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That's life

9 set
Tempo di lettura: 7 min

di Elena Sparacino


Una persona in controluce sfoglia dei libri in una libreria scarsamente illuminata.


Quell’uomo la guardava da venti minuti buoni, e non dava cenno di voler smettere.

Lei girava le pagine una a una, con la lentezza propria di chi non cerca altro che un’occupazione. Spostava ogni tanto un passo per esplorare nuovi titoli tra quelli esposti sul bancale. Ma ignorarlo le risultava sempre più impraticabile. Lo controllava di quando in quando, fino dove poteva estendere il proprio campo visivo, ma ogni volta aveva ancora il capo sollevato in sua direzione. E nemmeno voleva lanciare un’occhiata fugace, per paura potesse leggerlo come interesse. Sedeva a un tavolino, incassato tra il reparto saggistica e lo scaffale riservato alla poesia. Va da sé che le erano preclusi, ulteriore elemento di fastidio.

L’iconica libreria della metropoli, mecca turistica di giorno, la sera si spopolava. Anzi, a quell’ora era proprio deserta. Cosa si aspettava del resto, in un quartiere a luci rosse dove l’unico locale aperto era un night con un’insegna al neon scostante. Qualche lettore notturno forse pure c’era, ma se li era lasciati indietro nel mondo isolato di quel secondo piano. Poi, dal nulla, era apparso. Si sorprese a registrare il colore della sua pelle e sentirsi in allerta, pensiero che la fece vergognare nel momento in cui lo formulò. Ma quello si nascondeva dentro a un lungo cappotto scuro rattoppato male, mentre dalle scarpe rotte faceva capolino un’unghia micotica. Ai segni di una vita miserabile, si accompagnavano quelli di scarsa igiene.

Eppure, si sentì colpevole anche di questo pensiero.

Provava a farsi piccola, ma lui la scovò.

«Sei straniera?»

«Sì» replicò, senza alzare lo sguardo.

Le mani strinsero un poco più forte il volume che reggeva.

«Di dove sei?»

«Italia», non riuscì a mentire.

Quello tornò alla sua attività. Con slancio, lo guardò di sottecchi. Era curioso a ben vedere, e senza pregiudizio appariva decisamente innocuo – addirittura buffo. Chino sul tavolino agitava una penna di Hello Kitty in maniera concitata, impalandosi solo per riflettere. Ora, al posto suo, fissava l’area “Racconti per l’infanzia 3-5”. Era tanto strano vedere quell’omone alle prese col suo taccuino rosa.

Quanto era stata stupida.

Scelse distrattamente un albo illustrato e si accomodò al lato opposto, su una sedia da lettura che, diceva la targa, era appartenuta a un famoso poeta. Provava a leggere, ma ora era catturata da lui.

La biro gli scivolava rapida sulla carta, ogni manciata di secondi girava un’altra pagina del suo A5. Aveva impilato quattro o cinque libri, che consultava in ordine sparso. E concentrato com’era, quello la testa mica la levava più. Si sentì un poco indispettita.

Sfogliò le pagine dell’albo in maniera rumorosa, ma niente.

Tossì timbrando la voce. Niente.

«Cosa stai scrivendo?», gli domandò infine.

Lui non batté ciglio. Alzò la testa e sorrise.

«Una biografia di Jack Kerouac».

Immaginò le stesse mentendo.

«In che senso?», replicò puntigliosa.

«Ogni sera vengo qua, e trovo tutto ciò di cui ho bisogno. Libri, volumi interi che scorro per capire come pensava, cosa sentiva. Lo conosco poco a poco, e vorrei poter dire di più su di lui».

«Ma questa non è una biblioteca».

«Per me un poco sì».

«Ogni sera?»

«Ogni sera».

Tacque, e quello riprese a scrivere.

«E come mai proprio Kerouac?», tornò a insistere.

«Tu cosa fai invece?»

