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La marmellata

  • 19 ago
  • Tempo di lettura: 5 min

di Nicholas Delli Zotti


barattolo di marmellata scura su tagliere con canovaccio e sfondo di tovaglia a quadri rossa. Si intravede la figura di un uomo.

«Lascia il pane dentro, è più buono», le disse suo padre.

Anna, che aveva cinque anni e un paio di occhi grandi e i capelli biondo cenere, lo guardò perplessa, la testa piegata di lato e gli chiese: «Perché?»

Suo padre le sorrise, un sorriso rassicurante. Al posto di barba e baffi aveva mille puntini neri e bianchi. Le posò una mano sulla gamba sottile.

«A me piace mobbido!» ribatté Mattia, che di anni ne aveva quattro. Era seduto vicino ad Anna.

Suo padre lo guardò. Prese la fetta di pane abbrustolito che aveva nel suo piatto e glielo passò. «Prova», gli disse.

Mattia prese la fetta di pane, la soppesò, se la portò alla bocca e le diede un morso. «Buono!», esclamò.

Suo padre chiuse gli occhi e inclinò la testa. «Visto? Cosa vi avevo detto?»

Maria, la madre di Anna e Mattia, era in piedi di fronte al lavello. Stava preparando la seconda moka di caffè. Indossava già un maglioncino di lana leggero color beige. «Mamma!» urlò Mattia, e Anna si attappò le orecchie con le mani. «È buono!»

«Hai visto, tesoro?» disse la madre, ancora rivolta verso il lavello.

Andrea, suo marito, si voltò verso di lei. «Hai finito?», la sua voce era ferma e gentile.

Maria si voltò, la moka in mano. «Sì» disse, e andò ad appoggiare la moka sul piano a induzione della cucina.

Sulla tavola, apparecchiata per metà con una tovaglia a quadretti rossi e bianchi, c’era un vasetto di marmellata di prugne aperto quasi finito.

Mattia lo avvinghiò e ci infilò un dito dentro. «Mattia!», sbottò il padre.

Il bambino lasciò il vasetto di marmellata. Al dito erano attaccati dei pezzi di prugna. La sua testa iniziò a vibrare leggermente, gli occhi gli si riempirono di lacrime. Sporse il labbro inferiore in fuori e prima che potesse dire qualcosa, Anna gli prese la mano e la pulì con il suo tovagliolo. «Non è successo niente» gli disse, a bassa voce.

Mattia la guardò con due occhi che avevano lo stesso colore del cielo.

 

Due giorni dopo, i bambini presero la febbre.

Non si alzarono per fare colazione, nessuno dei due.

Andrea andò prima nella camera di Mattia. «Ehi, tesoro. Come stai?». Si sedette sul letto, di fianco a suo figlio.

Mattia lo guardò, gli occhi semichiusi. Gli scuri della finestra erano serrati e non entrava luce. «Mmmh, alla grande» disse Mattia con il naso chiuso, alzando il pollice della mano destra e sorridendo febbrilmente.

Andrea sorrise. Toccò le tempie di Mattia con il dorso della mano destra e gli fece l’occhiolino. «Hai un po’ di febbre ma passerà presto, ne sono sicuro».

Andò da Anna. Entrò nella sua camera, che a differenza di quella del fratello era illuminata dalla luce del sole che entrava dalla finestra. «Buongiorno, piccola».

«Ciao papà». Anna era seduta sul letto, le coperte rimboccate fin sotto le braccia. Stava misurando la febbre. Andrea si avvicinò a lei, le toccò le tempie con le labbra, secche e ruvide, e disse: «Non hai molta febbre».

Il termometro emise un suono e Anna lo guardò. «Trentasette e mezzo», disse.

«Te l’avevo detto». Andrea era ancora in piedi, di fianco a sua figlia. Le posò un bacio sulla testa, inspirò il profumo dei suoi capelli e uscì dalla cameretta.

 

Tre giorni dopo, Mattia e Anna stavano meglio.

Erano seduti al tavolo della cucina. Spalmavano la marmellata di prugne sul pane abbrustolito. Il padre entrò in cucina. Era stato via due giorni, e come i bambini lo videro si alzarono dalle loro sedie e gli corsero incontro. «Papà! Papà!», esclamarono in coro.

Andrea si inginocchiò. «Ehi, bambini».

Maria gli andò vicino, Andrea si alzò e baciò la moglie. Anna voltò lo sguardo da un’altra parte, disgustata. «Bleah!» disse Mattia, gli occhi socchiusi e la lingua in mezzo i denti.

