Le cose come sono
di Davide Gottini

Fino ai dodici anni credevo di essere solo. L’unico, intendo, ad averci gli occhi come ho io, con due paia di palpebre. Non è granché di speciale, visto da fuori sono come tutti gli altri. È anche per questo che i dottori non se ne sono mai accorti. Non c’è nulla da vedere. Io credevo che fossero tutti così, come sono io, con due palpebre fuori e due, come dire, dentro, e quando chiedevo a mia mamma, ad esempio: «Mamma, tu cosa vedi quando chiudi gli occhi?», lei sospirava e mi invitava a contare sempre fino a cento, prima di stare zitto. L’educazione, in questo senso, non mi è stata d’aiuto. La scuola, se mai, ha fatto danni. Quando alzavo la mano per segnalare che nel libro c’era un errore, perché diceva che gli occhi erano due, due i bulbi, due le pupille e ovviamente due anche le palpebre, io protestavo: «Maestra, hanno scritto male, hanno dimenticato le palpebre dentro!», e lei inclinava la testa senza rispondermi. In compenso qualcuno dalle ultime file mi tirava sempre una palla di carta e mi faceva il verso: «Maestra, gné gné gné…!». Forse la maestra non rispondeva perché non poteva, ma capiva – forse era anche lei come me, e non voleva dirlo – si accorgeva che dicevo la verità, che è come dire che il cielo è blu: le palpebre sono quattro. Due fuori e due… da bambino dicevo “dentro”, ma nessuno capiva, pensavano che mi riferissi al cuore o all’anima, mentre io intendevo dentro negli occhi, cioè subito sotto le altre due; allora ho iniziato a dire “sotto”, ma tutti pensavano a qualcosa di sconcio e non mi ascoltavano più.
Fino ai dodici anni ho creduto che, se non proprio tutti, almeno mia mamma dovesse essere fatta come me. Ci misi un po’ per rendermi conto che non era così. Non solo perché, come ho già detto, prima di scegliere di stare zitto dovevo contare fino a cento, ma anche perché le rare volte che ottenevo una risposta era sempre in qualche modo sfuggente. La canonica questione sulla nascita dei bambini, per esempio, fu risolta con uno sbrigativo: “Mamma e babbo si abbracciano forte”, che mi creò molta confusione, specialmente quando una bambina, all’uscita da scuola, mi chiese se poteva abbracciarmi, e io risposi: «Devo prima trovarmi un lavoro».
Le cose si fecero un po' più chiare quando ricevetti il mio primo bacio. Se prima ero nel mondo, adesso ero uno nel mondo. Nessuno, a parte me, vedeva le cose dopo aver chiuso gli occhi una prima volta. O se dicevano: “Ma sì, certo che vedo le cose”, ho capito col tempo che con vedere intendevano immaginare. Mentre io vedevo. Non creavo nulla: le immagini si riflettevano sulla parete interna delle mie prime palpebre, e per vedere il buio dovevo chiudere anche le seconde, che si muovevano più lente, senza sbattere regolarmente come le prime, e in orizzontale.
«Come un sipario!» disse Margherita, la ragazza del mio primo bacio, a cui rivelai subito il mio segreto.
«Esattamente!»
Tornai a casa eccitato come mai prima, e dissi a mia mamma che finalmente avevo capito perché facevo così tanta fatica a addormentarmi, la sera: «Devo chiudere gli occhi due volte, come un sipario».
«Fino a cento…».
Finì l’estate e mi accorsi che Margherita era interessata solo alla mia stranezza. La incuriosiva quel mio modo di parlare di quel che vedevo la notte, durante i miei lunghi sforzi per addormentarmi.
