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Ci aggiorniamo

  • 29 lug
  • Tempo di lettura: 8 min

di Teo Meriggi


Donna in completo scuro che regge una cartella accanto a una porta arancione su una parete grigia, con una freccia rivolta a sinistra e dei fogli a terra.


Le tremavano le gambe. Non era abituata a parlare in pubblico e a sentire gli sguardi addosso. Nadia si avvicinava incerta verso il palchetto allestito nella grande sala riunioni. «Vent’anni. VENTI ANNI! Venti gloriosi anni insieme a noi!», urlava Giacinti.

«Un grande applauso per Nadia!». La targa premio le scivolava tra le mani sudate e tornando alla sedia si abbandonò a un sorriso largo. Non aveva dovuto parlare in pubblico e finalmente era arrivato un riconoscimento dopo tanti anni.

Alla Stantol, da qualche settimana, c'era un'aria nuova. Facce diverse di tanti nuovi assunti sembravano aver portato buon umore. Anche Nadia era carica, che onore fare da chioccia a tutti quei giovani brillanti, nuove leve aziendali. Era anche ora, si era detta quella mattina in autobus.

Il lunedì successivo arrivò per prima alla sala caffè. Voleva stringere le mani dei nuovi e dare loro le prime dritte. La stanza però era vuota, in due le erano passati davanti in corridoio. Nessuno sguardo, via dritti.

C'era poco tempo, alle 9:00 sarebbe iniziata la riunione sul nuovo progetto, si riorganizzava tutto il dipartimento Risorse Umane. Canicaretti, fresca Head of People, salutò vecchi e nuovi di fretta e poi andò subito al sodo.    

Sullo schermo c'era scritto “La salute mentale dei nostri dipendenti è cruciale”, con font aggressivo. Senza togliere gli occhi dal tablet, la Canicaretti iniziò elencando le funzioni del rinnovato ufficio.                                                                                                      

Intanto Nadia sorseggiava un tè. Distratta, aspettava solo la slide dell'organigramma e ripassava un discorsetto. Tra le parole in inglese, forse ci avrebbe messo dentro un “challenge”, ma non ne era sicura.

Poi abbassò lo sguardo, fissò i lacci delle scarpe. Rialzò la testa, poi la accucciò ancora.

Era vero, c'era il nome del giovane Sarti, il ragazzetto, lassù sulla cima della piramide arancione. Non era il caso di fare domande, ora no. Non si sarebbe mai sognata di interrompere una riunione tanto importante per cosa poi, un dispetto di PowerPoint?

Uno scatto, due passi dietro, marcando stretto la Canicaretti, appena dichiarati i cinque minuti di pausa.

«Per quella cosa di Sarti…».

«Vero Nadia? Valido Sarti, no? Performa».

«Valido valido, ascolta e agisce, mi darà una gran mano, sai...».

La Canicaretti avanzava spedita, poi una frenata di colpo, davanti alla stampante. «Nadia cara ma tu non hai mica bisogno di aiuti. E poi il board per te ha grandi programmi».

Nadia allungò il collo e piegò la testa in avanti, come per ascoltare meglio. «Beh certo l'esperienza non manca...».

«Project Manager, tutte le funzioni operative del nuovo progetto “La salute mentale sul posto di lavoro”. Oh l'azienda ci tiene molto eh... congratulazioni e in bocca al lupo!»

Nadia si toccò gli occhiali tra le lenti, lo faceva sempre quando non capiva qualcosa e non voleva darlo a vedere. Poi un altro scatto.

«Quindi Sarti riporta a me?»

La Canicaretti continuò, senza voltarsi:

«Ma lasciamolo stare Sarti, a questi giovani bisogna dare fiducia, prima o poi bisogna buttarli nella mischia no? Una cosa... tutta tua... vedrai ti arriva il briefing... ci sentiamo!»

Durante la seconda ora della riunione, il giovane Sarti, stretto in un gilet Patagonia, prese la parola.

Due click su un piccolo telecomando, le immagini sullo schermo cambiarono di colpo.

Ecco le direttive del progetto, le KPI e le nuove idee per il dipartimento. Le slide erano fitte di grafici a colonna e informazioni di studi di università importanti. Ce n'era una con la scritta "Young and Dynamic". Sarti spiegò che alla Stantol negli ultimi cinque anni l'età media dei dipendenti si era abbassata dell'11% e quella era la strada giusta. «Obiettivo 25%!»

Lo strillò fissando un punto in fondo alla stanza.

 

In fondo Project Manager non suonava male e portava comunque delle responsabilità.

Per quello Nadia decise di buttarsi a capofitto, c'era molto lavoro da fare. Preparò da sola un questionario di cinquanta domande sul livello di stress in azienda per i nuovi arrivati.

Durante la pausa pranzo si sedette ancora in caffetteria, per fare due o tre domande sul burnout ai nuovi stagisti del marketing, li seguì. Uno fece spallucce, l'altra compilò solo fino al nome e cognome.

