E tutta quella pace, quel buio
- 12 ore fa
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di Carlo Lei

E tutta quella pace, quel buio che mi hai tolto, me li renderai mai? Non dico il buio delle strade di notte e delle avventure o il buio della poltrona dei lunghi romanzi, ma quello del sonno, il buio dietro le palpebre.
Non dormivi. Alle lunghe pennichelle (chiamale pennichelle) anche di tre, quattro ore che facevi durante il giorno, alternavi notti strapazzate. Sei, sette, persino dodici risvegli, il tuo record nel primo anno. Alice, Mamma, finge di dormire mentre gridi. Evidentemente, finge. Io sono sveglio anche da prima che cominci, una lenta tensione si è caricata sulle corde del collo, dietro, così ho spalancato gli occhi al tuo primo rantolo. Rantolo innocuo, si capisce. Il naso ce l’hai sempre chiuso, i setti sono fini come un capello. Aggiungi l’incapacità di espellere il muco (è un’abilità che arriva più tardi, dice la pediatra, attorno ai due anni) e hai voglia a dire soffia, soffia.
Mamma, Alice, lo so che è sveglia. Il suo respiro non è quello del sonno. E poi va bene avercelo pesante, ma secondo te…
«Secondo te è credibile non sentire questo ululato a quattro metri di distanza?»
«Ma che vuoi? Tocca a te. Ieri notte sono andata io».
«Neanche per sogno, Alice, ieri sono andato io, l’ho cambiato io, erano le tre, e te la sei pure presa per la luce del bagno».
«Ti confondi con l’altro ieri».
«O forse sei tu che stai facendo la stronza».
«Era ieri. Che il giorno dopo avevi la mattina libera».
«Ma che cazzo dici?»
«Ma la smetti di offendere? E comunque vado io, figurati. Però sei patetico».
Ma tu lo sai? Tu lo sai, l’hai mai saputo cosa significa dormire davvero, mi chiedo attraversando i pochi metri dalla nostra alla tua stanza. Calarsi in quella tiepida tomba che mette il mondo a tacere – spegnere il brulichio delle cose, delle voci che ti chiamano, che vogliono qualcosa da te? Io sì, che lo sapevo. Tutto il giorno lo scontavo solamente per arrivare a pagarmi la notte. Gli smorzati rumori degli oggetti mi facevano simile a loro, accompagnavo il frigo nei suoi rari momenti di vita, il raro rumore dal bagno, un filare via attutito che penetrava nell’appartamento al pianoterra di una macchina per la strada, rara.
Poi sei arrivato tu. Mi metto a letto, cedo placido all’incoscienza, ma già con un tarlo dentro, che di lì a poco verrai a riagguantarmi dalle profondità con un grido forsennato, a ributtarmi in pasto alla vita del mondo. Niente febbre, ma quali colichette, niente apnee, la pediatra lo certifica. Ma allora cosa? Si fa così presto a dimenticarsi di quei primi mesi placidi, l’ovattata vita intrauterina? Piangi, piangi in continuazione.
Passati i primi tempi (che poi sono stati tre anni, e ormai il terreno era minato) i risvegli furiosi sono cessati, è vero, ma hanno ceduto il passo a qualcosa di peggio. La veglia, la bonaccia della vita: l’insonnia subdola. Contagiosa.
«Papo…».
«Eh».
«Posso dormire qui?»
«E poi dormi, se ti faccio stare?»
«Sì. No. Ci provo. Promesso».
«Ma non stai più comodo di là, nel tuo letto? Qui stiamo stretti».
«E basta, fallo salire!». Questa è Mamma.
«Ci sono i mostri. Anzi il Mostro», continua.
«Quale mostro?»
«Il Mostro».
«Dov’è, com’è fatto questo mostro? Ha i denti, la coda, gli artigli, com’è?»
«Non lo so. No. Non ha niente. Non è da nessuna parte, però c’è».
«Ma scusa, se non è da nessuna parte come può…».
E Mamma: «Che ci mettiamo a fare, alle due di notte, filosofia? Sali, Aldino, vieni qui».
Ecco. Ti eri inventato il mostro invisibile, il mostro senza forma e ubiquo, pur di guadagnarti un solco in mezzo a noi. Hai smesso addirittura di chiederlo, a un certo punto, ti infilavi direttamente dai piedi del letto, strisciavi fino ai guanciali. Di lì a poco cominciavi a tremare di freddo perché non osavi metterti sotto le coperte, per paura di svegliarci, di svegliarmi. Io con gli occhi chiusi, contorto nel tuo stesso tremito, anche se al caldo, sotto le coperte, mi dico che ti sta bene, anche se mi dispiace, certo. Ma non muovo un dito. Alice, Mamma, ti fa posto sotto e subito mi congeli il corpo con la tua vicinanza piccola e ossuta, nonostante lei ti avvolga nel suo abbraccio.
