La prima volta che prese il tram senza una vera ragione era già sera e Roma stava entrando in quel momento indefinito che precede il Natale vero e proprio, quando le luci sono accese da giorni ma nessuno sembra ancora convinto che la festa arriverà davvero.
Lui era uscito di casa con il cappotto sbottonato, senza sciarpa, con l’idea vaga di camminare un po’, di stancarsi abbastanza da dormire, ma finì invece alla fermata di Largo Argentina quasi senza rendersene conto, guardando il display elettronico illuminarsi con la scritta LINEA 8 come se fosse un invito più che un’informazione. Salì quando le porte si aprirono con il solito sibilo metallico, si sedette vicino al finestrino e lasciò che il tram partisse, attraversando il Tevere mentre la città scorreva fuori, lenta, riflessa nei vetri, e per la prima volta dopo settimane provò una sensazione di sollievo che non seppe spiegarsi, come se quel movimento, lineare e prevedibile, fosse sufficiente a tenerlo lontano dai pensieri.
Aveva quarantadue anni, viveva solo da poco più di un anno, da quando il matrimonio si era concluso senza clamore, senza tradimenti e senza scene memorabili, semplicemente con una stanchezza reciproca che nessuno dei due aveva avuto il coraggio di ignorare ancora, e ora suo figlio era con la madre fuori Roma per le feste, in una casa di campagna che lui non aveva mai amato davvero, e la città, svuotata di quella presenza, gli sembrava improvvisamente più grande, più dispersiva, come se ogni strada avesse allungato le proprie distanze.
Il tram avanzava verso Trastevere, superando fermate che conosceva bene ma che quella sera sembravano appartenere a una mappa diversa, una Roma più silenziosa, meno esigente, e dentro quell’aria fredda e umida si mescolavano i profumi del Natale: l’odore di caldarroste arrostite sui piccoli carretti, l’aroma pungente di abeti sintetici nelle vetrine illuminate, il sentore dolciastro di panettone e torrone che filtrava dai bar ancora aperti; e lui osservava i pochi passeggeri, coppie che parlavano a bassa voce cercando di non disturbare il silenzio carico di attesa, una donna anziana con le borse della spesa dai colori spenti, un ragazzo che fissava il telefono con un’espressione tesa, e pensò che forse anche loro, in qualche modo, stavano usando quel tragitto come una parentesi, un piccolo interludio sospeso tra i mille odori, le luci intermittenti delle vetrine decorate con palline rosse e dorate, i cori lontani che qualcuno cantava in chiesa, e il ritorno a qualcosa che li aspettava a casa, una cena preparata, un regalo ancora da scartare, una conversazione che si sarebbe dovuta affrontare.
Fu alla fermata successiva che la vide. Salì in fretta, come se avesse quasi perso il tram, portando con sé una folata d’aria fredda e l’odore umido della strada, un miscuglio di polvere, gas di scarico che gli penetrò con forza nelle narici. Si sedette due posti più avanti, appoggiando lo zaino tra i piedi con un gesto quasi distratto, come se quel peso materiale fosse l’unica ancora concreta in un mondo improvvisamente sospeso. Aveva i capelli chiari raccolti male, qualche ciocca ribelle che le sfuggiva attorno al viso, un cappotto scuro troppo grande per lei che le conferiva un’aria fragile e insieme resistente, e un viso che tradiva una stanchezza simile alla sua, non quella fisica ma quella più profonda di chi è rimasto fermo troppo a lungo, di chi ha atteso senza sapere cosa stesse aspettando davvero, e lui, osservandola, provò una curiosa mescolanza di familiarità ed estraneità, come se quella persona potesse raccontargli qualcosa di sé senza dire una parola, semplicemente esistendo nello stesso spazio e nello stesso tempo. Non la guardò subito, o meglio, fece finta di non farlo, concentrandosi sul riflesso del tram nelle vetrate appannate, ma la sua presenza modificò impercettibilmente il modo in cui percepiva il viaggio, come se all’improvviso quel tragitto avesse acquisito una direzione più precisa, un significato sottile che fino a quel momento gli era sfuggito, e lui si accorse che il silenzio tra loro aveva già cominciato a parlare.
