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Stalker

7 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

di Alberto Bergamini


L'insegna logora del Royal Hawaiian Motel di Arne in uno scenario lungo una strada nel deserto al crepuscolo, con palme, linee elettriche e una stazione di servizio Chevron.


Sbuco alla luce. Il carrello fa ancora una decina di metri, poi si ferma alla fine del binario. Intorno il paesaggio di sempre, colline e valli coperte di erba alta, i boschi hanno ripreso possesso del luogo, le carcasse delle auto e i ruderi delle case abbandonate in fretta, i carri armati e gli elicotteri schiantati, persino i cadaveri sono ancora lì, nella stessa posizione di quando sono morti, non putrefatti o ridotti a scheletri, sono come di cera. Una volta mi sono fatto coraggio e ne ho toccato uno, era cera sul serio, al tatto era come le statue del Madame Tussauds ma non mi ha fatto ribrezzo o altro. Qui nulla fa nessun effetto, è per questo che ci si sta bene, lo sapreste se aveste il coraggio di venirci. Là in fondo, saranno almeno trenta chilometri, si intravede la sagoma del muro.

Scendo per la scarpata di fianco al binario, punto i piedi sui sassi e mi tengo alle radici. In fondo c’è la piazzola piena di crepe ed erbacce, e di nuovo l’auto, sempre lì, come ce l’avessi riportata io.

È strano da spiegare: la strada è una sola ma cambia, le prime volte era la stessa strada ma non arrivavo negli stessi posti, poi da quando ho trovato il Motel ogni volta arrivo lì anche se la strada è diversa. Lungo il tragitto altri ruderi e carcasse, altri cadaveri come manichini a cui qualcuno avesse cambiato i vestiti; sorridono, non credo abbiano sofferto. Entro nella stazione di servizio, con l’autolavaggio che funziona sempre, la macchina sotto è diversa ma l’impianto sta sempre lavando. Dalla mia camera si vede proprio l’autolavaggio, una volta l’ho spiato per tutto il tempo, la macchina non si è mossa e lui ha continuato a lavare. Supero le pompe di benzina e parcheggio davanti alla porta. La hall è deserta, come il resto dell’edificio; gli altri arrivano dopo, mi è venuto da chiedermi se non arrivino solo perché arrivo io, per me, in fondo qui tutto accade per me, questo è chiaro, come accadrebbe per voi se ci veniste. Alla reception il concierge mi accoglie come se fosse la prima volta che mi vede, e probabilmente lo è. «Buon giorno, posso aiutarla?» mi chiede, mentre io non ho più l’aria spaesata e le domande per trovare una logica. «Sì grazie, vorrei una camera per la notte».

«Mmh… Siamo quasi al completo, però mi è rimasta la 23 al secondo piano. Purtroppo dà proprio sull’autolavaggio, spero non la disturbi».

«Nessun problema».

Stampa il foglio che esce bianco e mi allunga il POS senza alcuna connessione ma che fa bip lo stesso.

L’ascensore ha tre pulsanti, premo quello del secondo piano ma fa almeno quattro fermate su altrettanti piani e continua a salire e sale anche un tizio. Ci siamo: è la prima volta che gli incontri iniziano sull’ascensore, non sono spaventato e non lo sono mai stato. L’ho già detto che non si prova niente, e poi è troppo chiaro che qui non può succederti nulla, al massimo si muore, come le statue di cera in strada, in fondo come tutti.

Il tizio mi sorride. È in giacca e cravatta, ha l’aspetto di un uomo d’affari. Continuiamo a salire, è proprio di fianco a me e tiene una ventiquattrore appoggiata alle gambe. All’improvviso si gira e mi domanda a bruciapelo:

«Lei non pensa che avremmo potuto, anzi dovuto fare tutt’altro? Anzi, lei non pensa che dovremmo?».

Mi giro a mia volta: «Sì, non ho dubbi che sì».

«Lo immaginavo. Però mi domando: che cosa?»

«Qualsiasi altra cosa, oppure nulla e basta».

Le porte si aprono, davanti a noi c’è la hall nonostante la salita di almeno sette piani, il tizio inclina la testa e mi sorride con l’espressione che fa la gente per dire “tu la sai lunga vecchio mio”, e agita anche la mano con l’indice puntato verso di me. Poi esce, le porte si richiudono, l’ascensore sale al secondo piano.

Il corridoio è vuoto, solo il carrello delle pulizie ma nessun inserviente, vado dritto alla 23. La finestra dà verso ovest. È già pomeriggio, la luce inonda la stanza, vado alla finestra e guardo l’autolavaggio che lava. Non c’è nessuno sul piazzale, i rulli lavano e lavano, so che continueranno all’infinito. Mi siedo un momento sul letto, tutto comincia a farsi più leggero, le ossa, i muscoli, la pelle, come se fosse il mio corpo stesse per vaporizzarsi. Poi i pensieri si fanno freschi e torpidi, inizio a perdere di vista chi sono, cosa faccio, perché lo faccio, perché mi sembra importante farlo.

