Vita di confine
- Reader for Blind

- 12 lug 2023
- Tempo di lettura: 9 min
di Carmine Madeo

Mehmet sudava. Il sole di Kilis era cocente e, per giunta, il condizionatore del furgone s’era rotto.
Era tarda mattinata e un traffico selvaggio inondava la strada che portava al bazar e le auto parcheggiate in doppia fila rapivano il tempo e la calma dei conducenti. Per qualche minuto il canto del muezzin sovrastò il rumore dei clacson.
Mehmet si fermò a mangiare un kebab da Kuzey.
A quell’ora il locale era popolato per lo più da studenti, poliziotti e operai assuefatti all’odore di cipolla fritta e spezie varie.
Si sedette all’unico tavolo libero, sotto la gabbia di Kiraz, una cocorita albina e saltellante. La tv di fianco al ventilatore trasmetteva immagini del telegiornale nazionale. Il presidente Erdogan strinse la mano all’emiro del Qatar in visita ufficiale ad Ankara, i due si misero in posa per le foto di rito davanti all’ingresso dello Sheraton Hotel.
Mehmet prese a sgranocchiare peperoncini sott’olio e a navigare su Facebook col suo smartphone. Uno schiamazzo fastidioso proveniva da due tavolate di liceali.
«Stanotte non ho chiuso occhio», gli disse con preoccupazione un ometto con baffi grossi e capelli arruffati. Mehmet gli rivolse un’occhiata fugace, poi riportò l’attenzione al telefono.
«Il solito, Kuzey».
«Prima o poi arriverà qualcosa anche qui. E devo ancora finire di pagare il mutuo».
«Probabile».
Kuzey pulì con un panno il tavolo di Mehmet. Recuperò qualche briciola di pane sul polpastrello del mignolo e la porse a Kiraz. Poi, si chinò verso Mehmet.
«Oggi sono venuti due tipi a bordo di un pick-up con vetri oscurati. Barbe lunghe e sguardi sospettosi. Erano francesi, credo».
Mehmet si asciugò la fronte con un fazzoletto di seta.
«Siamo al confine, caro Kuzey e…».
Si sentì un boato e i vetri del locale tremarono per pochi secondi. Calò un breve silenzio, con occhi che si fissavano disorientati e impauriti, tre poliziotti uscirono a fumare e poi il chiacchiericcio riprese.
Kuzey toccò la spalla di Mehmet e iniziò a gesticolare con enfasi: «Beh, che continuino pure a scannarsi curdi e jihadisti, ma gli americani e i russi…».
«Kuzey, ho fame, ti prego».
«Allora sai che ti dico? Che non capisci. Perché se avessi delle ragioni come le ho io, vorrei vedere se il buco del culo non ti si stringesse a ogni botta» fece l’uomo, irritato, dirigendosi verso il girarrosto.
«Non capisco molte cose».
Mehmet andò sul sito del “Gazete Kilis”, che forniva aggiornamenti in tempo reale e lesse che era appena saltato in aria un deposito di munizioni del PKK nei pressi di Al Bab, a soli trenta chilometri da lì.
Era più di un anno ormai…
Pensò a Sabiha che non si era ancora abituata.
Mehmet chiuse gli occhi e contò. Al ventiduesimo secondo, il cellulare squillò.
Mm… facciamo progressi.
«Volevo solo ricordarti di comprare le zucchine…».
«Sto bene, Sabiha. Sto bene», rispose seccato.
«Scusami».
Mehmet percepì un respiro più ansimante del solito.
«Ti prometto una scatola di baklava, per stasera».
«Va bene», sorrise. «Hai già iniziato il giro?»
«Dopo il kebab».
Nel primo pomeriggio, Mehmet passò dal supermercato, vicino all’ospedale. C’erano poche persone in giro, per lo più donne siriane che indossavano il burqa e che si recavano a fare qualche visita specialistica. Una legge aveva stabilito che le prestazioni sanitarie erano gratuite per i siriani.
Il giovane commesso Bedri aveva già preparato i trenta pacchi di alimentari ordinati dall’associazione e aiutò Mehmet a caricarli sul furgone.
«Hai sentito la bomba?» chiese Bedri, con un risolino a fior di labbra. Mehmet annuì, mentre contava a bassa voce i cartoni.
«Dicono che sia successo qui vicino, non ad Aleppo».