Scese al capolinea senza pensarci, la seguì a distanza mentre lei si allontanava lungo una strada laterale illuminata dalle luci gialle dei lampioni, che tremolavano sul selciato bagnato, poi si fermò, accese una sigaretta e rimase lì, a guardarla sparire tra le ombre e i suoni ovattati della città, ascoltando il rumore del tram che ripartiva vuoto, il sibilo dei freni, lo scivolare delle ruote sui binari, tornando indietro verso il centro come se quella linea potesse inghiottire le loro presenze e i loro pensieri, e sentì una strana malinconia, dolce e inquieta insieme, che gli si posava sul petto. Trastevere, a quell’ora, era diversa da come la vedevano i turisti, più spoglia, più vera, con le luci dei ristoranti che sembravano eccessive rispetto alle poche persone in giro, con voci lontane che rimbalzavano sui muri antichi e odori misti di legna, caffè e vino che lo avvolgevano, e lui camminò senza una meta precisa, lasciandosi guidare dalle sensazioni, sentendo il freddo salire dalle pietre sotto i piedi e insinuarsi tra le mani, chiedendosi perché avesse scelto proprio quel mezzo, proprio quella linea, come se ci fosse una risposta nascosta nel percorso stesso, un senso che non si poteva spiegare a parole ma che si percepiva solo stando lì, respirando l’inverno romano e osservando la vita scorrere attorno, fragile e inevitabile.
La sera dopo tornò alla stessa fermata per verificare se quella sensazione fosse stata un caso.
Quando lei salì si sedette più indietro questa volta, con il corpo lievemente incurvato, le mani che giocavano in modo distratto con una manica del cappotto, e per un attimo ebbe l’impressione che si fossero riconosciuti nello stesso istante, anche se nessuno dei due fece un gesto per confermarlo. Quell’intesa silenziosa non aveva bisogno di parole o conferme, era come se bastasse respirare nello stesso spazio perché qualcosa si stabilisse senza chiedere permessi. Viaggiarono così, in silenzio, per diverse fermate, il rumore metallico del tram e il crepitio dei fari che illuminavano il selciato scuro a scandire il tempo, finché a un certo punto il tram rallentò più del solito, stridendo sulle curve. Lei si voltò appena, lo sguardo che sfiorava il suo senza fissarlo, come se avesse deciso qualcosa all’ultimo momento, un piccolo segnale di presenza, di attenzione, che gli fece avvertire una tensione leggera, delicata, e al tempo stesso una curiosa certezza che quell’incontro, anche se effimero, stava già cambiando qualcosa dentro di lui.
«Anche lei prende questa linea per perdere tempo?» disse, con un accento leggero che non seppe collocare subito.
Lui esitò, poi rispose che sì, forse era una buona definizione, che in quel periodo sembrava l’unica cosa che facesse davvero bene.
Lei sorrise appena. «Allora siamo in due. Io mi chiamo Laura».
Lui le disse il suo nome, senza aggiungere altro, come se pronunciare semplicemente quelle poche sillabe potesse racchiudere più di quanto le parole fossero in grado di fare, e restarono a guardare fuori dal finestrino, il fiume scuro che scorreva lento e incerto tra le luci tremolanti dei lampioni e i riflessi arancioni e dorati delle vetrine natalizie, le ombre dei monumenti che si allungavano sull’acqua, i pochi passanti che attraversavano i ponti con passi veloci, come se il mondo avesse continuato a muoversi senza accorgersi di loro, e lui sentì che quella breve presentazione, così essenziale e priva di enfasi, era stata sufficiente, perché per un istante si era creato un silenzio condiviso, una comprensione tacita, un accordo silenzioso che bastava a colmare la distanza tra due sconosciuti che, forse, non avevano bisogno di altro.
Nei giorni successivi cominciarono a parlarsi di più, sempre sul tram, mai fuori, come se quel luogo mobile fosse l’unico spazio consentito alla loro conversazione, e lei gli raccontò di essere fuori sede, di vivere a Roma da pochi mesi per un lavoro temporaneo che non sapeva ancora se sarebbe diventato qualcosa di stabile, e lui le parlò del figlio, della casa improvvisamente troppo silenziosa, del Natale che si avvicinava senza portare con sé nessuna aspettativa reale.
«Roma è strana a Natale», disse lei una sera, «sembra voler convincerti che tutto abbia un senso».
Lui annuì. «E invece?»
«E invece ti accorgi che le cose continuano a succedere anche senza una spiegazione» rispose lei, guardando le porte aprirsi e chiudersi a ogni fermata.