Un terzo le restituì i fogli: «È che veramente signora, io non c’ho tempo per sta roba».

 

Intanto, con la nuova strategia aziendale, cambiarono presto anche gli uffici: muri colorati di arancione, grandi pouf al posto delle sedie, la sala con l'Xbox e una di quelle reti per far saltare i bambini.

Fu per questo che Nadia non si fece molte domande quando le spostarono computer e scrivania in quello che era il vecchio magazzino, pieno di risme di carta e scatole vuote.

Continuava a lavorare al questionario, era ormai alle domande finali. Nello stanzino, era entrato solo qualcuno un venerdì, aveva lasciato una bottiglia di birra in una cassa appoggiata a terra.

A quanto pare c’era una specie di festa in ufficio, ma Nadia non aveva ricevuto l'invito.

 

La riunione mensile con la Canicaretti era programmata per il lunedì successivo.

Nadia era arrivata dieci minuti prima, aveva quell'abitudine fin dai tempi dell'università.

La Head of People arrivò invece con venti minuti di ritardo, portava sotto braccio una cartellina blu e oro. Insieme a lei c’erano due facce mai viste prima. Sedevano sul tavolo con le braccia incrociate.

«Allora Nadia, Marina e Stefano supervisioneranno l'idea, in linea con la policy aziendale, cioè ringiovanimento e un occhio di riguardo alla salute mentale. E non dimentichiamo l'inclusione. Ci aggiorniamo poi, eh».

Lasciò i tre in quella stanza, gli occhi dei due nuovi scannerizzavano Nadia dalla testa ai piedi. Lei interruppe il silenzio: «Dunque, l'idea è quella di un sondaggio per tutta la forza lavoro...».

«I sondaggi...» Stefano alzò le mani, le spinse davanti al petto. «Ma sono roba di trent’anni fa...».

Scoppiarono entrambi in una risata, a Nadia sembrava suonasse metallica, la sentiva ovunque. Si ripeteva e rimbombava ancora.

«Sì, va bene l'esperienza... ma siamo nel 2025» disse Marina ridendo ancora, girando la testa per cercare la risata di Stefano.

Nadia fissava le bocche scuotersi e gonfiarsi, si allargavano ancora senza prendere fiato. Poi i due si alzarono.

«Allora Nadia, piuttosto entriamo in azione», disse Stefano.

«In che senso?»

«Due settimane con i ragazzi della reception. Valutare i carichi di stress, le tensioni. Analisi sul campo».

«Per mettere in pratica la tua grande esperienza» disse Marina, mentre scriveva qualcosa su un foglio.

«Ci aggiorniamo!». Se ne andarono verso la porta. Nadia non fece in tempo a dire nulla.

Le risate metalliche risuonarono nella sua testa per i giorni a seguire ma soprattutto nelle notti, che erano diventate difficili da far passare.

Sognava slide di PowerPoint che scomparivano, le mani le sudavano e la targa premio le scivolava a terra, tra le risate generali di tutti gli impiegati, inclusi i capi delle sezioni estere. In una sala riunioni immensa, lunghissima, che non finiva mai.

In una di quelle notti insonni, si ritrovò a fissarsi allo specchio, percorreva le rughe con le dita. La pelle delle braccia le sembrava ingiallita rispetto a qualche mese prima.

 

Nel giorno programmato, si presentò come le avevano detto alla reception al piano terra.

Dietro il bancone, quattro occhi a scrutarla da cima a fondo.

«Sono qui per il progetto per la salute mentale...».

Senza neanche guardarla in faccia, le indicarono una sedia, vicino allo schedario.

«Guarda, se puoi iniziare con le spese di cancelleria del mese scorso... Fai il piacere», le disse un tipo con la camicia slacciata mentre masticava una gomma solo sul lato destro.

«Io sono delle risorse umane, devo valutare i livelli di stress, è un progetto interno aziendale. Non faccio parte della reception».

«Eh sì, quella che gira col questionario, lo sappiamo».

L'altro si alzò e rise sguaiato, senza nascondersi. Tirò fuori una brochure con il logo JC, segnò qualcosa.

«Tu compilami nel frattempo il piano spese e poi facciamo quella roba lì dello stress».

Nadia sentiva gli occhi ingabbiarsi e farsi rossi, seduta in quella mini scrivania, di spalle alla reception. Le voci di spesa si sovrapponevano, le celle di Excel diventavano una maglia sempre più stretta.

Durante una pausa pranzo in solitaria, si trovò a guardare l'ingresso dell'azienda, il grande parcheggio con gli oleandri. Solo vent’anni prima lo aveva attraversato fresca di laurea in psicologia.

Un giardiniere stava potando le siepi, per terra mucchi di rami e foglie secche.

Nadia vide la Canicaretti uscire e andare verso il parcheggio. Uno scatto: «Perché mi avete messo là?»