Era ovvio e naturale, per me, che le cose esterne apparissero più rigide e legate rispetto a quelle interne, che erano ugualmente reali, ma indifferenti al mio controllo. Si può sempre guardare da un’altra parte, quando le cose sono illuminate da una luce esterna. Ma quando stavo sdraiato a letto, in tutto simile a un corpo addormentato, e vedevo scorrere sullo schermo delle mie palpebre vite intere di persone che non avevo mai conosciuto, o i colori e le forme fluidamente mutare, le piante prendere vita e inizare a nuotare, a sbattere le ali e volare, e farsi crescere i capelli e camminare, saltare, o sdraiarsi, per tornare all’improvviso semplici figure senza respiro, quando vedevo tutto questo era impossibile ritirarsi, abbandonarle o chiedergli di tacere. Ero uno spettatore. Da dove quelle figure ricevessero la luce, questo non lo sapevo e non lo so tutt’ora. Da bambino pensavo che filtrasse dagli orecchi. Chiesi a mia mamma, ma il suo invito al silenzio fu tale da convincermi che, per quanto sembrasse una soluzione logica, non poteva essere quella giusta.
Se non altro, crescendo, le storie che vedevo erano diventate più varie e… stimolanti. Quando il caso si degnò di farmi accedere al mondo del sesso, mi trovavo la notte meravigliato fino all’inquietudine di fronte a cumuli di corpi intrecciati e umidi. Ne ero esterrefatto, ipnotizzato. Dissero che era normale, alla mia età.
Le mie doppie palpebre non ubbidivano al mio controllo e non avevano niente a che vedere con la mia immaginazione. Come un cuore pulsa, un cervello frizza, così le mie palpebre interne restavano aperte finché c’era qualcosa da mostrare. Gli amici iniziarono a darmi del poeta, non so se come complimento o presa in giro, e in ogni caso non ne capivo il motivo, dato che io non facevo che ripetere, segno per segno, quel che vedevo, come lo vedevo.
Intuii che la logica che muoveva le cose viste oltre le prime palpebre non era la stessa delle altre, quelle notturne. Ma almeno la scuola era facile. La matematica e la geometria erano un gioco, la filosofia, poi, era naturale.
Altrettanto naturale fu che, per il mio diciottesimo compleanno, mi venisse regalata una telecamera. «Un’altra palpebra; e fanno cinque!»
Tutti risero, un po’ imbarazzati. Sui libri, nelle aule universitarie, mi parlavano di come la telecamera fosse un amplificatore della realtà, che rendeva la vita più vera anche di quella vissuta, perché, osservandola da fuori, con distacco, le restituiva un senso. Il mio scetticismo di fronte a queste teorie non era ideologico, ma fondato sulla mia anatomia, eppure contribuì ad aggravare la mia piccola fama di artista ambiguo, attaccato ai simboli e alle impressioni, che giocava con le immagini invece di usarle per ricostituire l’unità del mondo.
Potevo dire quel che volevo: che il mio reale era fatto anche di tutte quelle cose simboliche e strane, che io vedo con la stessa lucidità il cibo che ho nel piatto e la fine delle galassie: per loro ero uno che poetava. Ma alla facoltà di Cinema non erano tutti freddi realisti. C’erano anche i falsi profondi, che annuivano quando descrivevo la mia variopinta insonnia, e quelli che mi ascoltavano qualche minuto per poi esplodere in uno spazientito: “Ti capisco, oh come ti capisco”.
Nonostante questo, mi piaceva. Non ero più a disagio con la mia unicità. Anche l’insonnia mi divertiva e mi era utile. Quel che avrei fatto la notte, a occhi chiusi, era il lavoro del giorno dopo. Questo costituì un vantaggio considerevole sui miei compagni di corso, che la notte dormivano beati. Mi adagiai anch’io. Un compagno più vecchio, uno di quegli studenti che attraversano immobili i semestri, mi convinse a sperimentare gli psichedelici. Uno come me, diceva, si sarebbe divertito.
Forse è anche un po’ colpa loro, ma ne dubito. Le droghe erano divertenti, sì, ma mentivano. E poi il giorno dopo era come essersi ammalati per scelta. Non potevo che sentirmi un cretino. Di quelle immagini psichedeliche mi annoiai quasi subito: erano soltanto ripetitivi schemi geometrici, di colori molto accesi e brillanti, che ruotavano e pulsavano, come mossi da una brezza perpetua. Ma era tutto lì. Né un viso, né un corpo. Non una singola storia e – questo nessuno lo crede – neanche un briciolo di piacere.
