Un giorno felice
di Lorenzo Galuppi

M. Fabregas era un uomo felice. Già solo perché tutte le sue giornate cominciavano dal sorriso di sua moglie, che lui passava ore intere a fissare. Come la trovava bella, come la trovava sempre giovane e vitale. Gli sembrava non cambiasse mai. Ma agli occhi di un innamorato è così che appare chi si ama.
Fabregas nemmeno ricordava come o dove si fossero conosciuti: la presenza di Linda nella sua vita gli pareva piuttosto un fatto connaturato. Come è ovvio che nelle belle giornate debba esserci il sole. Anche se qualcuno potrebbe obiettare che si possa essere felici anche se piove, ma questo qualcuno non è oggetto d’interesse per Fabregas.
Lui era convinto che la felicità potesse esser fatta solo così, e la considerava un suo diritto. Anche se mal ricordava il suo primo giorno felice. Forse, ma questa era solo una sua teoria, quando aveva visto quei colori: se fosse stato così, voleva dire che Fabregas era nato felice. E siccome era nato felice, ridendo, a differenza dei comuni mortali che piangono dopo essere venuti al mondo, allora doveva per forza essere superiore agli altri. Era il suo dono dall’alto.
Fabregas era un uomo felice, infatti, anche perché si svegliava ogni mattina col sole a illuminare le sue giornate. Un sole tiepido, mai bollente, dalle tinte pastello, che poteva guardare per ore intere senza mai stancarsi, senza che gli occhi in qualche modo gli dolessero. Semplicemente, ammirandone l’assoluto splendore, la meraviglia.
Com’era bella ogni cosa della vita di Fabregas, quando la illuminava il sole. Sempre alto e mai eccessivo. Lui pregava che non smettesse mai, che fosse così in eterno e, quando erano passati abbastanza giorni da che aveva cominciato a pregare, si era pure convinto che Dio l’avesse ascoltato e gli avesse donato solo giorni di sole. Ma per forza Dio ascolta le preghiere di un essere superiore. Quello splendido meraviglioso sole, un cielo terso e Linda con cui condividerlo. Erano le forme che componevano la vita felice di Fabregas.
Fabregas era un uomo felice anche perché non c’erano mai nuvole in cielo. E si vedeva soltanto questo azzurro cerato che sembrava non finire mai e mai cominciare, allo stesso tempo. Era lungo e altissimo, ma Fabregas sentiva di poterlo toccare quasi ogni giorno tanto era un uomo felice.
Chi mai, si chiedeva, vorrebbe vedere nel cielo comparire un groviglio di nuvolacce che oscurano il sole? Non si può essere felici con le nuvole, quelle sono imprevedibili e da un momento all’altro possono scaricare giù tutta la dannata pioggia che portano in groppa. Le nuvole, pensava Fabregas, sono i dromedari, i cammelli del cielo. Non piacciono a nessuno questi animali, se non per salirci su e farsi una foto.
Ma diamine, a parte qualche sconosciuta divinità greca, chi era mai riuscito a cavalcare una nube? Lui in effetti era un essere superiore, quindi avrebbe potuto anche provare, ma perché desiderare di sporcare un cielo così? E poi non era mica detto che a farlo si sarebbe stati felici. Se si fosse caduti da quelle altezze non sarebbe stato un graffietto, anche per uno come lui. O, se per colpa di un fulmine accecante nel bel mezzo della cavalcata, avesse perso la vista: avrebbe per sempre vissuto in un mondo meraviglioso di cui avrebbe scordato l’incanto piano piano. La più crudele delle condanne, una sorta di ergastolo. Immaginava il rosa pallido delle mani di Linda trasformarsi per lui in uno spigoloso geometrico senza un tono. Immaginava che, se fosse diventato cieco, fissare il soffitto e fissare il cielo sarebbero stati la stessa cosa. Che squallore.
