Nord Italia, pronti per essere adottati, che poi significa avere una

nuova famiglia. E così io, Amid Olefur, sono partito per una città chiamata Firenze che non

sta proprio nel Nord Italia ma che chiamano "culla del Rinascimento", come se lì, in mezzo

a quelle strade, si potesse rinascere.

E sai mamma, sono rinato davvero. Sono rimasto per sei mesi dentro l’orfanotrofio e ho

conosciuto tanti amici, alcuni di loro me li porto ancora dietro, anche se siamo sparsi per il

mondo. Malik è tornato in Tunisia dai suoi fratelli, Asir è partito per la Francia col papà:

vuole fare il cuoco e aprire a Parigi un ristorante marocchino.

Mi hanno adottato quando avevo sette anni e mezzo. Prima sono stato affidato per

qualche mese. Gli assistenti sociali volevano capire come mi trovavo lì con loro ed è stato

subito bellissimo. Per Natale abbiamo fatto un grande albero e la mattina dopo, quando

Babbo Natale è sceso dal camino durante la notte, ho trovato cinque pacchi regalo per

me. Tutti per me, capisci? In uno c’era un maglione rosso con una renna a brillantini, in un

altro una macchina telecomandata, e poi due libri con le parole grandi per imparare

l’italiano con la traduzione accanto e una specie di computer giocattolo che parla

veramente, così posso conversare in italiano e in inglese con lui.

A settembre ho cominciato la scuola e ho trovato il mio migliore amico, si chiama Andrea e

sta vicino a casa nostra. Ogni tanto mi aiuta nei compiti, mi piace studiare. Mi piaceva

anche in Nigeria ma qui mi impegno di più perché ho qualche difficoltà.

E poi c’è Alessia, mia sorella. Non sai quanto è bella. Da noi non si vedono bambine così.

Nei suoi occhi non c’è mai paura ma soltanto luce. È bionda, con gli occhi azzurri, la pelle

chiara. Ha 12 anni ma ne dimostra 14. Però non si dà nessuna aria, ride come un maschio

e odia le gonne. I miei genitori adottivi mi hanno raccontato che è stata lei a volermi. Laura

non riesco a chiamarla mamma, e neanche Antonio lo chiamo papà. Ma Alessia è mia

sorella e ne sono così orgoglioso quando lo dico. È venuta alla seconda visita in

orfanotrofio e mi ha scelto. Me lo ricordo quando si è avvicinata. Come ti chiami?, ha

chiesto. Amid, ho sette anni. Vorresti essere mio fratello? Se tu vuoi essere mia sorella sì.

Però una mamma io ce l’ho, anche se è in fondo al mare. Lo so Amid. E noi ci andremo in

quel mare, lasceremo una corona di fiori e la saluteremo con un bacio.

E così abbiamo fatto, mamma. La settimana scorsa abbiamo preso un gommone e siamo

arrivati in mezzo al mare della Grecia, non so se è proprio quello dove sei tu ma io ho

comprato i girasoli, i tuoi fiori preferiti che non hai avuto mai ma che guardavi sempre sui

libri, li ho raccolti in un nastro bianco e insieme ho messo un mio disegno. Ho disegnato

me e te davanti a quel mare che ti ha inghiottito e che ha dato a me una nuova vita. Poi

l’ho chiuso in una busta di plastica perché non si bagnasse. Infine, ho gettato tutto tra le

onde. E ti ho sentita mamma. Pregavo il Gesù che desideravi tanto conoscere meglio e

anche Maometto che regnava nella nostra casa con quell’occhio bianco e blu e ti ho

sentita ridere. Airqud fi salam, mamma.

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