Atterraggio
di Lorenzo Berardi

La prima volta che Søren Neifu scampò alla morte, se la vide brutta. Aveva diciannove anni e successe tutto molto in fretta. Così precipitosamente che, in seguito, si chiese spesso se quello scampato pericolo non fosse stato in realtà una premonizione su qualcosa di là da venire. Che la morte potesse colpire dall’alto non lo aveva mai escluso a priori, neppure prima di quell’iniziale incidente, ma sino ad allora aveva considerato remota una tale possibilità. Invece, dopo essere sopravvissuto per un’inezia – la sottrazione di un passo – alla caduta di un mattone piombato giù dall’impalcatura di un palazzo in ristrutturazione sul marciapiede che stava percorrendo, la sua vita cambiò. L’acuta percezione di un costante pericolo celeste rendeva ogni suo spostamento pedonale in città una spedizione da calcolare al millimetro. In mezzo alla strada non poteva camminare, per ovvie ragioni di sicurezza, ma anche costeggiare edifici o alberature lo esponeva a pericoli seri. Non solo mattoni, ma vasi di fiori, condizionatori esterni, balconi pericolanti, comignoli, bottiglie e bicchieri lasciati in bilico su davanzali o ringhiere; uno qualsiasi di questi oggetti poteva ammazzarlo sul colpo. Senza contare l’ampia casistica di materiali o esseri viventi organici, per esempio animali domestici distratti o gettati giù per gelosie, aspiranti suicidi, uccelli stecchiti in volo o a riposo, rami e tronchi spezzati da un temporale, massi sguinzagliati da smottamenti o eventi tellurici. Erano soltanto alcuni dei proiettili che lo aspettavano al varco, quando percorreva le strade della sua città o di qualsiasi altra. Per non parlare di tutto quanto stava ancora più in alto, invisibile a occhio nudo e perciò impossibile da individuare e schivare per tempo. Fulmini, chicchi giganti di grandine, frammenti di meteoriti, paracadutisti disarcionati dal vento, detriti spaziali, deiezioni congelate espulse dagli aerei di linea, ma anche gli stessi aeromobili che, di tanto in tanto, precipitavano o perdevano pezzi durante voli, decolli, atterraggi.
Søren Neifu aveva acquisito una consapevolezza inconscia di tali rischi. Per questo, a partire da quel primo incontro ravvicinato con la morte in poi, aveva adottato varie contromisure per prevenire al massimo il pericolo che un corpo piovuto dall’alto lo colpisse, facendolo secco. Non era mai stato un tipo religioso, e quindi non credeva né all’ineluttabilità del fato, né alla consolazione di un’esistenza ultraterrena, e neppure alla sopravvivenza dell’anima sul corpo. Lui voleva, anzi desiderava ardentemente, vivere. E per restare in vita il più a lungo possibile, a dispetto di quanto cadeva dal cielo, non usciva mai di casa privo di un’adeguata protezione sul capo. All’inizio, si era difeso con un caschetto da cantiere comprato in un negozio di articoli anti-infortunistici. Poi, ritenendolo inadeguato a sopportare urti consistenti o diagonali, si era procurato un casco integrale da motociclista. Un sabato pomeriggio che lo indossava, però, la polizia lo aveva bloccato in centro, mentre vi camminava al riparo aggiuntivo (o al rischio supplementare) di un porticato. Come poteva Søren Neifu sapere che quel giorno la sua città fosse in stato di massima allerta anti-terrorismo per via di un vertice sugli armamenti? E come poteva lui sospettare che il suo innocente casco integrale allarmasse a tal punto gli agenti di una pattuglia? Certo che aveva sentito le urla con cui quei poliziotti avevano intimato a qualcuno di fermarsi e alzare lentamente le mani, ma mai avrebbe pensato che fossero rivolte a lui. In assenza di una risposta a un comando reiterato, quelli lo avevano gettato a terra con un placcaggio rugbistico, poi manganellato sulle braccia e sulle gambe, infine tentato di sfilargli il casco a forza, graffiandogli il collo. Quando lui aveva reagito a quest’ultima violenza, che lo avrebbe esposto al pericolo di essere colpito a morte dall’alto, gli agenti avevano seguito una loro procedura, slogandogli la spalla destra per ammanettarlo ai polsi, dietro alla schiena, e immobilizzandolo sul selciato. Tutto ciò avveniva tre contro uno, in pieno giorno, in una via del centro, mentre decine di passanti filmavano l’accaduto e qualcuno di loro incitava i poliziotti a colpire più forte. Quella fu la seconda volta che Søren Neifu scampò alla morte, anche se le botte che ricevette gli fecero perdere i sensi.