«Trenta angurie! Non troppo grandi e più o meno dello stesso peso», ordinò l’uomo.
«Subito capo», rispose Bedri e corse verso l’ingresso del negozio.
«Dello stesso peso, ricordati», gli disse Mehmet ad alta voce. Ci manca solo che litighino anche per questo, pensò poi.
Si accese una sigaretta e aprì il quaderno degli appunti che teneva sotto il cruscotto. La sera prima aveva scritto un elenco di nomi. Erano le famiglie dei bambini siriani che lui aveva segnalato alla Dünyadaki Kardeşler, l’associazione turca e musulmana per la quale Mehmet lavorava da anni. Era tra i pochi turchi della provincia a conoscere l’arabo e ciò era stata la sua fortuna.
La vista della statua di Atatürk, circondata dalle sventolanti bandiere rosse, ricordò a Mehmet due cose: che la casa di Ahmed distava ancora cinque chilometri e che doveva passare in farmacia. Ne trovò una aperta sulla Cumhuriyet Caddesi e comprò due pacchi di pannolini per neonato. Poi, percorse la Debboy Sokak, superò la scuola media e lo stadio, fino a giungere in Hasan Politakan, dove le case iniziavano a diventare più fatiscenti e le bancarelle di frutta meno numerose. Una vecchia moto che trasportava un’intera famiglia – cosa abbastanza comune a Kilis – sfiorò un frontale con il furgone di Mehmet, che ne disse quattro al conducente. Poco dopo, Mehmet parcheggiò di fronte a un edificio rustico con una scala esterna pericolante, chiuso, sul retro, da una sterpaglia che si congiungeva con delle vallate di ulivi. Scaricò un pacco e un’anguria, poi, bussò al grosso portone grigio e sverniciato.
Un’orda impazzita di bambini si era accorta dell’ormai famoso furgone e dal parco giochi si diresse verso “l’uomo delle caramelle”.
Mehmet sentì il suo nome riecheggiare nell’intero isolato, cosa che attrasse i vicini agli usci delle abitazioni.
Molti bimbi calzavano scarpe rotte, altri erano completamente scalzi. Alcuni indossavano magliette così grandi che li coprivano fino alle ginocchia. Durante la corsa, uno era caduto e si era sbucciato le nocche.
Mehmet si liberò dall’assalto e andò verso il furgone, seguito dalla folla. Aprì il portello del passeggero ed estrasse un sacchetto da sotto il sedile. Tirò fuori una manciata di caramelle e le distribuì a uno a uno. Sorrisi, urla e occhi ricolmi di gioia si levarono in aria.
«Yalla, yalla!», concluse. «Andate a giocare!»
Un uomo barbuto e sudaticcio e una donna piccola e con l’hijab osservavano la scena dalla soglia del portone.
«Salam alaykum, la pace sia con te, Mehmet», disse l’uomo.
«Alaykum salam. Come stai, Abdullah?»
«Bene, grazie a dio».
Mehmet gli indicò il pacco e l’anguria, e Abdullah lo ringraziò portandosi la mano al cuore.
«E questi sono per il piccolo Ahmed» disse Mehmet, prendendo i pannolini dal furgone e consegnandoli a Sameera, la moglie di Abdullah.
«Ti prego Mehmet, beviamo un chai insieme», propose Abdullah.
«Mi piacerebbe, ma ho diverse consegne da fare e ho appena iniziato».
Abdullah insistette e Mehmet, per paura che si offendesse, accettò l’invito.
Entrarono nel garage, buio e afoso, attraversato da una parete all’altra da due fili di ferro a cui erano appesi dei vestiti umidicci. In un angolo c’erano dei sacchi di carbone, che sarebbero serviti per l’inverno. Una tenda rudimentale copriva la turca, dalla quale proveniva un tanfo che disgustò Mehmet. Questi si tolse le scarpe per poter entrare nel locale attiguo che fungeva da salotto. La luce fioca di una lampadina illuminava le rustiche mura della stanza. Il pavimento era completamente coperto da tappeti colorati e da materassi sottili ed eleganti. Un ventilatore acceso diffondeva un profumo di paprica.
Una ragazza con un maglietta rossa e jeans chiari stava cullando un bebè avvolto in una trapunta di cotone. Si intravedevano dei capelli nerissimi, un visino paffuto e minuscole labbra bavose.
