Effluvio
di Alessandra Cella

La sveglia suonò alle cinque come sempre, avevo già gli occhi aperti. La camera era buia e l’umidità di quei giorni mi si appiccicava alle ossa esposte e alla pelle trasparente. Rimasi immobile, sentivo la schiena rigida contro il materasso e il respiro accelerato, avevo sognato di nuovo mio padre. Ogni mattina, da tre settimane, il risveglio era l’incipit di un’esecuzione.
Allungai la mano verso il comodino e accesi la lampada. La luce giallastra illuminò il cuscino di cotone bianco, i miei battiti erano scomposti. Il cuore è in sofferenza, la smetta di restringere, aveva detto il medico con l’espressione di chi pensa ci siano modi più maturi per farsi del male, alla mia età.
Erano lì, ancora una volta.
Una macchia nera, informe, aggrovigliata. Lunghi fili scuri come insetti morti dopo una disinfestazione. Trattenni il fiato, una fitta acida allo stomaco mi trafisse. Mi tirai su, le dita sottili tremavano e non osavano toccare la testa, pesanti come pietre restavano immobili. Trovai il coraggio di sfiorare la tempia sinistra, la pelle era così liscia. Una chiazza tonda, fredda e tirata si era aperta dove il giorno prima c’erano i capelli, potevo disegnarne i contorni.
Raccolsi la matassa dal cuscino mentre sentivo gli occhi appannarsi. Un grumo soffice che profumava ancora di shampoo alla vaniglia, lo strinsi nel pugno, sul palmo della mano era pesante, vivo.
Misi giù i piedi dal letto e mi trascinai verso il bagno. Sentivo il pavimento respingermi, una volta davanti allo specchio evitai di guardarmi per lunghi secondi, poi presi coraggio.
Il riflesso mi restituiva il volto di una sconosciuta. I miei capelli stavano cedendo il posto a un paesaggio desolato, la linea dell'attaccatura si era ritirata lasciando scoperto un cranio pallido percorso da venature bluastre e alcune macchie, che si nascondevano là sotto chissà da quanto. Come cambiava il mio viso, ora che la cornice cadeva a pezzi. I capelli avevano mutato anche la loro consistenza, i pochi superstiti si staccavano a ciocche come rigettati dalla mia stessa carne, esausti.
Afferrai la spazzola, un gesto automatico e violento, che puniva ancora quel corpo disperato che cercava di salvarsi lasciando andare, di lui, ciò che alla sopravvivenza non serviva. Al primo passaggio non ci fu attrito, le setole trascinarono con sé un intero lato della chioma, un blocco scuro cadde nel lavandino di ceramica bianca.
Urlai, ma dalla gola uscì solo un rantolo uguale a quello di mio padre mentre moriva. Sotto i fili rimasti, la pelle sussultava con urgenza come se qualcosa stesse spingendo per uscire e avesse finalmente trovato lo spazio. I capelli nel lavandino ora si contorcevano lenti, come tentacoli di un organismo che provava a resistere, mentre la mia testa diventava sempre più leggera, fredda, vuota.
Effluvio severo da stress post traumatico e restrizione calorica cronica, stia attenta, aveva detto il medico consegnandomi una lista di rimedi da assumere, con l’espressione di chi pensa ci siano modi più maturi di soffrire, alla mia età.
Da sotto le tende la luce del sole si stava alzando, io stavo scomparendo.






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