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Ogni posto ha una voce

5 giorni fa
Tempo di lettura: 9 min

di Marco Corvaia



Una strada tortuosa e deserta attraversa colline brune sotto un cielo grigio; la presenza di pali della luce e recinzioni conferisce all'insieme un'atmosfera silenziosa e solitaria.


Mentre la velocità dei veicoli incide crepe sull’asfalto, facendo affiorare una carne minerale che resiste a stento, Antea si spoglia. Gli abiti li poggia sul guardrail e, armata di pastelli a cera e un foglio nero, immagina di tuffarsi dentro al corpo martoriato di questo tratto della A14 per nuotare nelle sue struggenti profondità.

Con la pelle assorbe l’inespressa sofferenza del serpente cinereo che fende la campagna abruzzese, la incanala nelle mani e sprigiona dei segni indomabili. Disegna ciò che la materia le trasmette, in un rapimento febbrile.

Non fa caso alle strombazzate di qualche vettura, né agli spostamenti d’aria provocati dai tir; nulla può distrarla dal contatto emozionale che instaura con un luogo. Quando avverte di averne colto il respiro si risolleva, appagata come dopo un amplesso, e scrollati di dosso detriti di catrame e pneumatici, si riveste. Poi conserva quella nuova testimonianza e zaino in spalla riprende il cammino. Mancano un paio di chilometri alla prossima area di servizio.

 

Zigzagando fra le pompe di benzina, dopo una decina di tentativi fallimentari riesce a farsi caricare su un’automobile bianca come la finta innocenza. A guidarla è una signora ingioiellata che ha imbracato il proprio figlioletto al seggiolino. Senza troppi convenevoli si accomoda sul sedile del passeggero, così la strada ricomincia a muoversi.

«Non credo di aver capito, la sua macchina dov’è?»

«La macchina di chi?»

«La sua» ribadisce la donna, indicando Antea.

«Ah, la mia! Non ce l’ho, mica ho detto di averne una. Ma perché mi dai del lei?»

«Per educazione, signorina».

«Io non do del lei a nessuno; è una forma di cortesia ipocrita e obsoleta».

«Nella proprietà di un estraneo dovrà pur adattarsi alla mentalità altrui».

«Dovrei adeguarmi a chi mi dà uno strappo? Che assurdità! Viaggio soltanto in autostop e ne vado fiera, è libertà allo stato puro… Una libertà che va preservata».

«In giro c’è certa gente però…», obietta la signora con un’espressione di disgusto. «Dev’essere rischioso, soprattutto per una ragazza».

«Se ti riferisci a quelli che mi danno del lei, be’, non sono un gran problema» ribatte, esponendo la storta caricatura di un sorriso.

«Dubito che sia tanto tranquilla con chiunque, sarebbe un’ingenua».

«Ho rinchiuso la tranquillità in una botte e l’ho gettata in mare, come facevano i pirati per sfuggire alle navi corsare. L’euforia è più preziosa, quanto le risate che fanno rumore» e ride in modo sguaiato, per infastidirla.

«Forse sto parlando troppo. Preferisce ascoltare della musica?»

«Macché, la musica in radio non mi rispecchia, io sono vera» le risponde, e ridendo ancora più forte contagia perfino il bambino.

Finora le era sembrato imbalsamato, non aveva emesso alcun suono. Si volta a guardarlo e quello si zittisce subito, come se la considerazione di un adulto rimandasse solo a un senso di rimprovero. Con smorfie e linguacce tenta di divertirlo di nuovo, ma rimane impassibile.

«Tu e tuo figlio vi assomigliate moltissimo».

«Oh, dice davvero?»

«Sì, mentalmente siete entrambi dei pupazzi».

«Cosa?», sbigottisce la madre corazzata d’oro.

 

Di nuovo a piedi. Antea pensa che sarebbe potuta andare peggio: perlomeno ha urlato soltanto nella propria testa. Antea detesta le urla, rievocano giorni infelici.

Non si è avvicinata granché alla meta, ma sotto il cielo soave di questo mattino tiepido è serena, una frivola brezza le accarezza il collo con sensualità. Sebbene sappia che l’autostop in autostrada sia vietato, mette in mostra un pollice e attende.