Quando l’equivoco venne chiarito, e ogni richiesta di risarcimento per lividi, abrasioni, ecchimosi e slogatura procrastinata, decise di adottare una protezione diversa. Si procurò un ombrello a campana particolarmente solido e lo modificò, traendo ispirazione da un tutorial online. Il risultato finale lo soddisfò a metà, ma gli consentì di tornare a uscire di casa in sicurezza. Qualsiasi tempo facesse, poteva avventurarsi all’esterno sempre con il proprio ombrello blindato a difenderlo. Anche sotto a quella calotta continuava a sentirsi un bersaglio in movimento, e il rischio di attirare saette cresceva, ma nel complesso questa nuova protezione non lo faceva soffocare d’estate, al contrario della precedente. Inoltre il suo volto restava visibile a telecamere e forze dell’ordine. Così schivando proiettili celesti e corpi contundenti in caduta libera, visibili e non, Søren Neifu aveva raggiunto i trentaquattro anni. “SEI MEGLIO DI CRISTO!”, gli avevano scritto i colleghi dello studio contabile all’interno del biglietto d’auguri del suo ultimo compleanno. Sia loro che i capetti lo sfottevano, perché dicevano che aveva paura persino della sua ombra. Questa confusione nell’interpretare la sua prudenza confermava il disinteresse altrui verso i pericoli provenienti dall’alto. Gli pareva di essere l’unico sano di mente in ufficio, per strada e in città nel considerare l’esistenza di un simile rischio. Parlarne a qualcuno era controproducente, perché finiva per sentirsi ancora più incompreso. Per esempio, quella volta che aveva accennato a una ragazza la necessità di creare una segnaletica verticale, al pari di quella orizzontale, era stato un disastro. La tipa, che gli piaceva parecchio e lo aveva guardato a lungo con occhioni verdi, sulle prime non aveva capito:
«Ma scusa, la segnaletica verticale esiste già: sono i cartelli stradali, no?»
«Mi hai frainteso. Intendo dire un sistema internazionale riconoscibile, che segnali ai pedoni anche i pericoli provenienti dall’alto, in aggiunta a quelli già presenti per il traffico».
«Ovvero?»
«Ovvero i luoghi in cui non sostare e quelli dove invece è prudente fermarsi per evitare di essere colpiti da precipitazioni aeree. Per esempio, è pericoloso indugiare sotto a un grattacielo adibito a uffici perché impiegati esauriti oppure lasciati a spasso potrebbero decidere di farla finita e buttarsi di sotto, colpendoti nella caduta. Oppure, altro esempio, andrebbero mappati e segnalati a beneficio della collettività i punti in cui è caduto un fulmine negli ultimi dieci anni. Durante un temporale sarebbero luoghi sicurissimi, in quanto è statisticamente impossibile che un fulmine colpisca due volte nello stesso punto».
«Ma sai che sei incredibile? Come fai a rimanere serio quando te ne esci con queste trovate? Dovresti scriverle o, meglio ancora, fare il comico in tivù».
«Guarda che non scherzavo mica».
Questo fraintendimento e la successiva reazione incredula della tipa, che lo aveva mandato a spendere, amareggiarono Søren Neifu. All’epoca, indossava ancora il caschetto protettivo e questo lo rendeva meno sospetto agli occhi altrui. Abbinato ai suoi occhialini con montatura argento, gli conferiva un fascino misterioso da colletto blu sfumato bianco. Di conseguenza, gli poteva ancora capitare che una bella ragazza lo scambiasse per un gruista in pausa pranzo, o magari per un capocantiere sulla via di ritorno allo scavo dopo aver bevuto un caffè al bancone di un bar. Con il passaggio al casco integrale, a prescindere del pestaggio poliziesco, divenne per lui impossibile scambiare due chiacchiere con qualsiasi donna. Tutte gli stavano alla larga come se fosse un maniaco sessuale, visiera alzata o meno. Ed era un gran dispiacere, perché nessuno al mondo avrebbe saputo proteggere meglio di lui quei colli così graziosi da quanto avrebbe potuto spezzarli.