 

Nella hall ora c’è tutto un via vai di ospiti, gentili, cortesi, mi sorridono e mi augurano buona giornata, sono come correnti d’aria, non si riesce a dire da dove spuntino né dove svaniscano. Se si prova a seguirli con lo sguardo non ci si riesce perché non si riesce a interessarsi a loro e loro non riescono a interessarsi a te, c’è quell’augurio di buona giornata e poi si svanisce, credo reciprocamente, e ogni cosa è serena e senza cura. Adocchio la mia poltrona, nel salottino di fianco alla reception, la raggiungo e mi siedo. Il concierge di là dal bancone è molto indaffarato, ospiti che arrivano, ospiti che vanno, ma sono tutti solo correnti d’aria, ne fredde né calde, rapide e carezzevoli.

La gran parte di me è già evaporata, dire che non ricordo non è esatto, non rende l’idea, sarebbe più corretto affermare che non ho più nulla a che fare con me, con quello che sono fuori dalla Zona; ecco, per esempio, ricordare ricordo tutto, ricordo che subito dopo la Visita le leggende riguardo la Zona si moltiplicavano: tecnologie, ricchezze, sfere che esaudiscono i desideri, stanze che ti mettono di fronte alla parte più intima di te stesso, misticismi mirabolanti, ma tutti avevano paura a venirci perché si sapeva come uscivano quelli che avevano la fortuna di uscirne, quindi mi è venuto da pensare: almeno sarà tranquilla, un po’ come chiudersi in bagno per starsene in pace. Io non ho incontrato pericoli, non so perché gli altri siano stati ridotti così e non mi interessa, ormai le radiazioni saranno decadute; il punto semmai era che farsene di questa Zona visto che Pietre Filosofali non ce ne sono e alla lunga le bizzarrie annoiano. Poi ho incontrato questo posto ed è qui che avviene il miracolo.

Una mano mi tocca la spalla, è il concierge. Mi dice che se voglio accomodarmi la cena è servita. Fuori dalle finestre il sole è già tramontato, mi sembrano passati dieci minuti ma devono essere passate ore, oppure sono passate ore in dieci minuti. Lo ringrazio e rispondo che non ho fame, salirò direttamente in camera. Gli chiedo di prepararmi uno scotch, lui sorride e indica lo scotch sul tavolino alla mia destra, già pronto. Poi si allontana e la hall resta vuota in penombra.

Sdraiato sul letto mi godo i minuti che passano in ore e le ore che trascorrono in minuti. Per anni ho pensato che il concetto di godersi il momento fosse retorica, emissione di voce, poi qui ne ho scoperto il significato letterale. Ho frequentato scuole cattoliche e si parlava di questo Regno dei Cieli, tutti sembravano considerarla una gran trovata ma a me non faceva né caldo né freddo, non capivo cosa ci fosse da entusiasmarsi in un’idea vaga, senza oggetto, come se nel piatto ti mettessero le parole “qualcosa di buonissimo”. Un giorno il gioco era immaginare il paradiso e ho fatto preoccupare le suore, ognuno doveva dire come se lo immaginava e le risposte erano standard, da bambini perché eravamo bambini, niente guerre, tutti che si vogliono bene, stare con gli amici eccetera; io, appunto, le ho fatte preoccupare perché ho risposto che per me il paradiso sarebbe stato non avere mai più a che fare con me stesso. Ci rimasero di sasso, e cercarono di spiegarmi che noi stessi, la nostra vita è un dono meraviglioso che Dio ci ha fatto. Io annuivo ma non ero convinto, anni dopo ho capito il perché. Una volta mia madre parlava di mio nonno, era morto vent’anni prima e lei se lo immaginava seduto al tavolino di un bar, nel tardo pomeriggio di una giornata tiepida e luminosa: larghi gesti con le braccia, pigri e pacificati, immerso in un piacevole torpore, un vago annebbiamento in cui l’eternità trascorre. Mi è venuta in mente la risposta che avevo dato alle suore e ho pensato che sì, era quello che intendevo, non avere mai più a che fare con me stesso, ed era il Regno dei Cieli.

Qui, nella Zona, in questo Motel, è così. Ci vengo ogni volta che posso e ogni volta è così. Sdraiato nella penombra ho perso di vista qualsiasi cosa che riguardi me stesso e sento il piacere come di un nodo, di un crampo che si scioglie, quel crampo ero io e ora ne sono lo scioglimento, la soluzione, letteralmente. Tutto del mio organismo si fa leggero e impalpabile, come zucchero a velo, come la polvere che si vede nelle lame di luce quando entrano dalla finestra, e mi sembra di dissolvermi in questa polvere, finché di me a me non resterà più nulla. Alla mattina quando mi sveglio sono nel mio letto, a casa mia, e so tutto di me, di quello che faccio, di quello che non faccio, di quello che devo fare perché ho scelto di farlo e di quello che sono riuscito a evitare di fare perché non volevo farlo, dei miei obiettivi e progetti, dei miei traguardi, e non vedo l’ora di tornare qui, nella Zona, in questo Motel, e sentire il nodo che si allenta, si scoglie, evapora, ed essere solo la coscienza di quello scioglimento, di quell’evaporazione.

Socchiudo le palpebre, è il momento di torpore massimo ancora consapevole prima del sonno, il godimento assoluto. Fuori l’autolavaggio continua a lavare.

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