La svolta ci era parsa la lettura, non è vero? Avevi imparato a leggere da solo, di notte – o forse c’era pure lì lo zampino di tuo nonno, “il salvatore”. Ti sentivo sfogliare pagine su pagine, al contatto delle quali la lucetta (piccola, piccola) che tenevi sul comodino tremava, virava il proprio raggio riflesso sulle pareti, lo faceva schizzare anche sui muri del corridoio. Per forza, ci passava un dito tra la porta e la soglia. Sigillarla sotto è stato facile, ma il rumore, quello come evitarlo? La carta, alla notte, si fa molto più ruvida, molto più tenace agli indici che la toccano per voltarla, ed era un crepitare insostenibile. E poi: ma cosa avrai letto mai? Quanto ci voleva a esaurire una libreria come la nostra, appena arricchita dai regali di compleanno? Ma tu leggi e rileggi gli stessi libri, sul comodino una pila di volumi che nel giro di due sere si ribalta e torna nell’ordine iniziale.
Ed eccoci, la luce è spenta, le finestre sono sbarrate, il buio è appena scialbato dal lampione giù in strada e il silenzio increspato dai sussulti irregolari del frigorifero nei suoi strappi lanciati per fare, tratto a tratto, la notte. Ogni tanto una goccia nel lavandino del bagno. Non ti vedo – ma ti vedo, oltre il guado del corridoio, nel lettuccio con il libro ancora in mano, aperto sul petto che fa su e giù ogni tanto, ogni tanto sussulta, gli occhi spalancati, quegli occhi spalancati, l’aria dentro e fuori dal naso, finalmente libero, ben pulito. Non ti sento nemmeno più – sei diventato bravissimo a voltare le pagine senza un suono. Però gli occhi li hai aperti. Perché non li chiudi? Se tu non li chiudi non li chiudo nemmeno io, Aldo, non li chiudo. Ormai è così.
«E allora devi chiuderli, fosse anche solo per paura. Ora!», così gridavo, facevo scenate. «E spegni, una buona volta!»
Spaccavo la lampada da lettura e quella sera, poi, ho preso i libri, li ho fatti a pezzi, li ho buttati tutti nel secchio e tu sei scappato correndo, senza una parola, a piedi nudi per le scale del palazzo, fredde. Forse nemmeno hai pianto. Alice, Mamma, ti ha inseguito, io mi sono ributtato a letto, ma con quel nervoso. Capirai, una notte di più andata, completamente persa. Poi sei tornato. Ghiacciato più che mai. Ti sei infilato nel lettone senza chiederlo. Mamma no. Lei, Alice, non è tornata più.
Aldino, piccino, quante chiamate da scuola? Aldo si è addormentato sul banco, non riusciamo a svegliarlo, abbiamo paura, venga a prenderlo. Quante visite dalla pediatra, dalle pediatre, nei “Centri del sonno”. Niente di organico, elettroencefalogramma da manuale. Passerà, tipico disturbo dell’infanzia, con strascichi, a volte, nella preadolescenza.
E infatti è passato, da un giorno all’altro. Erano mesi che non ti si sentiva più. La luce della nuova abat-jour si spegneva alle undici, il silenzio subentrava senza forzature, nessun rumore, o pianto, o mostro. Nessuna richiesta di venire nel lettone, che ormai aveva tanto posto libero. Qualche risveglio continuava ad afferrare me, invece, come il riflesso di un trauma subito, ormai incistato. Una notte di quelle mi alzo a sedere nel letto. L’assolo tremolante del frigo che fa vibrare i piatti sporchi nel lavabo, qualche gorgoglio nel water. Metto giù i piedi, arrivo in corridoio. Una macchina ogni tanto. Il rumore un po’ più forte. Lontana un’ambulanza. Ma non poi così lontana…
Sto fermo. La tua porta è chiusa. La apro. Dentro l’aria è fresca, più fresca del resto della casa. Fredda. La finestra è aperta, le inferriate pure, tu non ci sei. Richiudo la porta, lentamente mi volto e, per così dire, per quattro anni e mezzo non la riapro più.
Insomma te ne andavi, via dalla casa, via da me. Tutte le notti. E ogni mattina, a cose fatte, ti recuperavo da un sonno sottile, immaturo.
«Aldino, il latte è pronto, vieni? Che ci vuoi dentro?»
