Sala d'attesa
- 12 ago
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Sala d’attesa è un racconto scritto a otto mani da: Manuela Fucci, Ilaria Pizzini, Pietro Senatore e Simona Visciglia.

La sala d'attesa è illuminata dalle luci bianche dei neon.
Un uomo in completo scuro si ferma davanti al tabellone delle partenze, guarda l’orario, sospira dondolandosi sulle gambe, poi si siede.
Quando la porta che affaccia sulla banchina si apre, entra una donna di mezza età. È robusta e ha una borsa a tracolla. Anche lei prende posto su una delle sedute di legno.
I due si scambiano un saluto di cortesia con gli occhi. La donna apre la borsa, estrae un libro voluminoso, che appoggia delicatamente sulla sedia vicina, e riprende a frugare: tira via un gomitolo di lana e dei ferri. Tutt’intorno alla stazione è buio e sterpaglia.
Distratto dalla suoneria del cellulare, l’uomo risponde alla telefonata: passa una decina di minuti a camminare avanti e indietro nella saletta, controlla spesso l’orologio al polso, per poi sedersi di nuovo.
«Bella sfortuna, eh?»
La donna si gira, è sovrappensiero. Solleva le spalle: «Dobbiamo avere pazienza». Pochi secondi e riprende a sferruzzare.
«Lei dov’è che va?»
«A Rieti».
«Allora siamo in due. E pensare che volevo prendere l’auto».
Dall’altoparlante una voce annuncia che la circolazione è interrotta a causa di un incidente sulla tratta e che seguiranno aggiornamenti. Il messaggio viene ripetuto anche in inglese, con un leggero gracchiare metallico.
La donna solleva la testa, guarda nel vuoto. La pelle del viso si rilassa, gli occhi vitrei, le mani e i ferri sulle gambe. Un cartellone pubblicitario sul muro di sinistra attira la sua attenzione. C’è una tavola natalizia. Porta una mano al petto. Chiude gli occhi e le rughe ai lati diventano solchi.
«Neanche gli annunci funzionano. Benvenuti nel ventunesimo secolo», sbotta un’altra passeggera. È appena entrata nella sala d’attesa. Una ragazza sui vent’anni, carina, come tante sue coetanee: magra, ombelico scoperto, occhi felini sottolineati dall’eyeliner. È avvolta dal vapore della sigaretta elettronica, che si affretta a mettere via.
«Una stazione in culo al mondo. E quasi tutti gli altri passeggeri si sono fatti venire a prendere da qualcuno… Seee, in un mondo ideale forse: ho chiesto anche al capotreno, nessun autobus sostitutivo, problemi logistici, dice. Secondo me qui ci passiamo la notte. E non ridere, scema!». Parla al telefono, auricolari incastrati nelle orecchie. Sospira, infila il cellulare nella tasca del giubbotto; sistema i capelli, trattenuti in una lunga coda che ondeggia a ogni passo. Attraversa la sala, gli anfibi strisciano sul linoleum ingiallito e scrostato.
Infine si siede di fianco alla donna, sfilandosi dalle spalle lo zaino pesante: «Ora stacco, ti faccio sapere come va. Ciao, Titti».
L’uomo è di nuovo in piedi, di spalle. Scorre un messaggio con rapidità e poi un altro e un altro ancora.
Infine, lascia cadere il cellulare nel taschino. Senza distrarsi dalla ragazza, prende posto e rilassa il busto sullo schienale. Il ticchettio dei ferri è cessato, la donna di mezza età li ha posati sulle gambe. Apre e chiude gli occhi, come se le bruciassero.
«Piacere, Massimiliano. Per tutti Massi».
La donna si gira: «Lella».
«Io non ho proprio pazienza. Cioè, mia nonna ha provato a insegnarmi da piccola, ma non ne volevo sapere». La ragazza indica i ferri e la lana di Lella.
«Mi chiamo Ginevra».
«Beh, i giovani di oggi», interviene Massi, «forse preferiscono qualcosa di più audace. Per questo si buttano sui social, i reality o il cinema».
«Oh, a me piacerebbe fare l’attrice», Ginevra si illumina di entusiasmo. «Proprio domani ho un provino, sempre che la situazione qui si sblocchi».
I ferri di Lella rotolano sul pavimento. Ginevra si piega a raccoglierli. Glieli porge. Lella sorride, le accarezza una guancia.
