

Sala d'attesa
La donna solleva la testa, guarda nel vuoto. La pelle del viso si rilassa, gli occhi vitrei, le mani e i ferri sulle gambe. Un cartellone pubblicitario sul muro di sinistra attira la sua attenzione. C’è una tavola natalizia. Porta una mano al petto. Chiude gli occhi e le rughe ai lati diventano solchi.


Sirena
Nata sirena, quella fu la sua sorte.
C’è chi nasce uccello, chi lupo mannaro, chi rettile. Chi indiano e chi cowboy. Chi aquilone, perennemente legato a qualcuno. Chi fiammifero, condannato a consumarsi bruciando. Chi bruco: resistere è inevitabile per diventare farfalla, tuttavia non tutti sopravvivono.
Per ogni sorte, un prezzo da pagare.


Lacrime animali
Non mi sono mai piaciuti gli animali. Nel senso che non mi è mai piaciuto entrare in contatto diretto con loro, perché gli animali mi piacciono tantissimo da vedere, sapere che ci sono e sono liberi e stanno bene.


Una luce sempre accesa
di Dagmara Bastianelli 1. Letizia si fermò nella cabina armadio, in piedi di fronte allo specchio. Testa, spalle e colonna vertebrale allineate. I lunghi capelli biondi in ordine. Il corpo nudo modellato dagli allenamenti quotidiani e dalla dieta che si era imposta per competere con i corpi delle colleghe più giovani. Nonostante il portamento impeccabile e il nome che sembrava promettere gioia, faticò a riconoscersi. Lo sguardo era spento e, da un angolo dell’occhio destro,


Il quartiere degli angeli
di Jacopo Giorgi Cheik parcheggia lo scooter accanto alla Mairie, si sfila il casco e si massaggia il viso. La barba corta punge sotto le dita. È ancora presto e l’aria fredda del mattino non sa proprio di benvenuto. Poco male: si scalderà camminando. Risalirà le stradine del quartiere fino alla Place des Treize Cantons, per attraversare i suoi odori e ascoltare i rumori della strada che si sveglia. Forse incontrerà qualche vecchia scritta sui muri, una di quelle che lui e Na


24/12/2000 ore 23:45
L’ultima cosa che vide prima che il timer spegnesse la luce del pianerottolo, fu il vaso che stava sotto il loro campanello. Un vaso verde, a forma di tartaruga.
L’aveva scelto e ce l’aveva piazzato sua madre, quel vaso, sotto il loro campanello. Anche la pianta che ci cresceva dentro l’aveva scelta lei: un’aspidistra. L’aveva scelta per sfida, perché cresceva poco, non fioriva quasi mai e quando lo faceva, i fiori sembravano dei brufoli schiacciati male.


L'ora di libertà
Le 10:00.
Ha un’ora di libertà. Amalio apre il cancello ed evade verso il parco. Usura il corpo con flessioni al limite della sua resistenza e poi cammina, più veloce che può, per lasciare dietro i pensieri.
Non ce la fa.
Ritornano martellanti non appena riprende fiato. Ha memorizzato quasi ogni parola dell’e-mail e se la ripete in testa come fosse una filastrocca.
Una filastrocca perfida intitolata “Richiamo formale e possibile avvio di procedimento disciplinare”.


Come il cemento
Tutti gli oggetti rinchiusi in questo minuscolo angolo di cemento sono immobili. Completamente immobili. La confezione afflosciata di caffè, malamente richiusa con una piccola pinza di plastica; il fornelletto sporco e arrugginito, ispezionato ogni mattina; i bicchieri di plastica usati; alcune riviste pornografiche sparse sotto il letto, pochi e malconci libri, accatastati e intaccati dalla muffa, nell’angolo meno illuminato. E con tutti loro, anche io. Immobile, quasi pietr


Le tende
Eccolo.
Eccolo uno dei tanti motivi per cui Grace preferiva i tramonti alle albe. Attraverso di esse si sentiva libera, a casa, felice, ispirata, protetta. Tutto era in armonia. Attraverso i loro curvi profili, Grace viveva la sua vita lontana dal mondo monotono che fuori esisteva.
Quelle tende proteggevano qualcosa. Quelle tende che fungevano da narratrici ma anche e soprattutto da ascoltatrici erano rimaste sempre lì, in perenne fluttuazione, e brillavano a ogni goccia di


Un tavolo per due alla fine del mondo
di Nello Somma brano consigliato con la lettura: https://www.youtube.com/watch?v=YC3iYl2Ux6o&list=RDYC3iYl2Ux6o&start_radio=1 Il vento passava lento tra i vetri rotti delle finestre, facendo sbattere contro il muro quel che restava di una tenda bianca. Il sole, basso sull’orizzonte, tagliava l’aria con luce opaca. I colori avevano perso qualcosa, o forse era solo la polvere a mangiarli. Il ristorante si chiamava “Dante’s”, e il nome era ancora leggibile sulla targa di ferro,


