Mogano
- 1 giorno fa
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di Umberto Camerini

Non sarei mai più arrivato in orario. Il costume io non l’avevo, il mio vizio era mascherato da vezzo e quell’unica eccezione mi sarebbe rimasta incollata addosso come un trofeo che altri avrebbero esibito. Pioveva e mi ero riempito gli stivaletti d’acqua tra le pozzanghere. Il pub gorgogliava sornione da fuori, qualche tavolo era occupato e io fumavo la mia sigaretta umida. Avrei aspettato cinque minuti e poi me ne sarei andato adducendo qualche scusa mirabolante dal mio ricettario. Non potevo perdere questo primato. La sigaretta era incandescente, la puzza di tabacco bagnato e il fumo umido mi facevano lacrimare. Era intollerabile che aspettassi. Ognuno i suoi ruoli. Per strada andavano e venivano pochi sventurati e il traffico si estingueva.
E la vidi.
La sigaretta mi pendeva dalle labbra ed ero inerme. Il mondo collassava nella distanza compresa tra le mie suole e i passi che m’incedevano contro. Non sentivo più il fumo entrarmi sinuoso negli occhi, né la pioggia insinuarsi nei capelli e strisciare sotto i vestiti, né più le voci attraverso il vetro del pub. Avrei potuto svegliarmi in qualsiasi momento. La schiena tremava. Sapevo che la figura che s’illuminava e svaniva tra le ombre degli olmi proiettate dai lampioni era venuta in Italia, sapevo che abitava su al Nord, ma tutto sarebbe stato più probabile di veder danzare quel fantasma fuori dal passato. Guardai in alto in attesa di un vaso dritto in testa. Non vedevo Violeta da dieci anni. L’ultima immagine che avevo di lei era una lacrima sulle guance da bambina. L’ultimo ricordo di me con lei era una carezza dopo l’orgasmo. Avevo meno di vent’anni. Lei quasi trenta. Un modo banale di innamorarsi. Tre giorni e un’isola caraibica. La sua pelle sapeva di piña colada e del blu sulla cima delle Ande, mi guardava come il socialismo di Allende, con la stessa densità del tessuto urbano di Santiago de Chile.
«Ciao».
In nessuna vita avrei saputo risponderle. Non ho saputo mai mentire. Anche un mio “Ciao” di rimando sarebbe stato acre come una farsa. Guardavo i suoi occhi scuri, le labbra piene, i capelli ondulati, lunghi e leggeri, e non avevo che questo in mente. Sentivo il fuoco sul viso e un’agonia nel petto.
Mi salvarono gli amici sopraggiunti, mi scossi dall’immobilismo e ci salutammo: non volevo più guardarla; ma le piante tendono al sole. Seduti nel pub tutti chiacchieravano e bevevano e io trangugiai due birre senza calmare nessuna sete. Il mio migliore amico mi guardava fisso, guardava Violeta, cercava ancora me, scuoteva la testa, sgomitò sul mio braccio.
«Andiamo a fumare» la birra faceva ondeggiare il pub, lui mi prese sottobraccio e aprì la porta.
«Perché non le hai mai detto che la ami?»
«Io? A chi?». Non riuscivo nemmeno ad accendere una sigaretta.
«Non fare il coglione. Ti conosco da sempre. Parlale, almeno».
«Nun posso di’ gniente, Luca».
«A me puoi dire tutto».
«È stupido».
«Beh, tutto questo è stupido».
«Ce so’ stati tre giorni tra de noi, Luca. Nun è gniente, so’ solo sorpreso de vedella qui».
«A me non sembra niente».
«E invece è così, te dico. Mo’ me passa».
«Non ti passerà mai, stai tranquillo su questo».
«Sei ‘no stronzo».
«Ascoltami per una volta: parlale, civilmente, una normale conversazione assieme a tutti gli altri, di’ almeno qualche sillaba! Sei seduto da mezz’ora e non hai spiccicato una parola, bevi e la fissi, non puoi rovinare la serata a tutti a sbronzarti. Sappiamo che succederà».
«Che succederà?»
«Che farai qualche sparata, che litigherai con qualcuno, che mi vomiterai di nuovo in macchina mentre ti riaccompagno a casa mia perché sei così lercio da non trovarti nemmeno le chiavi in tasca. Dammi retta una volta. Solo una volta. Almeno questa».
«D’accordo».
«Rientriamo, ti stai fumando le dita».
