

L'ora di libertà
Le 10:00.
Ha un’ora di libertà. Amalio apre il cancello ed evade verso il parco. Usura il corpo con flessioni al limite della sua resistenza e poi cammina, più veloce che può, per lasciare dietro i pensieri.
Non ce la fa.
Ritornano martellanti non appena riprende fiato. Ha memorizzato quasi ogni parola dell’e-mail e se la ripete in testa come fosse una filastrocca.
Una filastrocca perfida intitolata “Richiamo formale e possibile avvio di procedimento disciplinare”.


Come il cemento
Tutti gli oggetti rinchiusi in questo minuscolo angolo di cemento sono immobili. Completamente immobili. La confezione afflosciata di caffè, malamente richiusa con una piccola pinza di plastica; il fornelletto sporco e arrugginito, ispezionato ogni mattina; i bicchieri di plastica usati; alcune riviste pornografiche sparse sotto il letto, pochi e malconci libri, accatastati e intaccati dalla muffa, nell’angolo meno illuminato. E con tutti loro, anche io. Immobile, quasi pietr


Le tende
Eccolo.
Eccolo uno dei tanti motivi per cui Grace preferiva i tramonti alle albe. Attraverso di esse si sentiva libera, a casa, felice, ispirata, protetta. Tutto era in armonia. Attraverso i loro curvi profili, Grace viveva la sua vita lontana dal mondo monotono che fuori esisteva.
Quelle tende proteggevano qualcosa. Quelle tende che fungevano da narratrici ma anche e soprattutto da ascoltatrici erano rimaste sempre lì, in perenne fluttuazione, e brillavano a ogni goccia di


Un tavolo per due alla fine del mondo
di Nello Somma brano consigliato con la lettura: https://www.youtube.com/watch?v=YC3iYl2Ux6o&list=RDYC3iYl2Ux6o&start_radio=1 Il vento passava lento tra i vetri rotti delle finestre, facendo sbattere contro il muro quel che restava di una tenda bianca. Il sole, basso sull’orizzonte, tagliava l’aria con luce opaca. I colori avevano perso qualcosa, o forse era solo la polvere a mangiarli. Il ristorante si chiamava “Dante’s”, e il nome era ancora leggibile sulla targa di ferro,


Cose che non sopporto più
Era andata via di sabato mattina, senza piangere, con una compostezza che Luca avrebbe ricordato più di ogni parola. Aveva riempito tre borse di tela, preso i suoi libri di psicologia, una scatola piena di bustine di tisane ordinate per tipo, la stuoia di yoga arrotolata. Aveva lasciato sul mobile basso, vicino al giradischi, una pianta grassa. "Tua madre me l'ha regalata, ma non voglio portarla via," aveva detto. Poi era uscita.


Rapidità
Anche stamattina li ho lasciati legati vicino al rubinetto dell’acqua che serve a bagnare la terra; li ho lasciati lì, giusto perché apprezzino una parvenza di accudimento da parte mia. Morire di sete è peggio che morire di fame, no?


Languore
Ogni volta che vado via non penso a quello che facciamo, non rimugino, piuttosto penso a quello che non ci diamo mai perché noi assieme non facciamo nulla, non mangiamo e non ci vestiamo prendendo le cose dallo stesso armadio ogni giorno. Siamo una pagina bianca. Lui dice che la nostra è una condivisione profonda.


3:30
3:30 ed Enrico gira lo sguardo verso il comodino. Prende la scatola della nuova pillola magica e legge: l’assunzione deve essere regolare. Ancora questa maledetta regolarità. Vorrebbe alzarsi e accendere la tv, ma è consigliato tenersi a distanza dagli schermi almeno mezz’ora prima di andare a dormire. Incrocia le mani sull’ombelico e fissa le stelle fluorescenti sul soffitto. Lo stomaco inizia a pulsare. Non è mica un cuore lo stomaco! Eppure pulsa. E più pulsa, più i pensie


Lavorare stanca
Ma quello su cui mi ero ritrovata a esprimere un giudizio era un passato ancora presente, non ancora superato, per quanto lo si possa realmente fare: lasciar andare qualcosa che abbiamo vissuto in un altro tempo e che, a volte, ci stringiamo addosso come una coperta quando fuori fa freddo, a tenere al caldo quelle stesse ferite che ci ha provocato, anziché fargli prendere aria per cicatrizzarsi e liberarci.


Liberty Hotel
Mentre lei finisce di spogliarsi, l’uomo resta fermo in piedi alle sue spalle. Ha le mani in tasca, contratte in una stretta da fargli quasi esplodere le vene.
«Quello che volevo…» dice tra sé, in una specie di sussurro, come un promemoria cancellato per errore. Una pausa nella sua voce, lei si chiude in bagno. Rumore dell’acqua della doccia che scorre.