Una sera scesero insieme, senza accordarsi, e camminarono per qualche minuto lungo il fiume, parlando poco, fermandosi davanti a una vetrina illuminata che vendeva presepi artigianali, e lui pensò che non ricordava l’ultima volta in cui aveva camminato accanto a qualcuno senza sentire il bisogno di definire cosa stesse succedendo, e quella sensazione di sospensione gli sembrò improvvisamente preziosa, fragile, qualcosa da non afferrare troppo forte. Quando si salutarono, lei gli disse semplicemente: «Domani prendo di nuovo l’8».
Lui rispose che anche lui, probabilmente, e mentre la guardava allontanarsi capì che, per la prima volta dopo molto tempo, stava aspettando qualcosa senza paura.
Nei giorni a seguire lui smise di chiedersi perché continuasse a prendere quel tram e cominciò semplicemente a farlo, come si fa con le abitudini che non hanno bisogno di essere giustificate, e Roma, intanto, entrava sempre nell’atmosfera natalizia, con una lentezza quasi ostinata, come se la città stessa esitasse prima di concedersi a quella celebrazione, e lui la osservava cambiare dal finestrino del tram, le luci che aumentavano sera dopo sera, i negozi che esponevano decorazioni sempre più elaborate, i passanti che sembravano muoversi seguendo un copione comune, mentre dentro di sé avvertiva una calma nuova, fragile ma reale. Laura saliva quasi sempre alla stessa fermata, portando con sé quell’aria spaesata che aveva notato fin dall’inizio, e si sedeva accanto a lui senza bisogno di salutare, come se il semplice condividere quel tratto di strada fosse già una forma di riconoscimento sufficiente.
Parlavano di cose che non avrebbero mai affrontato in altri contesti, forse proprio perché il tempo del viaggio era limitato, perché sapevano che a un certo punto le porte si sarebbero aperte e ciascuno sarebbe dovuto scendere, e quella consapevolezza rendeva le parole più leggere, meno vincolanti. Lei gli raccontò della città da cui veniva, una cittadina del nord dove l’inverno sembrava durare troppo a lungo e le strade sembravano tutte uguali, e di come Roma le fosse apparsa all’inizio come un accumulo eccessivo di storia, di strati sovrapposti che non riusciva a ordinare.
«Qui tutto sembra già successo» disse una sera, mentre il tram rallentava vicino al ponte, «e allo stesso tempo sembra che possa succedere ancora».
Lui le rispose che forse era per questo che aveva deciso di restare, che Roma ti permetteva di sentirti fuori tempo senza doverlo spiegare a nessuno, come se le strade lastricate, i palazzi antichi coperti di ombre e di luci tremolanti, le piazze, i vicoli che si aprivano su cortili nascosti e gli odori di cibo e caffè, tutto insieme riuscisse a dare un senso di sospensione, un tempo dilatato in cui il passato e il presente si mescolavano senza chiedere ragioni, e lui sentiva quella città come un compagno silenzioso, che osservava con lui senza giudicarlo, accogliendo il suo passo lento tra mercatini, alberi di Natale addobbati con eccesso e finestre illuminate in modo irregolare, e lei rise piano, un suono breve e morbido che gli parve armonizzarsi con il rumore lontano del tram, con il traffico rarefatto e i lampioni che tremolavano nell’aria fredda, dicendo che le sembrava una definizione perfetta.
Una sera, mentre il tram avanzava in mezzo al traffico, lei gli chiese perché il matrimonio fosse finito, e lui, dopo un attimo di esitazione, le rispose che non c’era stata una ragione precisa, che semplicemente a un certo punto avevano smesso di guardarsi davvero, che tutto funzionava ma niente era più necessario, e che forse il momento più difficile non era stato separarsi, ma accettare che non ci fosse un colpevole da indicare. Laura ascoltava in silenzio, senza interromperlo, e quando lui finì disse solo che capiva, che anche lei aveva lasciato qualcuno senza sapere bene perché, e che a volte la mancanza di una spiegazione era più pesante di qualsiasi conflitto. Rimasero in silenzio per alcune fermate, guardando la città scorrere, e lui pensò che quel tipo di intimità, così priva di aspettative, fosse diventata sempre più rara nella sua vita.
