Fausto
- 22 lug
- Tempo di lettura: 8 min
di Susanna Dell'Aquila

Cazzo. È questa la parola che ha urlato Silvia, quando ha sentito la moka detonare.
Qualche minuto prima, Marco aveva aperto la latta del caffè e messo la polvere odorosa nel filtro, per poi stringere con forza la caldaia senz’acqua alla sua parte superiore e collocare il tutto sul fuoco minimo del fornello a gas.
Sono trascorsi mesi, ma ricordo con precisione la fitta costellazione tracciata nella stanza dagli schizzi del caffè: una mappa minutamente affrescata da vivide comete – le cui code, dal soffitto, si spandevano fino alle tende che Silvia temeva lacerassi col becco – e astri sbiaditi, riflessi sul tappeto un tempo bianco e ora maculato.
Le schegge di metallo erano ovunque: si muovevano rapide, sfrecciando come i proiettili dei film rumorosi che i ragazzi guardano alla sera. Vincendomi nel volo, una di loro mi ha raggiunto e, penetrando il turchese dell’ala, ha disegnato – questa volta su di me – una seconda trama di stelle. Mentre il sangue tingeva le piume, io emettevo versi che non mi appartenevano: un insieme di suoni striduli e sgraziati, diversi dai gorgheggi che modulo per compiacere Marco, ogni volta sorpreso per la mia voce da soprano.
Le parole che imparo a casa sono quelle della cortesia: so ringraziare quando qualcuno accanto a me schiude la mano porgendomi, sul palmo, un succoso acino d’uva; so dire buongiorno, al mattino, quando gli allievi di Silvia entrano in sala per la lezione di piano; so articolare un sonoro vaffanculo, che forse è un po’ rude, ma fa ridere la mia famiglia e divertire chi si ama è un atto di gentilezza.
In quel momento, però, mi serviva una parola aspra, spigolosa come la fitta che si irradiava nel mio corpo a partire da quella nuova ferita. Ricordo di non averla trovata ma, forse, di non averci neanche pensato. Quello non era il tempo dell’esibizione: smettevo di essere la creatura esotica del salotto dei Notari, impegnata a ricambiare sguardi ammirati di ospiti passeggeri con un canto manierato. L’amato pennuto, donato per le nozze dal giovane sposo alla sua compagna, era, allora, solo un animale e io, alla stregua di un cerbiatto ferito o di un cane calciato, mi concentravo sul mio dolore.
Un anno fa, in quell’istante, avevo bisogno che Silvia e Marco mi aiutassero, nello stesso modo in cui loro, oggi, hanno bisogno di essere salvati da me.
Cazzo. Sono certo sia questa la parola che Silvia ha urlato ieri, non vedendomi più in giardino.
La immagino aggirarsi tra i platani frondosi, con gli occhiali inforcati sul naso e la fronte aggrottata, scrutando ogni ramo nella speranza di trovarmi appollaiato a giocare tra le chiome come il Barone di Rondò, senza ignorare alcun pertugio, né anfratto, nicchia o buco, mentre scandisce il mio nome con concitazione crescente, insieme a imprecazioni prima sommesse e poi tonanti.
Silvia ha gambe lunghe e con ampie falcate avrà percorso il muro di cinta, fermandosi di tanto in tanto per incastrare le Converse consunte negli spazi ricavati dai mattoni mancanti, così da guadagnare i metri d’altezza che servono a una sentinella per guardare più lontano. Poi, sedendo affannata sull’erba spettinata, avrà meditato sulla merce di scambio da offrire al destino. Riesco quasi a vederla: i capelli raccolti con la matita, come quando i conti non tornano o la discussione si accende, i pugni serrati.
“Qua la mano, Dio onnipotente”, avrà detto, “fa’ pure che il pianoforte a coda vada distrutto, che l’umidità corroda le corde e i martelletti distorcano i suoni. Rendi i tasti diversi per numero e colore: dipingine cinquantadue di nero e trentasei di bianco e poi, di nuovo, trentasei di nero, ma questa volta quarantanove falli bianchi e altri tre rossi – e poi viola, ocra, antracite.
Anticipa il re prima del do e sposta il mi dopo il fa – ma il sol e il la lasciali dove sono, perché sola è come mi sento senza quel pennuto. Manometti i pedali, cosicché quello di risonanza, sotto la pressione del mio piede, risuoni forte e metallico – come il vecchio Ciao di papà – e quello tonale sibili indomito, a guisa di pentola a pressione.