«Quanto sei bello, Ahmed!», esclamò Mehmet dandogli un buffetto sulla guancia. «Marhabaan, ciao Zainab» disse poi, rivolgendosi alla ragazza. «Tuo figlio crescerà sano e forte come il nonno». Abdullah sorrise con fierezza.
«Grazie Mehmet, inshallah, se dio vuole», rispose lei con gli occhi lucidi.
Zainab era l’ultima delle quattro figlie di Abdullah. Le sue sorelle maggiori erano ancora in Siria, con i rispettivi mariti e abitavano in un villaggio nei pressi di Aleppo. Due anni prima, durante un bombardamento del Daesh, la casa di Abdullah era stata distrutta. Lui, Sameera e Zainab erano riusciti a trovare riparo in Turchia dopo aver percorso a piedi gli oltre cinquanta chilometri che li separavano dal confine. Giunti a Kilis, Abdullah aveva trovato lavoro come aiutante di un allevatore, che gli aveva concesso in affitto quel vecchio magazzino di periferia.
Sameera entrò nella stanza con un vassoio e lo appoggiò a terra con delicatezza. Sopra c’era una teiera turca fumante, quattro piccoli bicchieri di vetro vuoti e un piattino con le zollette di zucchero. Versò il tè bollente e prese posto di fianco alla figlia. Anche Mehmet e Abdullah erano seduti sui materassi e avevano iniziato a colloquiare animatamente finché un boato e il tremore dei vetri di una finestra non li fece ammutolire.
«Tu credi che finirà un giorno, Mehmet?», fece Abdullah sconsolato.
«Tutto finisce».
«Mio fratello è morto la settimana scorsa. Sono stati i soldati del regime. Prima lo hanno arrestato, poi torturato. Gli hanno strappato le unghie…».
Abdullah si interruppe per la commozione.
«Mi dispiace molto, Abdullah», disse Mehmet sorseggiando il tè.
Ci furono attimi di silenzio, le donne osservavano taciturne come al solito. Si sentì ancora il rumore sordo di un’esplosione.
«Credo che ogni cosa abbia un effetto collaterale ma, purtroppo, la causa non siamo noi, Abdullah. Altrimenti sapremmo con chi prendercela. Non perdiamo la fede, è l’unica cosa che ci rimane al momento». riprese Mehmet. Il cellulare vibrò: Sabiha, ovviamente. Non rispose, ma le inviò un messaggio per rassicurarla.
«Quanti anni hai?», gli chiese a bruciapelo il siriano.
«Trentacinque».
«E non hai ancora figli?»
Sameera lanciò al marito un’occhiataccia.
Mehmet sorrise: «Un giorno succederà, se dio vuole».
«Scusami, Mehmet» riprese mortificato Abdullah, accortosi della domanda sconveniente. ‹‹È solo che sto aspettando il quinto figlio e…››.
Mehmet rivolse lo sguardo a Sameera che era diventata rosso fuoco in volto e aveva abbassato gli occhi verso il pavimento.
«…E spero che stavolta sia maschio››, ridacchiò Abdullah, ‹‹e… non volevo offenderti, ma mi chiedevo come mai una persona così amorevole come te, dedicasse gran parte del suo tempo alle nostre sventure, invece che alla sua famiglia».
Stavolta, anche Zainab fulminò il padre con lo sguardo.
Il turco finì di bere il tè, poi, osservò Abdullah, che aveva assunto un’espressione imbarazzata.
«Lavoro, Abdullah. Nient’altro che lavoro».
«Ma non può essere soltanto lavoro».
Ahmed si svegliò e iniziò a piagnucolare a gran voce. Mehmet sorrise, poi si alzò in piedi e abbracciò Abdullah.
«Sono felice per te. È una grande notizia quella che mi hai dato e spero che sia un maschio».
Salutò con un cenno del capo le donne, diede un bacio ad Ahmed e si avviò verso il portone d’uscita.
All’imbrunire, Mehmet aveva quasi terminato le consegne. Scaricò l’ultimo pacco a casa di Fadi, un bimbo autistico che viveva con la zia nella parte vecchia della città, dove i tetti piatti delle case traboccavano di antenne e di cisterne. I vicoli erano talmente stretti che il furgone vi passava a malapena. Ma prima di immettersi sulla strada principale, ci fu un boato terribile e infinito. Mehmet inchiodò dalla paura. Il cuore iniziò a pulsargli e il respiro a divenire corto. Scese dal furgone e si mise a correre, trovando rifugio sotto il cornicione di un palazzo.