«Un lavoro che non vale la pena menzionare. Ma non è questo il punto».

«Non ti ho mica chiesto che lavoro fai. Ti ho chiesto cosa fai. A te piace scrivere?»

«Molto, ma non lo faccio spesso» espresse, con malcelato rammarico.

«Sai, lui mica è nato scrittore. Non gliene importava nemmeno, voleva fare l’atleta. Era half-back in una squadra di football» le spiegò, come se dovesse sapere di che parlava. È, come dire, l’attaccante. Ci voleva dedicare tutto sé stesso, solo che poi gli hanno massacrato la tibia. E allora basta, ha smesso».

«Ma è tremendo!»

«Un po’».

«Certo che, altrimenti, non avremmo avuto certi capolavori».

«Amare un ripiego a ciò che sei?»

Lei tacque.

«Appunto», schioccò la lingua. «A volte la vita ti ferma, ma certe cose non si possono ricalcolare. Per questo scrivo di lui, voglio capire come si fa a sopravvivere».

Esitò, ma porse la domanda che la tormentava dal principio.

«Tu a cosa stai sopravvivendo?»

«A niente» rise, mostrando denti bianchissimi. «Io faccio quello che voglio».

«E sarebbe?»

«Scrivere». Fece una breve pausa. «E a te l’hanno mai fracassata una tibia?»

«Scrivevo anche io, ma ho smesso».

«Come mai?» chiese serio, ma lei rispose facendo spallucce. Colpa del tempo, del lavoro, che non era capace di avere costanza, che ammirava molto che lui andasse là ogni sera. Ma per lei quella cosa là era tosta. Nemmeno ci provava.

«E le parole che non tiri fuori dove vanno?»

«Suppongo muoiano e basta. Che si fracassino, come quella parte di me».

«Sembra un dolore grande da sopportare».

«Da morire» gli confermò, dopo un tempo.

Si scambiarono il nome, ma lei non capì bene perché il suo inglese era forbito ma con un accento così strano che ogni tanto doveva immaginare pezzetti per completare ogni frase che diceva. Poi ognuno riprese a leggere. Quella conversazione l’aveva provata, o forse era stanchezza. Aveva l’aereo di prima mattina e si era fatta quasi mezzanotte. Chiuse il volume e fece cenno di alzarsi.

«Fallo ogni giorno», la fermò. «Il cuore è un muscolo, va allenato ogni giorno. Perché io ti vedo sai, che tu le tibie ce l’hai belle forti».

Lei annuì con disciplina e gli lasciò l’email, così avrebbe potuto inviarle il romanzo una volta concluso. Scelse l’email, non il numero di telefono, perché le pareva per qualche ragione più sicuro. Ma gioiva nel lasciargli un recapito. Decise di acquistare l’albo e scese i gradini due a due, crogiolandosi nel pensiero della bellezza del mondo e di chi lo abita.

 

Il commesso, non era del suo stesso avviso.

«Stai bene attenta a chi gira in questo quartiere a quest’ora. Ah stai in albergo? Spero qua vicino, cammina a passo svelto. È una bella città ma sai, a volte…».

Scuoteva la testa con la mestizia di chi non vede l’ora di andare a casa a sua volta.

Lo ringraziò.

«Beh, almeno qua è sicuro. Sono stata benissimo, me lo porto dentro come ricordo del viaggio». Disse che era già passata in libreria, Ma di notte questo luogo assume un aspetto magico.

«Sì, ma pure qua devi stare attenta».

Aveva sempre pensato di lasciarsi troppo scuotere dalle opinioni degli altri. Per questo, volle condividere l’incontro appena fatto in cerca di chissà quale validazione.

«Appunto».

«In che senso appunto?»

«Conosco quell’uomo, non è una bella persona».

D’impulso, provò antipatia per il commesso.

«Come lo conosce?»