«Dove sei stato, papà?», chiese Anna.

«A vedere di acquistare un castello» rispose il padre, con un sorriso smagliante.

«Come un castello?». Gli occhi di Anna erano lucidi dall’emozione, mentre Mattia era a bocca aperta.

«Per il mio principe e la mia principessa». E così dicendo li prese in braccio tutti e due e li sollevò senza troppa fatica. Era forte, incredibilmente forte.

 

«Il papà non va a lavorare, oggi?», chiese Anna.

«No», rispose sua madre. Era una donna molto bella. I capelli erano mossi, castani, e arrivavano fin oltre le spalle. Prese sua figlia per un braccio e la condusse fuori dalla cucina, mentre Mattia stava inzuppando una fetta biscottata dentro al latte caldo.

«Come stai, amore?», chiese Maria a sua figlia.

«Bene mamma, perché?»

Maria guardò Anna come se la stesse ispezionando, per accertarsi che davvero stesse bene. “Non dire nulla alla mamma”, le aveva detto una volta suo padre.

«Mamma, tutto okay?»

«Sì, tesoro». Sua madre la guardò, le carezzò il volto e le sorrise.

 

«Papà?»

Le luci della cameretta erano spente, gli scuri chiusi.

«Papà, sei tu?»

La porta si era aperta e poi richiusa velocemente. Si era aperta di poco. Suo papà poteva passarci per quello spazio? O era Mattia? La mamma non poteva essere, le avrebbe chiesto come stava. Anche il papà lo avrebbe fatto, vero?

Sentì qualche passo. Non c’era luce, solo tonfi. Tunf, tunf, tunf.

I tonfi si fermarono.

«Papà?»

Non riusciva a muoversi dal letto. Aveva troppo male. La febbre era salita e aveva un gran mal di testa.

Sentì una pressione sulle coperte che aveva preso dal salotto. Una era grigia, l’altra era grigia ma aveva anche le stelle argentate. Era la sua preferita.

Le coperte si spostarono e sentì una mano sul basso ventre.

«Papà?»

Una mano le calò sulla bocca, e dopo poco sentì dolore.

 

«Mammaaa!»

Maria era seduta a tavola, al posto di Anna. Aveva davanti a sé una tazza alta, di quelle in cui si fa il caffellatte. Aveva invece solo un dito e mezzo di caffè, ormai freddo.

Mattia si avvicinò a sua madre, posandole una mano sulla gamba. Aveva una tuta grigia, logora. «Mammina?»

Sua madre alzò la testa. Aveva i capelli sciolti, lunghi fino alle spalle. Erano in disordine. I suoi occhi erano velati, umidi. Bellissimi, anche con le lacrime.

«Mammina, tutto okay?»

Sua madre lo stava guardando, senza vederlo. Per un attimo Mattia credette di essersi trasformato in un fantasma durante la notte.

Gli occhi di sua madre ebbero un piccolo scatto, e si posarono su di lui. Mattia le sorrise. Sua madre no, aveva la bocca tirata, le labbra screpolate. «C-Ciao Mattia…».

«Dov’è Anna?»

Sua madre contrasse le labbra e socchiuse gli occhi.

«L’ho portata a scuola io» disse suo padre, dall’altra parte della cucina. Non lo aveva sentito arrivare, ma quando si voltò suo padre era dietro di lui, alto quanto un gigante ma dalla corporatura esile.

«Ma non ha la febbre?»

Suo padre si piegò in avanti e il suo viso fu all’altezza di quello di Mattia. I suoi occhi erano socchiusi, sfidanti. «Tu hai la febbre, piccolo» disse, toccandogli con l’indice della mano destra la punta del naso.

Mattia sbatté le palpebre e sorrise. Non aveva anche Anna la febbre, ieri?

Alzò le spalle.

«Va bene» disse, per poi andare verso il frigorifero. Prese la marmellata di prugne e la portò in tavola. Si sedette al suo posto e prese una fetta biscottata, ci spalmò sopra un’abbondante dose di marmellata e, dando il primo morso, disse: «Quanto mi piace la marmellata con i pezzi di frutta!», anche se questa marmellata aveva i pezzi di prugna un po’ più duri del solito.

Sua madre si mise una mano davanti alla bocca e uscì dalla cucina correndo.

Suo padre, che si era seduto di fronte a lui, lo guardò e gli disse: «È buona, vero? L’ho fatta io. Per questo vasetto Anna mi è stata molto d’aiuto».

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