La terza e ultima volta che Søren Neifu scampò alla morte avvenne di giovedì. Rientrava a piedi dallo studio contabile, verso la casa che condivideva soltanto con sua madre da quando una congestione polmonare era stata fatale a suo padre. Erano le sei e dieci del pomeriggio e c’era uno sciopero del trasporto pubblico in corso, il che lo aveva costretto a quella sortita, in assenza di un tram per altre due ore. Stringendo ben saldo nella mano destra il manico del suo ombrello rinforzato, aperto sopra di lui, stava camminando a passo accorto quando udì e avvertì nel medesimo istante un colpo poderoso. La botta fu talmente forte da ammaccare la provvidenziale calotta, costringendolo a fermarsi per esaminare il danno. Era accaduto di nuovo! Il corpo che aveva colpito il suo ombrello, e che lo avrebbe certamente ucciso in assenza di esso, giaceva bocconi nel perimetro di un’aiuola, dove era rimbalzato. Accovacciandosi, sempre con l’ombrello spalancato sul capo, riuscì a identificare l’assalitore. Aveva un cognome e persino un titolo: si trattava del primo volume di Tutte le opere di Borges. Søren Neifu non aveva mai ascoltato nulla di questo compositore, e nemmeno lo aveva mai sentito nominare. Detestava la musica, incapace com’era di leggerla dagli spartiti e quindi di suonare un qualsiasi strumento. Che qualcuno potesse aver composto un numero tanto elevato di opere liriche, e che una casa editrice avesse deciso di raccoglierle, gli parve bizzarro. Di certo un volume di quella mole era uno spreco di carta, e lo sarebbe stato anche se si fosse trattato di Mozart. Nemmeno i tomi di filosofia, che sua madre spolverava di rado dopo averne terminato l’insegnamento, raggiungevano un tale spessore.
Restava da capire da dove potesse essere precipitato quel proiettile di millequattrocento e ventidue pagine. Impossibile che fosse caduto da un palazzo, perché l’incidente era avvenuto in un tratto di strada alberato su entrambi i lati, con gli edifici arretrati di tre o quattro metri rispetto ai marciapiedi ombreggiati da tigli secolari. Era effettivamente un mistero e l’unica spiegazione possibile era che il tomo fosse caduto dalla chioma di uno di quegli alberi, come un frutto maturo. Peccato che i tigli, fino a prova contraria, non producano libri, quindi qualcuno doveva avercelo messo. A ogni buon conto, a Søren Neifu dispiaceva lasciarlo lì spalancato nell’aiuola. Così lo raccolse. Senza rendersene conto, prese a sfogliarlo, nonostante l’operazione richiedesse una certa perizia nel bilanciarsi con l’ombrello rinforzato e, nel contempo, continuare a camminare verso la propria destinazione. Si accorse che conteneva racconti, anziché spartiti, e pur non essendo un lettore accanito, fu risucchiato in uno di essi. Evidentemente questo Borges era destinato a colpirlo, in qualche maniera. Preso com’era dalla lettura, Søren Neifu non si accorse del momento in cui la terra gli si aprì sotto ai piedi. Lui, il libro e l’ombrello precipitarono assieme in una voragine profonda svariati metri. Fortuna volle che nessun altro si fece male, perché gli operai che l’avevano aperta per la sostituzione delle tubature dell’acqua e del gas ne erano già tutti emersi a quell’ora. La sua caduta avvenne senza testimoni e passò inosservata sino alla mattina dopo, quando lo ritrovarono privo di vita, con il collo e l’ombrello spezzati. Al contrario, il primo volume di Tutte le opere di Borges era in ottime condizioni, senza neanche un graffio sulla copertina e la spina intatta. Qualcuno – la vittima? – aveva fatto un’orecchia a pagina 707, in corrispondenza del racconto Funes, o della memoria. Poiché la madre di Søren Neifu assicurò che quel volume non poteva appartenere a suo figlio, e gli operai si rifiutarono di toccarlo, il libro fu mandato al macero.






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