«So ciò che dico» replicò, mentre batteva cassa e senza cura le infilava il libro dentro un sacchetto formando alla copertina un’orecchia che non sarebbe più venuta via. Lui brontolò: «Viene qua ogni sera e si ferma fino a mezzanotte. Consulta i libri come fossero suoi, non compra mai niente ma lo vedo dalla telecamera». Indicò alle sue spalle un piccolo schermo in bianco e nero con il numero 3 in basso a destra. L’uomo col cappotto e l’alluce micotico andava avanti e indietro tra gli scaffali. Ogni tanto lanciava un’occhiata alla telecamera.

Un brivido la scosse. Da quella prospettiva, non sembrava avere buone intenzioni. Come mai aveva smesso di scrivere non appena se n’era andata? Non stava là fino a chiusura come le aveva detto?

«Con me è stato gentile» obiettò, per convincere sé stessa.

«Forse perché sei una ragazza», sospirò il commesso. «Ma ripeto, ormai lo conosco. E, davvero, non è una bella persona. Ecco il tuo resto».

«Grazie».

«Attenta, mi raccomando».

«Grazie».

Deglutì e prese il sacchetto dalle sue mani.

Udì dei passi dalla scala scricchiolante alle spalle e scelse rapidamente di sgattaiolare via.

 

Senza pazienza di aspettare il semaforo, si gettò in strada tra un’auto e l’altra per correre verso il marciapiede opposto. Si voltò, fissando con precauzione la porta della libreria sperando di vincere una scommessa che non aveva fatto.

E invece, l’uomo uscì.

Si piantò davanti all’uscio con lo sguardo nella sua direzione, ma non la salutò. Lei si voltò ma era certa l’avesse vista. Prese a camminare. Senza perderla d’occhio con truce cipiglio, quello si fece appresso a un capannello di senzatetto appena pochi metri più in là, stretti l’uno accanto all’altro mentre si scaldavano davanti al fuoco di un bidone. E ancora, non smise di fissarla.

Quegli spiantati erano l’unico vociare della notte, all’ombra del Transamerica Pyramid.

Lei accelerò istintivamente il passo.

Mentre si faceva sempre più lontana, poteva ancora sentire i suoi occhi su di lei.

 

Di rientro dal viaggio, tentò di rimuovere quel pensiero pruriginoso.

Ciononostante provò a scrivere come aveva promesso. Si mise alla scrivania, ma non le veniva in mente niente. Si alzò, andò a prendere un bicchiere d’acqua, si risiedette. Forse era il computer, allora prese un quadernino tra quelli che compra ma non riempie mai, e masticò la penna che teneva tra indice e medio. È come una bottiglia da cui prova a uscire troppa acqua.

Poco alla volta, mormorò.

Per quel giorno, poco sarebbe stato un bel niente.

Si alzò e prese un libro. Mannaggia a quell’orecchia che non sarebbe più venuta via!

Amen, ormai è cosa fatta.

Lo aprì, profumava ancora di carta stampata.

Nel mentre, il cellulare vibrò. Nessun messaggio, la notifica di un’email. Forse spam, come la maggior parte di ciò che riceveva in quella casella senza nome e cognome che usava ancora solo per lo shopping online.

Apparentemente, non aveva idea di chi fosse il mittente.

Eppure, le venne un groppo alla gola. Seppur senza nome, sapeva benissimo di chi si trattava. Aveva sperato che lui se ne dimenticasse. Non c’era alcun documento allegato, lo vedeva dall’anteprima del messaggio.

Oggetto: “THAT’S LIFE”.

Esitò prima di aprire. Poi, premette sul messaggio.

Quattro righe si rincorrevano, manciate di lettere inviate da un universo lontano.

Lesse finché non ebbe imparato a memoria.

 

Gli confessò di stare proteggendo il suo cuore. Lui la guardò correre per le strade di San Francisco verso l’Italia. Innamorata della vita. Aggrappata a quell’amore con tutte le sue forze.

 

Quel Kerouac, era proprio un uomo fortunato.

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