Su un furgone parcheggiato lì di fronte lessi questa scritta: “Cannellini di Giuseppe Ragano - Scopri le ricette che stai adoperando e abbandonale”. Non credo di aver mai letto nulla di più stupido. Gettai la cicca in una pozzanghera e caracollai verso il nostro tavolo infilandomi una gomma alla menta in bocca. Violeta mi guardava di sfuggita, brevi lampi che s’infilavano nel mio petto, ma i brividi che sentivo forse erano per i vestiti ancora bagnati. Intavolammo tutti insieme una conversazione senza brillantezza, piena di luoghi comuni e lamentele, ma lei era immune a quelle pesantezze. Era radiosa, senza motivo e senza apparenza, fresca e leggera come chi ha davvero abbracciato la vita: un iris al mattino. Si era trasferita a Como cogliendo al volo un’occasione di lavoro che un suo vecchio professore all’Universidad de Valparaíso le aveva proposto. La psicologia comportamentale sembra che funzioni allo stesso modo alle pendici delle Ande e alle falde delle Alpi, sotto cieli diversi e stelle lontane.
«Cosa si prova a non vedere più la Croce del Sud?» le domandai, a bruciapelo. Gli amici mi guardarono allibiti.
«Che può essere casa anche un cielo diverso o stelle lontane». I suoi occhi erano una porta sbarrata nella notte. L’ho guardata a lungo, mi ha guardato. C’era tutta una vita che accadeva attorno. L’imbarazzo degli amici era una pentola a pressione. Ordinai un’altra birra e tutti si fiondarono ad aggiungere una comanda. Il cicaleccio riprese e io mi sentivo come una cometa, orbitavo in una ellisse super eccentrica. Violeta parlava, era un mio ricordo affinato in botte e dimenticato in un angolo. Succede se non si guarda per molto tempo. Ogni secondo di quei nostri tre giorni lo avevo avvolto in una bobina radicata nella mia testa, così non si sarebbe trasformato col tempo: era rimasta la sua immagine sbiadita, ferma a quel momento, sempre più chiara. Sotto la luce tutto sbianca e perde consistenza, si orbita attorno alla memoria, una stella che non è mai come è e sempre come era, senza poter scegliere, senza poterlo evitare; e poi bruciammo con l’ultimo bagliore. Ci eravamo separati, io poco più di un ragazzino e lei che giocava a fare l’adulta; ma in quell’istante eravamo altro, seduti in un pub, molta vita scorsa, persone diverse eppure un lampo costante che trapelava dal passato e ancora risuonava; ma lei era diventata donna e io cosa ero non lo sapevo ancora.
Non potevo smettere di guardarla. Violeta parlava, ogni cosa che diceva suonava vicina, mi divertiva. Mi impressionava. I capelli le scorrevano tra le mani, poi come molle attorno al viso, prolungamenti di quello che raccontava, le mani farfalle che accarezzavano le parole. La terza birra che vuotai mi servì per sciogliere le ultime catene; alla fine eravamo noi due che parlavamo, senza nessuno attorno eppure in mezzo ai corpi dei nostri amici; e abbiamo parlato, come per anni oltre ogni quotidianità, più chiaramente delle voci in una stanza buia: ho sentito di lei dentro me e non ho mai potuto staccarmi dal guardarla finché le nostre vite ripiombavano all’accenno del mondo fuori dalla nostra orbita; e allora tutto era già ricordo e volevo lasciare che quel momento fosse un segreto custodito nella memoria, ogni possibilità spalancata sul futuro; ma tutto il presente viveva in quello sguardo, dietro quegli occhi scuri come il mogano d’una porta chiusa.
Nemmeno sapevo che ora fosse, perché avrebbe dovuto interessarmi? Ogni secondo era pieno di Violeta ed eravamo ora l’uno davanti all’altra e i nostri accompagnatori tra di loro che fingevano di non conoscerci. Non vedevo Luca, ma lui stava sorridendo e io lo sapevo, come tutte le cose che non contavano. Il PIL della Cina, l’abito cristallino del bismuto, la rarità del colore blu nelle specie viventi, il processo di produzione del natto giapponese, la schiavitù del franco coloniale, gli oceani di acqua sotto i ghiacci di Encelado, l’evoluzione delle balene, la costellazione dell’Ofiuco, il risparmio energetico dal riciclaggio dell’alluminio rispetto all’estrazione ex-novo della bauxite, la diversa tonalità di rosso voluta da Emmanuel Macron per la bandiera francese, il complotto della CIA nell’omicidio di Salvador Allende, la musica dodecafonica, le centottantanove specie di orchidee spontanee in Italia, il Natale sorto sulle ceneri dei Saturnali e la Pasqua sulle rovine delle Falloforie, l’Impero di Gengis Khan e il ciclo riproduttivo dell’antechino, molto altro ancora che serpeggiava nelle pieghe del mio cervello, nei sotterranei nei miei neuroni, tutto che non contava e che conoscevo, nulla che avrei potuto dire con la certezza di riuscire nuovamente a baciare Violeta; e lei stava lì, non se ne andava, non cercava nessuno con lo sguardo che non fossi io, nient’altro dalle mie sciocchezze e dai miei lazzi, un centro di gravità inevitabile che io percepivo come la più grande incertezza. Avevo paura di baciarla, lei non desiderava altro e io dubitavo perché se poi fosse stato, se poi avessi avuto la certezza che quell’amore, che quella follia durata tre giorni sotto il sole dei Caraibi non fosse solo vissuta lì ma avrebbe respirato ancora dopo una lunga apnea, forse avrei potuto dirmi felice.