Cominciarono a scendere insieme più spesso, non sempre allo stesso punto, a volte per bere qualcosa in un bar quasi vuoto, a volte solo per camminare qualche isolato prima di salutarsi, e Roma, vista a piedi, assumeva una consistenza diversa, più concreta, fatta di sampietrini irregolari, di odori che cambiavano da una strada all’altra, di voci che rimbalzavano tra i muri. Una sera entrarono in una chiesa aperta, non per devozione ma per il semplice bisogno di stare in un luogo caldo e silenzioso, e rimasero seduti in fondo, senza parlare, ascoltando il rumore distante della città filtrare dalle porte.
«Nel mio paese le chiese sono sempre chiuse», disse lei sottovoce, «qui invece sembra che restino aperte per chi non sa dove andare».
Lui annuì, pensando che forse anche il tram funzionava allo stesso modo.
Con l’avvicinarsi del Natale le loro conversazioni si fecero più lente, più riflessive, come se entrambi stessero cercando di capire fino a che punto spingersi senza rompere quell’equilibrio precario che si era creato. Una sera lei gli chiese se avrebbe visto suo figlio il giorno di Natale, e quando lui rispose di no, che sarebbe tornato solo dopo le feste, lei abbassò lo sguardo e disse che le dispiaceva, che le sembrava ingiusto. Lui scrollò le spalle, disse che era così, che a volte le cose si distribuiscono in modo irregolare, e lei rispose che forse era vero, ma che non per questo smettevano di pesare. Quel dialogo rimase sospeso tra loro per il resto del viaggio, come una domanda non formulata del tutto.
La sera della vigilia salirono sul tram più tardi del solito, e la linea 8 era quasi vuota, il rumore delle ruote sui binari più evidente, la città stranamente quieta. Laura si sedette accanto a lui, appoggiò la testa allo schienale e chiuse gli occhi.
«Domani parto», disse all’improvviso.
Lui si voltò verso di lei, sorpreso, e le chiese quando sarebbe tornata. Lei aprì gli occhi e lo guardò.
«Non lo so», rispose. «Forse non torno».
Ci fu un lungo silenzio, interrotto solo dal lieve scroscio delle ruote del tram sui binari bagnati e dal brusio lontano della città addobbata a festa, con luci intermittenti che tremolavano sulle strade e il profumo dolce dei mercatini di Natale che filtrava dalle porte aperte dei bar, e poi lui disse che capiva, anche se non era del tutto vero, e sentì una punta di malinconia mista a gratitudine per quella consapevolezza condivisa, e lei aggiunse, con voce calma e leggermente velata, che non voleva rendere quella cosa più grande di quanto fosse, che a volte gli incontri servono solo a ricordarti chi sei, a farti sentire il battito di una vita che continua anche quando tutto sembra fermo, senza la necessità di costruire qualcosa di nuovo, senza il peso delle aspettative, e lui annuì pensando che forse era proprio questo il dono di quelle coincidenze, quei brevi attraversamenti di strade, volti e tram, che lasciavano tracce sottili ma profonde, come una luce che riflette sui vetri mentre il Natale avanza silenzioso tra le case e le piazze.
Quando scesero dal tram, camminarono insieme fino al ponte, si fermarono a guardare il fiume scuro scorrere sotto di loro, e lui sentì una stretta leggera allo stomaco, non dolorosa, più simile a una consapevolezza improvvisa.
«Mi mancherà questo» disse lei, indicando il tram, la città, forse anche lui.
Lui annuì, poi disse che sì, anche a lui, e capì che non c’era altro da aggiungere. Si salutarono con un abbraccio breve, trattenuto, e mentre la guardava allontanarsi pensò che alcune storie non hanno bisogno di una conclusione chiara per essere complete.
Il giorno di Natale arrivò come una parentesi forzata, una sospensione che la città sembrava aver accettato più per consuetudine che per convinzione, e lui si svegliò tardi, con una luce lattiginosa che filtrava dalle persiane e un silenzio insolito che rendeva l’appartamento ancora più grande di quanto non fosse davvero. Preparò il caffè senza accendere la radio, restò in piedi vicino al lavello a bere lentamente, ascoltando il rumore distante di qualche macchina che passava, e pensò che quello sarebbe stato il primo Natale completamente solo dopo molti anni, non nel senso drammatico della parola, ma in quello più sottile e difficile da definire di una giornata che non chiede nulla e proprio per questo ti mette di fronte a ciò che resta.
