Uno su un milione
- 10 giu
- Tempo di lettura: 4 min
di Michele Casiero

«Saranno solo tre secondi!». Papà ha detto così quando siamo usciti dallo studio del dottore, lunedì sera. E oggi sto per affrontare l’intervento più breve del mondo. Adenoidi.
Papà ha parcheggiato la Prinz verde sulle strisce bianche e un palazzone grigio con finestre enormi ha inghiottito me e mamma. Lei portava un borsone verde e uno zaino arancione con la scritta bianca della Saniplast, l’azienda dove lavora papà.
Ci siamo sistemati nella nostra stanza e mamma mi ha anche detto che tornerò a scuola fra due giorni. La maestra ha spiegato le frazioni e gli uomini primitivi. Mi perderò tante cose, resterò indietro, gli amici mi aspetteranno? Uffa! Sapevo fare bene la grammatica e adesso mi devo fermare. Chissà se mi daranno i compiti e se mi faranno una festa appena tornerò.
Non ho detto niente ai miei amichetti di scuola: Domenico mi guardava sempre storto quando mi soffiavo il naso ed Elisa rideva sempre. Se fossero qua, vorrei proprio vedere cosa farebbero.
I dottori hanno passato tutta la sera a fissarmi: mi hanno fatto aprire la bocca e abbassare la lingua con un bastoncino di legno tantissime volte. Ho fatto tutto quello che mi dicevano, con le labbra spalancate a dire “ahhh”, sempre con lo stesso suono.
Stanotte la pioggia batteva sul vetro delle finestre dell’ospedale. Gli alberi mi inseguivano come mostri nel buio, illuminati dai lampi. Mi sono girato per tutto il tempo. Dal lato della finestra al muro, dal tavolino al respiro di mamma che dormiva sulla sedia. Come una fettina di carne in padella. Le lenzuola bruciavano e le ho attorcigliate alle gambe, scoprendomi le braccia.
Mi gratto la testa e mi tiro i ciuffi di capelli davanti agli occhi.
«Sei già sveglio?». Mia madre si stiracchia e si alza dalla sedia.
«Ho dormito male. Mamma, abbracciami».
Il dottor Di Gioia entra nella stanza portando con sé una folata di vento freddo. I denti gli brillano sotto i baffi folti e ride. Il suono rimbomba tra i muri.
Non so cosa succederà e il mio petto fa su e giù. Sto per scoppiare a piangere, ma al mio ritorno sarà tutto passato. Devo resistere.
«Catalani».
Mamma mi trascina fino alla stanza del dottore. Mi ero preparato ad andare in sala operatoria e invece mi ritrovo davanti a una porta; entro in punta di piedi nello studio. Il dottore ci dà le spalle: la sedia è girata e gli copre tutto il corpo, tranne la testa. Il riflesso del tavolo bianco, pieno di fogli e penne, mi acceca.
Il dottore fa un mezzo giro con la sedia e si volta.
«Tranquillo. Siediti qui».
Di Gioia si appoggia sulla fronte una corona di metallo con una piccola lampadina. Prende una pinza. Stringo le mani ai lati della sedia. Apro la bocca. Entrando, quell’attrezzo mi sfiora la lingua, è ghiacciato. Si ferma sotto il palato e preme fino a strappare via qualcosa.
Uno.Due.Tre.
Finito.
Il dottore stringe la pallina che prima avevo in gola e la poggia su una scodella grigia: è rossa, con il sangue che sbava ai lati e si sparge nel contenitore. Abbandona gli strumenti su un piattino bianco: tintinnano.
Mamma e il dottore mi riportano in camera e ho la sensazione di essere teletrasportato come un tronco senza piedi. Crollo a peso morto sul letto e mamma mi accarezza la fronte con il palmo della mano. Quanto è dolce il profumo del suo respiro.
«Hai visto? Tre secondi. Cosa ti ha detto papà?».
Mi aggrappo al suo maglione e poggio la testa contro il suo petto morbido, come se fosse un cuscino. Il suo odore di Coccolino mi abbraccia.
Con gli occhi chiusi, la mia vita mi passa davanti come in un film: c’è il campetto dove vado sempre e i miei amichetti che corrono con le magliette bianche e un numerone blu tatuato sulla schiena. Mi aspettano. Presto sarò con loro.
Una sensazione di bagnato e di appiccicoso mi fa aprire gli occhi: una goccia di sangue macchia il lenzuolo.
Apro e chiudo gli occhi.
Un’altra. E un’altra ancora. Metto l’indice nel naso: è tinto di rosso.
«Mamma. Aiuto. Sangue sul letto. Il naso».
Lei si lancia verso il tavolino accanto al letto. Torna e mi spinge un batuffolo di ovatta contro la narice.
Preme e il sangue si ferma per un secondo, ma le gocce riprendono a scendere e sono sempre di più. Il lenzuolo cambia colore.
Mamma urla e un infermiere si affaccia.
«Signora, avete dato un anticoagulante al bambino per affrontare l’intervento?».
Silenzio.
La marea rossa è troppo veloce e straborda, sporcando tutto. Il sangue mi brucia nel naso.
«Si sposti. Subito!»
L’infermiere mi prende in braccio. Mamma singhiozza.
Mi ritrovo di nuovo disteso sulla sedia nello studio del dottore. Pochi secondi. Sembrava fatta. E invece tre uomini mi vengono addosso. Mi bloccano. Prendono delle strisce e me le infilano tra gola e naso. Mi graffiano. Me le legano attorno alla testa. Vomito sangue. Braccia e attrezzi di ferro si scontrano.
«Signora, è stato un caso su un milione. Lo monitoriamo».
Ho come un sasso sulla testa. Sono ancora a letto, mi mancano le forze.
Le voci arrivano da lontano. Parlano dell’intervento. Dei miei genitori che si sono dimenticati l’anticoagulante. Li spio con la coda dell’occhio. Il dottor Di Gioia si mette le mani tra i capelli, si abbottona e si sbottona il camice. Non si accorgono che sono sveglio. Potevo morire? Ci è mancato poco, dicono proprio così.
Ne sono sicuro.
«Ora è fuori pericolo. Dovrà fare una lunga convalescenza, rientrerà a scuola fra un paio di settimane, forse un mese. Ma si riprenderà».
No… Proprio adesso che dovevamo giocare il torneo delle elementari. Cosa diranno i miei amici, ora? Mi lasceranno fuori dalla squadra, non mi metteranno neanche in difesa se manco tutto questo tempo.
Ma io starò meglio presto. Lo giuro. Devo stare meglio presto, per forza. Non importa se finisco in panchina… Devo esserci.
Il sangue a valanga nello studio del dottore, lo stridere delle fettucce tra gola e naso, l’odore del disinfettante, il sapore del sangue e del vomito. Come immagini di un film d’epoca, quarant’anni dopo.
Ho rilevato la Saniplast.
Con le mani nelle tasche, mi godo il lungomare dalla finestra della mia villa: fotogrammi che sarebbero stati cancellati dal sangue in pochi minuti se i dottori non fossero intervenuti in tempo.
Eppure, anche in quei momenti ero certo di farcela. Sempre.
Da cosa nasceva questa certezza? Non l’ho mai capito, neanche scrivendolo, dopo tanto tempo.
Resterà un segreto. Solo uno su un milione potrà scoprirlo.






Commenti