Fa’ pure che tutto questo accada, che la musica scompaia dalle dita, purché – ti prego, ti prego, ti prego – il mio Fausto torni qui”.
È così, vero, Silvia? Sei rimasta accigliata per un po’, con la schiena poggiata alla parete muschiosa e lo sguardo perso per aria. Hai rimuginato su varie soluzioni: prima le hai ipotizzate, poi sondate e, infine, le hai scartate o trattenute, sulla base di una scala valutativa in cui la vicinanza allo zero è indice di inutilità e la prossimità al dieci di matasse egregiamente dipanate. Questo perché hai bisogno di idee che appianino la ruga che ti solca la fronte, togliendo urgenza alle preoccupazioni tue e di Marco, che oggi – come un anno fa – è amareggiato per la mia condizione, prima di pappagallo ferito, poi di pappagallo scomparso.
Ecco alcuni ricordi che ho di quella sera. Tu ci pensi mai?
Tutte le tasche erano state rivoltate. Giacche e pantaloni giacevano ammassati sul letto, mentre tu, come una Venere degli stracci, tiravi fuori altri vestiti e frugavi nella catasta che cresceva sempre più. Hai pronunciato la filastrocca per le cose perdute – avrai fatto lo stesso anche ieri? – prima di estrarre dal mucchio le chiavi dell’auto: «Sant’Antonio dalla barba bianca, fammi trovare quel che mi manca».
Sul telo nel quale mi avete avvolto c’erano palme colorate, e dai morbidi filamenti della spugna si spandeva il profumo familiare del bucato giù in giardino. Marco guidava lesto e tu mi tenevi fermo sulle cosce, ripetendo che presto saremmo arrivati, anche se una scia di semafori rossi si frapponeva tra noi e la soluzione che – allora – avevi trovato.
Ricordo te cercare la mano di Marco e lui posare baci sul dorso della tua.
Infine, a congiungere i lembi di tutte queste immagini, come il filo sottile che mi ha ricucito la carne, una fitta latente, costante, presente senza picchi o declini, quasi galante nel suo tenermi sotto braccio – o sotto l’ala? – fino a un momento.
Perché sai, Silvia, oltre la soglia dell’ambulatorio io la ferita ho iniziato a dimenticarla, travolto da quella umanità e animalità – vi ho mai sentiti usare questo termine? – così diversa.
Sono tante le parole che ho carpito tra quelle pronunciate da chi presiedeva la reception: una voce onnisciente che, convocando i miei colleghi d’infortunio al cospetto del dottore e smistandone i destini, ha creato per me una nuova nomenclatura. E così i topolini, che saltellavano nella gabbiola poggiata sulle ginocchia sbucciate del bambino accanto a noi, sono diventati gerbilli e i piccoli draghi marini, nella vaschetta del ragazzo seduto di fronte, si sono trasformati in axolotl, anfibi il cui nome è un groviglio di insoliti suoni, che trasformati in note sui tuoi spartiti darebbero vita a una melodia irregolare e desultoria. Le macchie, che tempestavano il dorso di quella che credevo una lucertola, hanno trovato spiegazione nel suo nome, geco leopardino, mentre lo strano cane tenuto al guinzaglio da una signora impellicciata, si è rivelato un furetto, dal docile muso e il corpo allungato.
Tutto questo mi ha travolto, ancor più delle schegge poco prima, acuendo ciascuno dei miei sensi: la vista si è fatta nettissima, l’udito e persino l’olfatto più sensibili. Non c’era nulla che volessi perdermi, non un dialogo tra quelli che si sovrapponevano, non uno dei nuovi arrivati. Osservavo ogni gesto delle persone attorno a me: quali erano le emozioni tradite dal modo di ravvivare i capelli e grattare un lobo, di sospirare accavallando le gambe?
Tutto, Silvia, è stato più nitido e ho capito che tante – e qui avrei bisogno di aggettivi atti a descrivere una quantità enorme, immensa, gigantesca, mastodontica – sono le cose che non conosco e questo pensiero, sotto il monito di quella che, ormai, è una cicatrice sull’ala, è diventato la mia ombra.
Ho trascorso mesi, da allora, con la curiosità di guardare al di là dell’alto muro che cinge il nostro giardino, fantasticando ogni giorno su ciò che poteva essere a un passo da noi. Ho richiamato alla mente le parole più belle che in questi anni vi ho sentito pronunciare e le ho messe in fila, per descrivere a me stesso quel tesoro nascosto: funambolo, santabarbara, ineffabile, elucubrazione, obnubilato, serratura, croissant. Come una gazza ladra – io, che sono un’ara maestosa – ho rubato involucri di lettere per dar loro un nuovo significato: quello della meraviglia che, ero certo, avrei provato al cospetto dell’ignoto poco più in là.
