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Sirena

  • 5 ago
  • Tempo di lettura: 2 min

di Alice Ventura


Una sirena emerge dal mare al tramonto; la luna è alta nel cielo, gli uccelli volteggiano, la costa è rocciosa.


Nata sirena, quella fu la sua sorte.

C’è chi nasce uccello, chi lupo mannaro, chi rettile. Chi indiano e chi cowboy. Chi aquilone, perennemente legato a qualcuno. Chi fiammifero, condannato a consumarsi bruciando. Chi bruco: resistere è inevitabile per diventare farfalla, tuttavia non tutti sopravvivono.

Per ogni sorte, un prezzo da pagare.

 

Lei era nata sirena, in un mondo di uomini che talvolta la desideravano, talvolta la rifiutavano. Diversa, anche dalle altre sirene. Sbagliata per la terra in cui fu concepita. Intrappolata in un corpo anarchico, spasmodico, quasi ogni suo movimento era involontario, distonico, dominato dalle emozioni e sottomesso alle sostanze. Fonte di un intollerante fastidio per chi non riusciva ad accettare la sua natura, di una violenza impassibile che la privava della possibilità di conoscere l’amore, fino ad averne paura quando finalmente l’avrebbe incontrato. Un estraneo di cui non fidarsi prima, un bisogno compulsivo dopo.

 

Molti le stavano alla larga, temevano il suo canto; pochi si avvicinavano. Per navigare nel suo mare e poterne esplorare i fondali dovevi fidarti: afferrare la sua mano, stringerla, lasciarti guidare, affrontando le verità nascoste nei suoi abissi. Avresti trovato la luce in quei fondali, perché il sole e la luna illuminano anche le acque più buie. Si poteva stare bene in quel liquido fluorescente, a tratti oro e argento.

 

Imparare a respirare sott’acqua era necessario per riuscire a rimanerle accanto: l’apnea non bastava, era controproducente. La sua marea era imprevedibile quanto lei, in grado di scatenare uragani, scatenare il panico nell’oceano, di annegare il cielo. A volte per diffidenza, per mettere alla prova chi si tuffava nelle sue onde; altre solo per farsi del male, perdersi, distruggersi. Come un evento naturale che non puoi controllare, né impedire. Succede, e tu devi essere pronto.

 

Alla fine di ogni naufragio, però, si sentiva più bella. Doveva mettere sottosopra il suo universo per capirsi, ritrovarsi, riconoscersi. Momenti come quelli, in cui si amava un poco di più e cercava pace con sé stessa e con il mondo, la spingevano a tornare in superficie.

 

Era bello vederla sentirsi libera di nuotare vicino alla riva, di abbandonarsi al sole sugli scogli senza nascondersi all’ombra, di mostrare la sua coda che brillava. Non le importavano quelle dita puntate, quegli sguardi giudicanti, quei pensieri che si sentono anche senza essere detti ad alta voce. Che bella che era quando ne rideva. Nulla pretendeva: né di essere compresa, né di essere accolta.

Desiderava soltanto essere libera di ballare, a modo suo, seguendo il ritmo del suo corpo.

 

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