Intanto osserva la striscia discontinua che separa le corsie, sbiadita come un’impronta sulla sabbia, e al di là del manto stradale ci sono campi incolti, dove sparuti aceri sembrano ricambiare il suo sguardo. Questa placida intesa però viene interrotta dalla graduale frenata di un’automobile. Accenna un saluto fugace agli alberi e segue quell’opportunità.

«Dove devi andare?», le domanda un uomo vecchio e sporco al volante di una carretta vecchia e sporca.

«A Lecce».

«Bene, monta su, io arrivo alla provincia di Bari».

Consapevole di doversi togliere da lì e che l’autogrill è troppo distante per essere raggiunto a piedi, non se lo fa ripetere due volte. Spalanca la portiera e s’inoltra in un tanfo ruvido, prendendo posto tra ferraglia di ogni tipo.

«Non vedo un autostoppista dagli anni Settanta, credevo si fossero estinti» dice il tizio, accendendosi una sigaretta.

«Oh no, esistiamo ancora. I serial killer non ci hanno ammazzati tutti quanti».

«Hai la risposta pronta. Buon per te» aggiunge il tipo, prima di avviarsi.

Procedono in direzione del sole che si staglia alla sua massima altezza, quella di mezzogiorno, ma con cautela, come se lo stessero pedinando. E nessuno spiccica una sillaba, l’unica voce udibile durante il tragitto è quella rauca del motore, in sintonia con il tintinnio degli oggetti metallici ammucchiati nell’abitacolo.

Nei pressi del meridiano di Termoli lo stomaco di Antea inizia a brontolare. Esige cibo che lei non ha, le scorte di viveri sono terminate, perciò prova a farsi sentire dal vecchio, come l’allarme di una sosta urgente. Quello però distoglie l’attenzione dalla sua guida prudente solo per darsi una grattata o bruciare l’ennesima sigaretta; ha creato una nube tossica che la sta soffocando, il finestrino è inceppato, non le permette di rifiatare.

Quando finalmente appare l’insegna dell’autogrill, tossisce un sospiro di sollievo. Non è un miraggio.

«Mi fermo, ho bisogno di andare in bagno», ammette il vecchio.

 

Le è stato offerto il pranzo. Mastica e deglutisce per necessità, ma controvoglia. Ogni alimento sa di plastica o di alluminio.

«Da dove sei partita?», chiede l'autista del momento.

«Difficile da dire, io non ho un punto fermo».

«Sei una nomade? Vivi per strada?»

«Dormo all’aperto solo se mi va».

«Quindi da qualche parte ce l’avrai una casa».

«Ovunque, nel mondo c’è più generosità di quanto si creda».

Il vecchio scuote il capo; non pare esserne convinto. Poi beve l’ultimo sorso amaro di caffè. Si rimettono in viaggio senza dirsi altro, immersi nella rinnovata nube tossica.

Superano il cartello che barra in rosso il Molise: sono i benvenuti in Puglia. Antea percepisce l’accorciarsi della distanza come un’impressione fisica, le sembra che le increspi le guance. Freme al pensiero di rivedere sua figlia dopo tre anni, sperando sia davvero dove le ha rivelato quell’assistente sociale pentito, che sia in buona salute e che la riconosca; era così piccola quando gliel’hanno portata via.

«Faccio una deviazione a Foggia, poi proseguo fino a Bitonto. Ti sta bene?» farfuglia il vecchio, attraverso il fumo che sputacchia.

Accetta. Cercare un altro passaggio sarebbe un azzardo.

Posteggiano in centro e si separano, fissando un appuntamento per ripartire al più presto.

Antea elemosina qualche soldo, finché rimedia il denaro per due birre. Dopo averle acquistate si siede sulla panchina di una piazza anonima, impreziosita però dalla vivacità di una bambina con occhi golosi e capelli allegri. Indossa un vestito che la rende simile a un trullo, è la cosa più bella in città.