I nostri amici si alzarono ed entrambi li guardammo come due lepri accecate dai fanali di una macchina in corsa.
«Marco, noi andiamo. Voi restate pure, ci vediamo la prossima volta». Luca mi fece l’occhiolino e tutti sorrisero. Io tremavo. Ordinai una genziana, Violeta voleva del vino di Porto. Ci accorgemmo che era tarda notte quando il proprietario abbassò le luci in sala e dopo ancora qualche minuto ci venne a sussurrare di stare per chiudere. Pagai tra le proteste di Violeta e ci incamminammo nella notte. Eravamo vicini, tanto vicini da sfiorarci le dita, e ci guardavamo impacciati, mi sembrava di rivivere i pomeriggi di quindici anni prima, le prime cotte, il primo coraggio di prendere le mani di una ragazza e osare baciarla come una cocorita. Lei sorrideva e io pure, ma dietro quella maschera avevo una voragine, un vero canyon, che sarebbe stato dolore se lei non fosse stata pura ossitocina. Allora gliel’accarezzavo, quella mano, e lei mi sorrideva di più e me la stringeva e faceva un saltello mentre cominciava a piovigginare. Ballava sotto la nube di goccioline e ogni lampione era una bolla di luce e lei tra ogni raggio, ogni stilla, coperta di minuscole palline luminose che ballava e cantava e si fermava a guardarmi. Mi sentivo un coglione, fermo, uno stoccafisso che osservava la friggitrice, poteva scaldare anche me, rendermi migliore, contagiarmi con la sua essenza e farmi credere, farmi sentire davvero vivo e con uno scopo nella vita.
Ho vissuto per quel momento, per l’assurdo e insensato istante che ci ha costretto a rimanere l’uno nello sguardo dell’altra, dove tutto sembrava non esistere, dileguarsi e scomparire; e rimanevano due persone.
Due corpi che senza più alcun coraggio di muoversi gridano e possono solo guardarsi, due uragani fronte a fronte immobili. Io ti guardavo e sentivo tutto di me esplodere e riversarsi nel mio cervello, nelle mie viscere, nel mio cuore dove tutto l’amore del mondo alberga e non riesco a dirti che vorrei solo baciarti e annegare nel tuo profumo, tra i tuoi capelli, sul tuo corpo. È questo che mancava, pochi centimetri d’aria che avrebbero dovuto essere riempiti da noi, oltre uno sguardo, oltre un’energia, un corpo finalmente unico sulle vestigia di un passato da estranei e in mezzo a tutto i tre giorni in cui eravamo stati. Io volevo te, tutta, indefinitamente tu, senza confini, con tutto ciò che comporta, il male, il bene, la gioia, il dolore, il silenzio della notte e il sorriso muto, l’abbraccio nel sonno e la stretta della consolazione. Avrei annegato il naso nel cuscino dove avresti dormito, l’anima nei tuoi occhi. Avrei saputo dirmi felice se la mia mano incerta avesse trovato il tuo viso cercando l’assenso nei tuoi occhi chiusi, il calore e la morbidezza di una guancia che era stata lontana come la realtà da un sogno. Ti avrei stretta, per tutto il resto della vita e anche dopo, chiedendoti di amarmi tra singulti e lacrime vive, arse sui tuoi vestiti, bollenti nella pioggerellina fredda, confuse tra le tue e i sorrisi e i sussulti e la gioia che esondava in ogni angolo. Io avrei voluto tutto questo, te, senza riposo, senza limite, come la parte migliore di me. Per sempre, se fosse ancora possibile. Ho avuto tanto amore da darti da aver paura di riceverne in cambio. Dovevi guardarmi, ancora, senza smettere, sulla soglia del mondo e sulla sua fine; e su tutto questo, avrei voluto che fosse stato amore.
E io, tutto preso in quei pensieri, per l’ennesima volta ero in ritardo e continuavo a fissarti; e tu mi hai baciato.






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