Uscì verso mezzogiorno, senza un programma preciso, e camminò a lungo per le strade semi deserte, osservando le serrande abbassate, le vetrine illuminate senza clienti, i pochi turisti che scattavano fotografie con un’aria vagamente spaesata, come se non fossero sicuri di essere arrivati nel giorno giusto.
Arrivò quasi senza accorgersene alla fermata della linea 8, e per un attimo pensò di non salire, di interrompere quel rito che negli ultimi giorni aveva assunto un’importanza sproporzionata, ma quando il tram arrivò e le porte si aprirono, salì come aveva fatto tante volte prima, scegliendo lo stesso posto vicino al finestrino. Il vagone era quasi vuoto, l’aria ferma, e mentre il tram partiva attraversando il ponte, lui guardò il fiume scorrere lento e pensò a Laura, a dove si trovasse in quel momento, a sé stessa guardando un paesaggio simile o completamente diverso, e per la prima volta da quando si erano conosciuti non provò il bisogno di immaginarla con precisione, come se la sua presenza potesse restare indefinita senza perdere valore.
Nei giorni successivi continuò a prendere il tram, sempre alla stessa ora, sempre senza una meta precisa, e all’inizio lo fece aspettandosi di rivederla, non in modo esplicito, ma con quella disponibilità interiore che resta anche quando sai che qualcosa è improbabile. Poi quell’attesa si trasformò in altro, in una forma di attenzione più ampia, meno concentrata su una persona sola e più aperta alla città stessa, ai volti che cambiavano, alle conversazioni spezzate che captava per caso, ai piccoli gesti quotidiani che aveva smesso di notare da tempo. Si accorse che Roma, vista dal tram, non era mai la stessa, che ogni sera offriva una variazione impercettibile, una luce diversa, un rumore nuovo, e che forse la continuità che cercava non stava nell’incontro ripetuto con Laura, ma nel gesto stesso di salire, sedersi, attraversare.
La sera di Natale, mentre il tram rallentava a una fermata particolarmente affollata, una donna anziana si sedette accanto a lui e gli chiese se quello fosse il tram giusto per arrivare al capolinea, e lui rispose di sì, spiegandole il percorso con una precisione che lo sorprese, come se in quelle settimane avesse imparato a memoria ogni curva, ogni incrocio, ogni punto in cui il tram sembrava esitare prima di ripartire. La donna lo ringraziò, restò in silenzio per qualche fermata, poi gli disse che anche lei prendeva spesso quel tram senza una ragione particolare, che le faceva compagnia. Lui sorrise, annuì, e in quel momento capì che quella linea era diventata per lui una sorta di spazio neutro, un luogo di passaggio in cui le storie potevano affiorare senza il peso delle definizioni.
Mentre il tram attraversava il fiume, ebbe l’impressione fugace di rivederla, seduta più avanti, con lo stesso cappotto scuro, la stessa postura leggermente inclinata in avanti, e per qualche secondo il cuore gli batté più forte, ma poi capì che si trattava solo di una somiglianza, di una sovrapposizione, e invece di sentirsi deluso provò una strana gratitudine, come se quella confusione fosse la prova che qualcosa era stato davvero condiviso. Rimase seduto fino al capolinea, scese, camminò per qualche minuto tra le strade illuminate dalle luminarie natalizie, tra il profumo dei mercatini e il calore lontano dei camini, e mentre il freddo gli entrava nelle mani, pensò a Laura, al modo in cui la sua presenza aveva reso più leggere le serate e più vivide le ore trascorse tra tram e vicoli, e capì che non importava se non l’avrebbe più rivista subito, perché qualcosa di quell’incontro, così fragile e senza pretese, sarebbe rimasto con lui, come una luce tenue ma costante in mezzo al Natale, un ricordo capace di fargli sentire, per un istante, che la città, il tempo e le persone possono creare legami silenziosi che bastano a riscaldarti. Tornò indietro con il tram successivo, osservando Roma riavvolgersi lentamente, le luci che scorrevano all’indietro, le strade che riprendevano il loro posto, e sorrise piano, pensando che, in fondo, quel Natale lo aveva trovato pronto ad accogliere la bellezza dei gesti semplici, delle presenze inattese e delle storie che si fanno spazio senza bisogno di parole.
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