Quella però andava di fretta, aprì la portiera della macchina. «È importante quello che stai facendo Nadia, fondamentale. Ci aggiorniamo».

Erano passati dieci giorni.

Alla mini scrivania della reception si erano alternati vari impiegati, tutti giovanissimi. Nadia aveva più volte chiesto di parlare con la Canicaretti.

Alla reception c'era Romina. Nadia insisteva.

«Ancora! Non ci sta. Oppure non te la passano...».

Nadia aveva la faccia rossa, strizzò gli occhi e si tolse gli occhiali. Alzò la testa e inspirò.

«Insisto per parlare con la dott.ssa Canicaretti. O almeno lasciare un messaggio. Non so più come spiegartelo».

Romina posò il cellulare, si alzò di scatto. Si avvicinò ai colleghi seduti su un altro tavolo, batté le mani. «Abbiamo sentito tutti mi sembra, no?». Quelli fecero sì con la testa, uno tirò fuori una cartellina, era sempre blu e oro. Segnò qualcosa.

Nadia si rimise gli occhiali, strinse i pugni. «Linguaggio passivo aggressivo, complimenti» disse Romina, batté ancora le mani, stavolta lentamente.

«No guarda, non ci siamo capite allora». Nadia fece per sfiorarle la spalla. Romina saltò indietro: «Anche le mani addosso, ragazzi!». Uno dei due uscì di corsa, l'altro prese il telefono.

«Sì esatto, la pazza del sondaggio».

 

Due ore dopo, nella sala al piano terra, Sarti e la Canicaretti erano già seduti e mangiavano pasticcini. C'era anche Giacinti, che faceva scorrere di fretta le dita sul telefono.

Nadia arrivò, ad aprirle la porta c'era uno della sicurezza. Vide la Canicaretti chiudere il portatile di fretta, ma riuscì a leggere: "Metodo Joseph Court" sullo schermo.

«Canicaretti, io innanzitutto vorrei parlare del progetto. Dopo tanti anni esigo di lavorare in condizioni dignitose, e penso anche di meritarmelo. O no?»

«Cara Nadia, noi ti siamo tutti tanto tanto grati» rispose Sarti, con un sorrisetto.

«Il board ti ringrazia infinitamente, vent’anni sono tanti», disse la Canicaretti.

«Tanti tanti» ribatté Giacinti, a pappagallo.

«Il board e il board, ma lo sanno che mi avete parcheggiato?»

«Eh via, Nadia! Il tuo lavoro è stato preziosissimo».

«Impagabile direi» disse ancora Sarti.

Poi la Canicaretti si avvicinò. «Lo sai anche tu Nadia mia, l'importanza del linguaggio inclusivo...».

«Io! Fui io la prima a parlarne in azienda, durante il workshop di due anni fa...».

«Lo stress... Lo stress, lo capiamo. Certo da te il board si aspettava altro...» la interruppe Sarti, che per la prima volta la guardò in volto.

«Non è solo il linguaggio. Ti sei fatta vedere poco ultimamente, no? Sempre per i fatti tuoi».

Nadia sentiva un trapano alle tempie. La Canicaretti si piazzò al centro della stanza.

Fece un cerchio con le braccia: «I ragazzi vedono tutto Nadia, la Stantol ora è una grande famiglia».

Giacinti si avvicinò con un mazzo di fiori e un foglio blu e oro, ancora lo stesso logo JC.

«È il momento giusto per una nuova fase. Un punto di arrivo, un premio a...».

«Ancora? Una targa, ma fate davvero...».

«Ma no no, un bel viaggio premio. Un soggiorno di ben tre settimane dai nostri amici del centro Joseph Court. Relax, piscina... La palestra».

«Il bingo...» disse Sarti, ancora col sorrisetto infame.

«Ma quale viaggio e piscina, io voglio solo lavorare».

«E lo hai fatto splendidamente, cara Nadia. Ora è tempo per il nuovo corso... Enzo, puoi entrare».

Dalla vetrata, vide avvicinarsi le spalle paurose del tipo col pizzetto della security.

«Ci aggiorniamo», disse ancora la Canicaretti. Sarti invece biascicò qualcosa ridendo a Giacinti: «25%...».

 

Nel parcheggio vuoto, con la targa in mano, Nadia guardava la facciata di un palazzo che brillava di rosa shocking, nemmeno c’era fino a un anno prima.

Un camioncino della nettezza urbana si fermò vicino a un mucchio di roba da buttare, sedie, cartoni. Vecchie scrivanie e un armadietto di ferro, erano della Stantol.

Due tizi in arancione raccoglievano tutto, anche le erbacce e i rami delle siepi spelacchiate.

Guardavano Nadia ferma davanti a loro che li fissava, uno annuì con la testa.

Quando il cassone si richiuse, la targa a pentagono luccicava ancora.

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