E così ieri l’ho fatto, sono volato via ed è stato bellissimo. L’aria sapeva di sale e terra bagnata, e io la fendevo con colpi d’ala precisi, mentre il mondo, sotto di me, si svelava pian piano. Ho visto la trama dei campi arati, incisi come burro accarezzato dal coltello, e distese di papaveri sfacciati nel sole di maggio. Poi ho puntato il blu, finché l’orizzonte non si è fatto mare e le onde schiuma sulla battigia. Lì, figure lontane imprimevano passi sulla riva e io, planando su quella porzione di mondo, intonavo la canzone sulla quale vi dondolate abbracciati, amandovi: e respirando brezze che dilagano su terre senza limiti e confini, ci allontaniamo e poi ci ritroviamo più vicini. È questo che ho fatto, Silvia, sono andato via per poco, una manciata di ore, un attimo, un solo istante.
Ora, però, sono qui. Mi vedi? Mi vedete? Colpisco il vetro col becco ricurvo, vi chiamo, con tutta la voce che ho in corpo, ma non mi sentite.
Siete concentrati sul vostro dolore. Anche voi, come fu per me, cani calciati, cerbiatti feriti.
Cazzo, leggo sulle labbra di Marco, mentre con una mano sposta i capelli dagli occhi e resta fermo sulla stessa mattonella dove giacciono fascicoli e fogli sfuggiti alle sue mani: un tappeto di note e citazioni che calpesta senza guardare. Il rientro dal convegno di Studi Romani ha portato con sé una nuova guerra civile, non tra Cesare e Pompeo, ma tra loro due.
Silvia, piccola sul grande divano, stringe le gambe al petto piangendo. C’è armonia nel suo singhiozzare: ogni sussulto è l’accento di un esametro, dei versi letti da Marco per le lezioni virgiliane. Potrebbe tenere quel rigore, quel ritmo, per mesi. La smania di cercarmi, trascorso un giorno dalla mia fuga, ha fatto spazio a un senso di rassegnazione. I suoi gesti sono composti, come quando mi issa sulla spalla, premiando con una manciata di semi la solerzia con cui rispondo al richiamo.
Colpisco ancora il vetro e mi libro ripetutamente in volo, compiendo gesti che, per quello che ho visto negli allenamenti domenicali, sono simili a saltelli sul posto. Voglio attirare la loro attenzione, gridare: “Scusate, ma ora basta! Sono a un passo da voi. Sorridete, sono tornato a prendervi, voglio mostrarvi il giorno tramontare nel mare, la sabbia sollevarsi col vento, la campagna indorarsi al mattino. Sono qui per chiedervi termini nuovi, perché il tesoro che ho trovato oltre quel muro è più bello dei croissant, ancora meglio dei funamboli sulle santabarbare, delle elucubrazioni obnubilate. Dobbiamo unire altre lettere, articolare nuovi suoni: Marco, mi servono parole latine, callidae iuncturae; Silvia, ho bisogno degli spartiti, delle melodie di cui ti nutri. Andiamo, venite con me”.
Vorrei mi ascoltassero, ma nulla giunge alle loro orecchie. Marco, intanto, sopito appena il suo fermento, prende posto vicino a Silvia, mentre lei, passando ripetutamente il dorso della manica sotto il naso, muove le mani ampie e aggraziate, come a voler afferrare qualcosa che sfugge – me, il suo pappagallo – nel tentativo di giustificarsi. Lui, con un braccio, le cinge il fianco e lo accarezza, lo sguardo concentrato sui gesti tracciati nell’aria. Non sono più arrabbiati, non hanno i modi della furia, ma della pena. Vorrei fare qualcosa, aiutarli, vorrei...
«Fausto!», sento urlare. La voce di Marco finalmente mi arriva, c’è, è qui, posso ascoltarla. «Fausto!», dice ancora. È nel giardino, si guarda attorno, vuole trovarmi. «Fausto!». Dalla bocca di Silvia, in piedi dietro di lui, si alza ancora il mio nome, più flebile, mentre posa di taglio la mano sugli occhi, riparandosi dal sole che picchia.
«Eccomi», cerco di rispondere, «sono qui!». Ma la mia voce, ormai stanca, è un disordinato e rauco insieme di suoni.






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