«Vengo… Niente, fammelo bianco».
«Bianco, pronti!» rispondevo fresco, allegro.
Era la nostra routine, la nostra bugia quotidiana, il nostro patto scandaloso. Cosa facessi fuori, dove andassi, non lo sapevo, allora, ma eri un ragazzo con la testa sulle spalle, bei voti a scuola, e un equilibrio è un equilibrio, è un miracolo, come un silenzio, una cosa immobile e calma e senza scosse. E poi si dormiva nuovamente.
«Dormito bene?» esageravo, sproporzionato contro un’ipocrisia di cartapesta.
«Bene, dai», e davi un odore di fogliame arrotolato, di terra, a volte di muffa, negli ultimi tempi di plastica bruciata.
Le mie nottate si allungavano, sempre più placide e distese. Così si allungava il tuo collo, più tirato, le ciocche dei capelli più unte, le tue occhiaie, la linea orizzontale della tua bocca, che sputava fuori le labbra più grosse e scolorite, di cui faticavi a controllare i movimenti. Le vene galleggiavano più in superficie sui tuoi polsi, sulla fronte, sulle mani dalle unghie cortissime e rosicchiate.
Una notte squilla il telefono, è Mamma, Alice.
«Che cazzo fai?», aggredisce.
«Oh, calma. Dormo. Sono le tre di notte, che devo fare?»
«Dov’è Aldo», senza il tono di una domanda.
«In camera sua, no?» rispondo, come se lo fosse.
«Vai a vedere, se c’hai coraggio. Ma non ti serve, inutile che fai la scena. Secondo te è credibile non accorgersi che un ragazzino di tredici anni esce tutte le notti dalla finestra? Ma a te che ti frega? E secondo te che fa un ragazzino di tredici anni fuori casa tutte le notti? Va in biblioteca a leggersi i romanzi?»
Ma perché, lei, Alice, Mamma, dov’era?
Ironia della sorte, è poi uscito fuori che dopo la morte del nonno, che ti aveva accolto i primi tempi a casa sua, nel suo studio, e che ti aveva insegnato a fumare il sigaro, in effetti te ne andavi in una biblioteca. Proprio così, quella scolastica, entrando da una finestra che lasciavi accostata la mattina. A leggerti i romanzi. E scartabellavi il catalogo, spostavi sedie e tavoloni, ti arrampicavi sugli scaffali. A volte riparavi le copertine strappate, con lo scotch trasparente. Ma poi qualcuno aveva visto la luce dentro, era entrato, ed erano i ragazzi delle superiori, o chissà, cattivi soggetti, lo stanno ancora capendo.
Non ti mollavano. Ogni tanto una canna, una bottiglia o qualcosa per tenerti con loro ci sarà pure stato. E ti facevano fare delle cose. Sul tavolo del prestito, sotto la luce dei neon, rimane aperta una copia del Giardino incantato di Burnett. In copertina una bambina bionda in camicia da notte osserva una grande ragnatela, cresciuta tra le rose del suo posto speciale.
I semi che Dickon e Mary avevano seminato crescevano come se le fate li curassero. I papaveri danzavano nella brezza accanto a un’infinità di fiori dai colori accesi, che da anni crescevano nel giardino. E le rose… Le rose! Spuntavano dall’erba, intorno alla meridiana, attorcigliate ai tronchi degli alberi, spioventi dai loro rami, si arrampicavano anche sui muri e li cospargevano di lunghe ghirlande, ricadendo in cascate, tornando a vivere giorno dopo giorno, ora dopo ora…
Non dormivi. E alla domanda se lo hai imparato cosa significa dormire, mi rispondo che sì, forse ora lo sai, l’hai imparato. Ce l’ho fatta alla fine a insegnartelo. Tutto quel buio alla fine me l’hai reso. Nelle ore silenziose e lunghe, sto nel letto con le corde dietro del collo tirate, con gli occhi aperti. Guardo il soffitto, la parete, poi mi alzo, giro per le stanze della casa, non faccio caso al cesso che scarica ormai senza sosta, al frigo che romba come un frullatore impazzito. Nel guado del corridoio sempre più sporco, nei rimasugli di qualcosa che inizia ad accumularsi negli angoli, lo vedo davvero il buio, aderente e impenetrabile, colato sopra gli occhi spalancati. Poi mi fermo, anche soltanto contro un angolo vuoto o di fronte all’anta di un armadio, che nella loro banalità mi sembrano così interessanti. A volte mi pare di vederci dentro lui, il Mostro. Senza unghie e artigli, senza forma. C’è davvero. Torno a letto e l’alba non si alza mai, mai.






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