Continuo a chiedermi quale sia stato il momento decisivo: se le droghe, il troppo lavoro, l’incontro con Luz o semplicemente il tempo.
L’amore con Luz fu potente perché crebbe gradualmente. Ci sorprese entrambi, di certo io me ne accorsi quando eravamo già una coppia più che consolidata. Ricordo che, mentre le parlavo della mia insonnia produttiva, cercavo sul suo viso un’espressione nota, di incredulità, scetticismo, o condiscendenza. Non trovai niente di simile. Taceva. Mi guardava dritto negli occhi, senza cercare di capirmi o di svelare il mio trucco: era curiosa.
«Come ti chiami?» le chiesi, per spezzare il silenzio.
«Luz».
«Ah, sei il mistero che mi tiene sveglio».
«Che dici?»
Le dissi che ancora, dopo tutti quegli anni, la laurea, il lavoro con le fotografie e il cinema, e tutti i libri, e pur avendo smontato e rimontato con le mie mani centinaia di telecamere, ancora non capivo da dove venisse la luce che proiettava le immagini sulle mie palpebre, quando chiudevo gli occhi. Lei si alzò – eravamo a una festa in casa di qualche amico, intorno c’era solo frastuono, risa ubriache e musica elettronica – e disse solo: «Aspettami qua un momento», tornò con un libro aperto all’inizio di un capitolo, il quinto: «Leggi le prime pagine, io intanto prendo qualcosa da bere». Era Platone, il mito della caverna.
Quando facevamo l’amore voleva che chiudessi gli occhi e le sussurrassi tutto quel che vedevo. «Ogni volta è come essere su un pianeta nuovo», diceva, e mi è sempre sembrata una cosa così dolce.
Qualche anno dopo, al termine di una cena tra amici, mi sorpresi a dire una banalità che troncò la conversazione: «Un anno a quarant’anni dura meno di un anno a venti, o a dodici». Dopo un istante di gelo, un amico rispose che era a causa della ripetitività dell'esperienza: «È solo perché smettiamo di fare cose nuove». Luz non disse niente. Sparì in cucina e tornò con una bottiglia di liquore. Mi accusava spesso di “parlare d’altro”.
La verità era che non sapevo che dire. Il lavoro si era fatto più facile e ripetitivo, ormai mi bastava un film all’anno per assicurare al mio pubblico di essere ancora vivo. Dormivo meglio.
Luz se ne andò in primavera. Prima era una pausa di riflessione, poi un viaggio per capire chi voleva diventare, infine un’occasione di scoperta. Una sera mi ubriacai di fronte al computer. La cercai su internet. Aveva pubblicato delle foto in spiaggia, al tramonto, abbracciata a un tizio dorato coi capelli lunghi. Si guardavano e ridevano.
Il giorno dopo mi svegliai alle due del pomeriggio; avevo dormito quattordici ore di fila. Quel che più mi sconvolse è che non ricordavo di essermi addormentato.
Vorrei poter dire che è stata la prima volta. Che persi l’amore e con lei la luce. Invece erano mesi, forse anni. Forse era iniziato con lei, con l’università, con la mia prima telecamera.
Ma non voglio commiserarmi. Sono stato anche felice.
A volte mi capita ancora di vedere qualcosa. Chiudo gli occhi, all’inizio non c’è niente. Poi, come fiocchi di neve, larghe macchie di luce compaiono sulle mie palpebre. Cadono leggere, senza peso. Un vento improvviso le agita, come foglie secche, si mescolano, si agglomerano, formano figure che provo a riconoscere. Quando il volto si gira verso di me, sorpreso di vedermi, piomba il buio e mi addormento.
Ieri mi sono svegliato in lacrime: avevo come una mano sul cuore, e la mia voce di bambino raccontava di aver visto le cose come veramente sono: libere.






Commenti