Incantata, ipotizza che abbia la stessa età di sua figlia e che, con quei ribelli ricci bruni, possa perfino assomigliarle, ma non ne è sicura. Si scola le bottiglie nella morsa di quell’incognita desolante, fiduciosa che a breve possa dissiparla.

 

Si ricongiunge al vecchio con puntualità e il viaggio continua, più leggero. Del metallo che invadeva l’auto non c’è più traccia; presume l’abbia venduto.

Al paesaggio invece non bada, pensa ancora alla figlia. All’ultima volta che ha potuto stringerla fra le braccia, a quello che dovrà escogitare per incontrarla, alle sue reali intenzioni. Non sa se sia stato ingiusto impedirle di fare la madre in questi anni, come sarebbero andate le cose se non fosse stata denunciata per le condizioni di degrado in cui vivevano, o se la bambina stia meglio senza di lei. Ma non ha dubbi sul desiderio di riabbracciarla, senza causare del male a nessuno, neanche a chi si sta prendendo cura di quella creatura che lei non era pronta ad accudire. Non vuole agire da pazza egoista, pur di non turbarla è disposta a nasconderle la sua identità.

Assorta in queste riflessioni non si rende conto del tamponamento sfiorato dalle vetture davanti a loro, né delle imprecazioni del vecchio contro quegli automobilisti incoscienti. Starle lontana è inaccettabile, il resto è uno scenario trasparente.

«Tra un centinaio di metri svolto al bivio e ti mollo sulla statale».

Antea annuisce; è sempre più vicina, l’increspatura si allarga sulla bocca.

Poco dopo accostano. Prima di scendere dalla macchina però gli regala il disegno che ha realizzato in Abruzzo, nuda sull’asfalto. È piegato in quattro. Aprendolo, il vecchio scopre il proprio ritratto.

«Ti ringrazio, è una sorpresa… stupenda» mormora commosso, ammirandosi oltre l’apparenza: lì è quieto, fresco e meno stanco.

«Certi posti mi parlano della gentilezza che riceverò» gli confida, ignorando poi la perplessità che compare su quel volto rugoso.

Si sistema in groppa al suo zaino da campeggio, sul ciglio di una strada sbrindellata, e guarda quel macinino attempato rimettersi in marcia. Lo saluta sventolando le braccia, con riconoscenza.

Sta tramontando. Su un altro dei suoi fogli neri scrive LECCE e lo espone, in modo che qualsiasi viaggiatore in transito possa avvistarlo. Di traffico ce n’è, il traguardo sembra imminente, ormai. Ne è talmente entusiasta da mettersi a cantare il motivetto di una canzone che piaceva a sua figlia; ha scordato le parole, ma non le importa, conta l’intonazione.

Non si è ancora fatto buio quando si ferma un furgoncino da lavoro. Gli corre appresso, quasi non le pare vero che si stia imbattendo in tanto altruismo, di solito l’attesa tra un passaggio e l’altro rischia di essere scoraggiante. Invece affidandosi a questa ulteriore onda amichevole fa la conoscenza di Renato, un ragazzo giovane quanto lei che ha appena concluso un intervento di manutenzione in zona e ora sta rincasando.

«No, non sto scherzando», le dice. «Posso accompagnarti fino a destinazione… Ci abito».

 

Chiacchierano amabilmente, raccontandosi le rispettive giornate: quella di Antea da girovaga che stavolta ha un punto d’arrivo, per motivi che non svela, e quella troppo seria di Renato, costellata di cavi elettrici e centraline. Lui per dovere fa l’elettricista, ma per attitudine è un musicista; collega fili e suona le corde del suo mandolino, ripara impianti e si esibisce con un gruppo folk di tarantella, guadagna un po’ di qua e molto meno di là. Si ritiene un mediocre lavoratore che come strumentista è a malapena decente, ma lei non gli crede.

«Secondo me sei umile», dissente, «e parecchio bravo in quello che fai».

«Non saprei, ambisco a un’indipendenza gradevole, senza inseguire l’utopia della felicità. Tu la stai cercando?»

«Sono alla ricerca di qualcosa di più intimo».

«Già, alla felicità serve che l’intero contesto sia in armonia».

«È più facile ritrovarsi nel tormento, quello…».