Se la nube si fosse imbizzarrita e fosse diventata un ciclone? Ma poi, non voleva contare i danni che in quel caso avrebbe fatto a terra, al suo mondo. La casa, Linda e che fine avrebbe fatto poi il sole? C’era il rischio che tanta acqua lo sciogliesse per sempre e a quel punto che ne sarebbe stato della sua felicità?
Fabregas quindi era davvero felice che le nuvole non ci fossero. Così come era felice che, pur senza pioggia, il raccolto crescesse rigoglioso, le spine di grano altissime, gli alberi dessero frutti. E quanti fiori c’erano sul prato: gialli, rossi, magenta, viola pallido, bianchi. Non ne conosceva i nomi, di nessuno, ma immaginava dovessero essere tanto belli quanto inebriante la loro presenza. Qualcuno lo aveva voluto inventare lui: le luminelle, i vetrilli.
Di tanto in tanto, meditava sul coglierne qualcuno per metterlo sull’orecchio di Linda: un fiore sopra un altro fiore, sai che visione stupenda. Sarebbe sembrata anche lei una dea, a quel punto. Ma non aveva mai azzardato tanto, forse per paura di un’allergia della compagna. Come avrebbe fatto se lei fosse morta, chi avrebbe fatto da sfondo a tutto quello che intorno c’era?
Fabregas era un uomo felice di svegliarsi ogni mattina in quel posto così verde, oltre che blu per il cielo e giallo pastello per il sole. E sfotteva le persone che passavano a fargli visita perché non erano tutte altrettanto felici. Come a dire: io sono così tanto più felice di voi che il mio riso abbonda e vi frana addosso, non posso farci nulla. Vorrei, ma aimè.
Allora, se vedeva qualcuno arrivare con la faccia stanca, magari per un lungo pellegrinaggio, gli diceva che avrebbe fatto meglio a entrare da lui e riposare perché sembrava avesse un chicco d’uva pesto al posto del viso. Così come non si stupiva di ricevere tutte quelle visite, di essere un centro di gravità per la gente. Perché gli pareva impossibile che non si volesse vivere almeno un giorno immersi in un mondo così. Con un cielo azzurro e immenso, un sole mite, l’erba, i fiori, il grano, i frutti, l’amore.
E c’era una sedia, su cui meditava di sedere prima o poi. Magari quando si sarebbe fatto più vecchio e fosse stato stanco di stare in piedi tutto il giorno. Non adesso, no. Non si sentiva affatto stanco. Ma non avrebbe smesso di essere felice, comunque, avrebbe semplicemente svolto il suo esercizio in un’altra posa.
Si era chiesto una volta se avrebbe mai saputo piangere, quali meccanismi, muscoli, sensazioni. Ma non gli riusciva nemmeno di immaginarselo, il suo viso contrito in una smorfia di sofferenza e le rughe che gli apparivano in fronte quando strizzava la faccia per spremere via le lacrime – come si fa con le spugne da cucine, che poi tutte ciancicate vengono buttate nel secchio – e quelle orribili striature di muco, quel viscidume. Quindi, sorrideva.
Così, avanti, tutto il giorno, tutti i giorni dell’anno. Fabregas si alzava al mattino, quasi sempre di buon’ora ma mai prima che il sole sorgesse, e cominciava il rito contemplativo della sua realtà: il sole, sua moglie, il cielo, l’assenza di nuvole, il prato, gli alberi da frutto e le spighe di grano. Come se le contasse, le cose che lo rendevano felice, e come se lo volesse fare prima che i visitatori cominciassero ad arrivare.
Dopo aver finito, sfoggiava il suo splendido sorriso e, accanto a Linda, aspettava che venisse sera. Colmo dell’unica emozione che conosceva: quell’immensa gioia, e ignaro di essere ostaggio di una tela formato 20 esposta su una delle sette pareti in basalto dell’enorme Main Hall del museo civico Nazionale. Non sapeva di essere un quadro.
Il dipinto ad acquerelli di uno degli artisti meno felici dell’ultimo secolo, morto solo mentre fuori pioveva: Un giorno felice, Mauricio Fabregas, 1817.






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