«E se ti dicessi che è il tuo giorno fortunato?» interviene l’uomo, porgendo a Ginevra il proprio biglietto da visita.
«Apperò! Agente cinematografico… Se è così devi darmi qualche dritta». Ginevra si alza e si accomoda vicino a Massi.
«Volentieri, tanto più che mi dedico soprattutto ai volti nuovi».
«Non ci credo, questa sì che è fortuna! Quasi quasi sono grata alle Ferrovie per tutto ‘sto casino. Dai, raccontami tutto».
Il tono entusiasta di Ginevra riscuote Lella dai suoi pensieri. Ha il collo scricchiolante. Uno sguardo rapido all’orologio, un altro intorno. La sala d’aspetto è squallida e deprimente, tranne che per quella pubblicità. La ragazza sta chiacchierando con l’uomo e, per un attimo, i suoi occhi le regalano allegria e speranza. Con un gesto meccanico recupera i ferri.
A un tratto, Massi e Ginevra si alzano. La ragazza si rivolge a Lella: «Usciamo a fumare un momento».
La porta si richiude alle loro spalle. Lella rimane a fissare le sagome della giovane e dell’agente cinematografico, finché non spariscono dalla sua visuale. Riprende il lavoro con la lana, finché non perde una maglia e si ferma. Sbuffa, si sgranchisce le dita mentre guarda le sedie lasciate vuote, quello zaino tutto colorato e, sopra, il biglietto da visita dell’uomo.
Fuori, Massi accende una sigaretta, Ginevra svapa con evidente piacere.
«Scusami solo un momento, devo fare una telefonata piuttosto urgente».
Infila una mano nella tasca della giacca e tira fuori gli auricolari:
«Buonasera, sono Massimiliano, cercavo il direttore… Attendo». Rivolge un sorriso alla ragazza, che ricambia. «Sono io. Mi sembrava di esserci accordati sulla sala grande, per la prima… Capisco. Se è troppo oltre le tue competenze mi oriento su un’altra location, con il budget della produzione sarà facile. E s’intende, amici come prima. Ah, ne ero certo, attendo conferma allora».
Riaggancia e si incamminano lungo il binario, la ragazza si solleva il bavero del giubbotto.
Massi aspira la sigaretta a pieni polmoni e rilascia coni di fumo denso: «Se ti va, potremmo organizzare qualcosa noi due, almeno impegniamo in maniera proficua questa notte balorda».
Ginevra lo segue a piccoli passi, il viso rischiarato appena dalle luci giallognole della stazione.
«E dimmi: hai fatto già qualcosa? Hai un portfolio?»
Ginevra tira fuori l’iPhone: «Posso farti vedere qualche reel e un po’ di foto sul mio profilo Instagram. Sono davvero all’inizio e, a parte qualche comparsata, non ho fatto granché». Massi si schiarisce la voce, prende il cellulare della ragazza, inizia a scrollare, di tanto in tanto annuisce: «Lo sapevo già, ma tu me ne stai dando la conferma: hai un viso nato per stare davanti all’obiettivo. E un fisico, posso dirlo? Perfetto».
«Esagerato!». Ginevra abbassa gli occhi. «Ovviamente la bellezza non è tutto, e io do molto ai miei clienti, investo tutto me stesso. E quindi pretendo tutto».
«Intendi la percentuale sui guadagni?». Ginevra lascia scivolare una nuvoletta di vapore dalle labbra.
Massi scuote il capo, ha di nuovo quel sorriso paterno mentre restituisce il telefono alla ragazza.
«Se tutti noi lavorassimo solo per i soldi faremmo i notai, ti pare?». Si volta, fa per tornare dentro.
«Aspetta!»
Un sorriso sfiora un angolo della bocca di lui.
«Ho detto qualcosa che non va?». Ginevra ha la voce preoccupata.
«Ma no, figurati. È che sai, io offro contatti giusti, favori alle persone giuste, gli hotel migliori, backstage, viaggi, casting privati. Non sono cose che compri su Amazon, men che meno all’inizio. E tutto questo esige impegno, abnegazione».
Massi fa cenno con la testa di seguirlo; si ferma davanti a un’altra porta, c’è un cartello: “Vietato ai non addetti”.
«Devo chiedertelo: pensi davvero di essere tagliata per fare l’attrice?»
«Ho molta passione».
«Come pensavo».
Massi spinge il maniglione della porta ed entra, senza curarsi di tenerla aperta.