«…fa parte di tutti noi», completa Renato.

Antea sorride, attratta da qualunque dettaglio che le è affine, capace di gustarsi coincidenze e similitudini. E in questo sconosciuto che non la reputa un personaggio anacronistico, intercetta qualcosa di sé. Ne è incuriosita, scruta il suo aspetto aggraziato, l’atteggiamento morbido che mantiene.

Scivolano a sud, in una sera senza stelle, illuminando con i fanali un percorso che si spopola, tra discorsi radicali e confidenze. Renato vive in un antico casolare di periferia che sta ristrutturando con l’aiuto di qualche amico, Antea confessa di non aver alcun documento d’identità e che questo è il nome con cui si è ribattezzata grazie a un’esperienza trascendentale.

«Ti dona, l’hai scelto bene. Forse ogni individuo dovrebbe darsi il proprio nome».

«L’estasi non mente mai. Chissà come ti chiameresti tu».

«Magari un giorno lo sapremo… In un’altra storia», suggerisce.

Piove, il furgoncino decelera e loro chiudono gli spiragli dei finestrini, all’unisono. Le gocce sui vetri cambiano traiettoria, divenendo frecce d’acqua che si assottigliano. Lei le contempla come fosse una magia. Lui se ne accorge e le sussurra complimenti suggestivi, intrisi di rustica poesia.

Antea non può trattenersi. In un impeto rovente slaccia la cintura di sicurezza, lo avvolge nel proprio calore e lo bacia sulle labbra, amandolo così forte e così a lungo che le sembra di galleggiare nello spazio. Ma è un’illusione; non stanno naufragando in un sentimento inaspettato, vengono sballottati nel furgoncino che sbanda, va fuori strada, sobbalza su un dosso e si scaglia contro un ulivo.

 

La pioggia irriga l’uliveto con insistenza mentre Antea gironzola scalza fra le piante; le piace calpestare quel terreno umido. Nonostante lo schianto non ha nemmeno un graffio, come pure Renato, che armeggia nel cofano del furgoncino per resuscitarlo, innervosito.

Gli sta alla larga, preferisce godersi la danza delle fronde sferzate dal temporale, i rami robusti che lacrimano saggezza, l’inebriante odore di terra bagnata. Compongono uno spettacolo naturale d’irresistibile eleganza, ne avverte il brusio interiore, e deve assecondarlo. A ogni passo si sfila un indumento, scostandosi dalla luce del mezzo di trasporto tramortito, finché denudata si distende al suolo con un foglio nero e un pastello, nella solitaria oscurità.

Si rialza quando ormai ha smesso di piovere, e torna indietro, infangata, recuperando i vestiti fradici, come se tracciassero una scia per non perdersi. Nell’area dell’incidente però ad aspettarla c’è solamente lo zaino, appoggiato al tronco di un ulivo. Il furgoncino è sparito, così come Renato.

Lo chiama a squarciagola per un’ora, senza esito.

 

Stremata, arranca in un’alba salentina. Con quel poco che le appartiene a gravarle sulla schiena, di una lumaca non ha soltanto la lentezza.

Sa che se non fosse stata lasciata in quel campo sarebbe in città già da un pezzo, dove avrebbe scovato una cena e un anfratto per dormire, ma non intende sprecare neppure un istante per comprendere il comportamento di Renato. Che abbia rinunciato a rintracciarla dopo un’estenuante ricognizione, oppure se ne sia andato maledicendola perché ha quasi distrutto il suo fondamentale strumento di lavoro, non fa differenza per lei. L’ha abbandonata, non c’è altro da sapere.

Si disseta a un abbeveratoio e si dà una ripulita, non vuole presentarsi lercia all’incontro più atteso. Poi rimira il viso che ha disegnato tra gli ulivi, quello di sua figlia com’è oggi, e riprende a camminare, rinvigorita.

Niente autostop, sulla strada ancora assonnata c’è solo Antea, persuasa di poter valicare quel confine d’assenza che la separa dalla vita a cui ha dato origine. Ne stringe la prova tra le mani. Queste profezie non l’hanno mai delusa.

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