Non è una bomba. E allora pensò a un terremoto.
Prese coraggio e si affacciò sulla via. A un certo punto, l’intensità del rumore si ridusse fino ad annullarsi. Mehmet alzò gli occhi al cielo e vide le luci rosse di un caccia diretto verso la Siria.
Americani!, suppose. Si rese conto di aver lasciato il furgone in mezzo alla via col portellone spalancato. La paura era passata ma le sue mani stavano ancora tremando e non fece in tempo a prendere il cellulare dalla tasca.
Non appena gli squilli finirono, Mehmet si accasciò sul sedile, chiuse gli occhi e provò a regolare il respiro.
Alle chiamate perse di Sabiha, rispose con una foto dei baklava. Andava matta per quei dolci di pasta sfoglia al pistacchio.
Nel quartiere moderno i lampioni rendevano la città di un colore magico, tra il rosso e l’arancio. Le famiglie si erano ritirate nelle proprie case. Le innumerevoli bandiere turche che tappezzavano i balconi dei palazzi, i bar e le rosticcerie sventolavano cullate dal vento caldo dell’est. Il canto del muezzin invitò i buoni musulmani alla preghiera serale.
Mehmet prese la Cumhuriyet Caddesi che lo avrebbe portato fino a casa. Ripensò al lungo e intenso pomeriggio, alle persone che aveva incontrato, alle storie che aveva ascoltato, alle parole di Abdullah, alla faccina curiosa del piccolo Ahmed. Li avrebbe di nuovo rivisti il prossimo mese. Si era appuntato sul suo inseparabile quaderno le cose urgenti a cui provvedere: un frigorifero nuovo per la casa di Said, un grembiule per Haifa, che avrebbe iniziato la scuola a settembre, un tavolo e delle sedie per la famiglia di Samaan, una stufa a carbone per l’orfanotrofio. L’indomani avrebbe relazionato il tutto alla Dünyadaki Kardeșler. Bisognava anche pitturare i locali della mensa comune, dove la maggior parte dei siriani si ritrovavano per il pranzo, ma di quello se ne sarebbe occupato lui personalmente.
Accese la radio e cercò la frequenza di Joy FM. Davano I didn’t know di Serhat, uno dei suoi cantanti preferiti.
A un certo punto, vide ai bordi della strada statale, due bambini. Un maschietto e una femminuccia, forse fratelli. Avanzavano con un largo sacco di nylon e si fermarono davanti a un bidone della spazzatura. Lui indossava una maglietta grigia sporca di terra e un jeans strappato sulle ginocchia; lei, un bel vestitino lungo e bianco, cosa, quest’ultima, che colpì Mehmet. Entrambi calzavano sandali due volte, forse tre, più grandi del loro numero. La bimba sembrava sorridere sotto i baffi e faceva dei gesti al fratello. Mehmet immaginò che gli stesse chiedendo qualcosa sul vestito. Rallentò.
Il bimbo fece cenno alla sorella di non perdere tempo e di dargli una mano. Tirarono fuori a fatica il sacco pieno dal bidone e si misero a rovistare nell’immondizia per raccogliere gli oggetti di plastica.
Mehmet accostò al marciapiede e diede un colpo di clacson.
I due smisero subito di rovistare e si guardarono sorpresi. Poi, la bimba puntò gli occhi a terra imbarazzata e incrociò le dita dietro la schiena. Aveva un fermaglio a forma di stella su una ciocca di capelli che le penzolava sulla fronte.
Mehmet aveva finito le caramelle e allora guardò con insistenza la scatoletta di baklava. Alla fine si decise e la porse al maschietto.
«Mi chiamo Noor» fece la bimba, come se ce ne fosse stato bisogno.
L’uomo fece un cenno di saluto e ripartì, ma continuò a osservarli nello specchietto retrovisore. Sorridevano con incredulità mentre trangugiavano gli inaspettati dolcetti.
Quella scena gli parve la più bella che avesse mai visto in vita sua. E forse sarebbe stato lo stesso anche per Sabiha. Non li avrebbero mai avuti dei bambini loro due. E quando lo specchio proiettò dei puntini ormai irriconoscibili, Mehmet si accorse che stava piangendo.










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