«Che intendi?». Ginevra lo segue, bloccando l’anta con un piede. Con cautela, varca la soglia. Scruta quello che sembra un vecchio ufficio abbandonato. Stessi neon della sala d’attesa, alcune sedie accatastate e una scrivania.
«Sei ancora troppo, come dire…». Massi si avvicina alla ragazza.
«Immatura?». Ginevra prova a riscaldarsi con le braccia.
«Non credo che capiresti».
In quel momento Ginevra gli appoggia una mano sulla spalla.
«Non sono mica nata ieri».
Con un salto si siede sulla scrivania. Distende le gambe, le flette, poi inizia a torturare la cuticola di un’unghia: «Questo posto mette i brividi».
«Tornando al discorso di prima: ti sei tradita».
Ginevra abbassa lo sguardo: «Cioè?»
L’uomo si protende verso di lei: «Hai cambiato argomento, ti sei messa un po’ sulla difensiva e là fuori», le poggia una mano sul ginocchio, «là fuori bisogna averci le palle».
La mano di Massi inizia a premere sulla gamba di Ginevra, che si irrigidisce e rizza la schiena, lo guarda, guarda la porta, ma la porta si è chiusa e la banchina è deserta.
«Fammi capire fin dove sei disposta a spingerti». L’alito di Massi le arriva sul collo e sulla guancia mentre una mano avanza verso l’interno coscia.
«No, fermo!». Ginevra lo respinge con le dita gelide, ma il resto del corpo non risponde alla sua volontà. Il respiro si fa corto e un retrogusto acidulo le sale in bocca. Quando sente la lingua di lui spingersi in un orecchio, chiude gli occhi: «Lasciami, smettila, non mi toccare!»
Ma lui le bacia la bocca con forza mentre le tiene ferma la mascella. Stringe i denti, cercando di spostare il viso e poi sente un peso caderle addosso.
Massi è sopra di lei a peso morto. Ginevra apre gli occhi, lo spinge via con un movimento secco delle braccia. C’è qualcun altro nella stanza.
«Brutto bastardo!». La voce stridula di Lella è irriconoscibile mentre sferra un secondo, forte colpo sulla testa di Massi. Il dorso del libro ha il colore del sangue.
Ginevra trema: «Io... Oddio, grazie...».
Massi è davanti a loro, semincosciente. Si lamenta. Lella vorrebbe colpirgli la faccia e distruggere il ricordo di quel giorno maledetto, per la sua piccola Laura.
Lascia cadere il libro, va verso la porta, la chiude: «Tranquilla Ginevra, ci penso io a te».
Prende una sedia, la trascina, la incastra contro la maniglia.
«Ma che cazzo…». Massi tossisce, si tocca la testa. «Tu sei matta… guarda che mi hai fatto!»
Dalla borsa, Lella estrae uno dei ferri.
Ginevra si copre la bocca. Guarda gli occhi allucinati di Lella e la faccia viola di Massi. Fa qualche passo indietro, lasciando i due al centro della stanza.
Allora, com’è andata? Ma’, sono stanca. Ne parliamo domani.
La voce di Lella ha ripreso la dolcezza di prima: «Te la ricordi la mia Laura? Che strana voce aveva quel giorno. Ne era uscito tutto l’entusiasmo; verrebbe da dire, la vita».
«Chi cazzo sei? Chi è Laura?», le urla contro.
«Laura Ferrari, già te la sei scordata?»
Massi sgrana gli occhi, ma lei non aspetta la sua risposta e incalza: «Ha fatto un provino con te, uno come questo, immagino» si ferma per riprendere fiato, deglutisce: «E non ha retto alla vergogna…».
«E io che c’entro?»
Lella impugna il ferro con entrambe le mani. Massi prova a sollevarsi, ma crolla di nuovo. In quel momento la donna affonda con forza l’arma nella spalla: «Si è tolta la vita per colpa tua, Massimiliano Conti». Lascia fluire le lacrime: «Di quante altre hai abusato?»
Lella affonda ancora, finché le braccia cedono. È in piedi a guardarlo agonizzare. Ginevra è vicina a lei, una mano sul petto, l’altra sulla bocca.
Da fuori arriva la voce metallica degli altoparlanti: “Informiamo i gentili viaggiatori che la circolazione ferroviaria è in fase di progressiva regolarizzazione. Seguiranno ulteriori aggiornamenti. Ci scusiamo per il disagio”.






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