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Trigger

21 ott
Tempo di lettura: 6 min

di Jessica Tonelli


Sagoma di una donna di profilo davanti a tende con motivo a foglie verdi; la retroilluminazione in una stanza scarsamente illuminata crea un'atmosfera suggestiva e silenziosa.


Il dolore comincia sempre dietro l’occhio sinistro. Una punta di ferro freddo che spinge per uscire. Mi sveglio, appoggio i piedi sul pavimento gelido e sento il sangue pulsare dritto nelle tempie. La giornata è già compromessa. Il corpo diventa un perimetro che si restringe, una gabbia di carne dolorante.

Mia nonna dice che il caffè cura tutto. Mi costringe a berlo ristretto, con dentro tre gocce di limone spremuto. Il mal di testa non si muove, rimane lì, come un peso morto. In compenso, a mezzogiorno, ho un bruciore di stomaco che mi taglia in due.

In ufficio la mia collega Caterina, quella che non prende medicine ma ascolta la terra, mi fissa le pupille come se cercasse dei segnali. Dice che sono solo disidratata. Mi mette sotto il naso una boccetta di olio essenziale alla lavanda, che odora di detersivo per i piatti della Coop. Mi fa venire la nausea. Mi consiglia di bere un litro d’acqua in un’ora. Passo il resto del pomeriggio a correre in bagno, con le tempie che battono al ritmo dei passi.

Voglio solo il buio e stendermi a letto. Ma quando torno a casa, il vicino del piano di sopra sta montando un mobile. Un colpo di martello alla volta, un martellamento ritmico che risuona dritto nel mio lobo frontale. Poi decide di addestrare il cane, che abbaia con una frequenza che sento vibrare fin dentro i denti. Infine, passa l’aspirapolvere. Un modello vecchio, pesante, un cingolato che fa tremare il soffitto.

Esco per disperazione. Al supermercato le luci al neon sono bianche e feroci, sembrano quelle di una stanza degli interrogatori. Cammino tra le corsie con una nebbia densa nel cervello; i pensieri sono lenti, confusi. Guardo le scatole di pelati e non riesco a scegliere. Torno a casa con le mani vuote.

Alle sette mi telefona Marta. Rispondo a monosillabi e pensa che ce l’abbia con lei per una cena a cui non si è presentata sei mesi fa. Inizia un litigio surreale. Le dico: «Marta, mi sta esplodendo il cervello». Lei urla: «Ecco, fai sempre così quando non vuoi affrontare i problemi!». E riaggancia.

Il giorno dopo, il neurologo mi fa sedere e comincia a picchiettarmi sulla fronte per sentire se sia sinusite. Ha una voce tonante, da baritono, che rimbomba nella stanza quadrata. A ogni colpo vedo scintille, schegge di luce viola dietro le palpebre.

«Lei non ha niente» dice alla fine, rimettendo la penna nel taschino. «Niente di organico. Tenga un diario per una settimana. Scriva tutto quello che succede prima e dopo l’attacco. Dobbiamo trovare il trigger».

Compro un quaderno con la copertina nera.

 

Lunedì

Prima: Mestruazioni. Il dolore è un grumo nel basso ventre, la schiena è a pezzi. Adeguo ogni movimento alla morsa sorda intorno al cranio.

Dopo: Prendo un analgesico, che non aiuta. Mi siedo in cucina con la borsa del ghiaccio sulla nuca, l’unico freddo che riesco a tollerare. Dalla finestra guardo il palazzo di fronte. C’è un uomo al terzo piano, nell’appartamento che è sempre stato vuoto. È magro, indossa una camicia azzurra arrotolata sui gomiti. Sta seduto a un tavolo di formica celeste. Non ha la televisione. Guarda la parete. Non ha quadri, non ha mobili, solo quel tavolo e una sedia. Mentre lo osservo, mi accorgo che la morsa sulla mia testa si allenta. Non sparisce, ma è meno stretta. Posso respirare.

 

Martedì

Prima: Una bottiglia di vino da quattro euro comprata al minimarket sotto casa per superare la serata. Una scelta pessima. Mi sveglio con la bocca secca e amara e un chiodo piantato dritto in mezzo alla fronte. A ogni movimento degli occhi, il chiodo spinge più a fondo.

Dopo: Niente caffè, solo acqua tiepida che scende a fatica. Passo tutto il pomeriggio alla finestra, fingendo di leggere. L’uomo dalla camicia azzurra passa tre ore a pulire il pavimento con uno straccio bianco. Strofina sempre lo stesso punto vicino all’ingresso, un quadrato perfetto. Osservo ogni suo movimento, la piega della schiena, il ritmo del braccio. Quando si ferma e guarda verso la mia finestra, faccio un passo indietro nel buio della cucina. Non credo mi veda. Ma in quelle tre ore, il chiodo nella fronte non lo sento.

 

Mercoledì

Prima: Insonnia. Guardo le cifre verdi della sveglia cambiare ogni ora fino alle cinque. Il dolore cresce con il buio; alle sei la testa è un blocco di cemento, immobile e pesante.

Dopo: Al lavoro faccio finta di digitare qualcosa sulla tastiera, gli occhi sono fissi sullo schermo, se li muovo ho la nausea. Il diario è a casa, sul tavolo della cucina. L’uomo di fronte oggi riceve un pacco. Un fattorino glielo consegna sulla porta. Lui non lo apre; lo mette sul tavolo di formica. È un contenitore di legno scuro, grande come una scatola da scarpe. Resta a guardarlo per diverso tempo, con le mani sulle ginocchia. Cerco di capire cosa possa contenere. Il cemento nella mia testa sembra sgretolarsi un po’.

 

Giovedì

Prima: Un profumo troppo forte sul bus. Una donna sa di vaniglia chimica e mi scatena una nausea immediata e una fitta acuminata dietro l’orecchio sinistro, un ago che buca la pelle.

Dopo: Buio in stanza. Ma guardo fuori dalle fessure della persiana, con gli occhi strizzati contro la luce che filtra. L’uomo apre la scatola. Ne tira fuori dei fogli di carta spessa e un paio di scarpe da donna, rosse, col tacco. Le dispone al centro del tavolo. Sembrano nuove, la pelle è lucida. Prende una sedia, la posiziona di fronte alle scarpe e si siede. Inizia a parlare da solo, muovendo le labbra velocemente, come se stesse recitando una parte. La fitta dietro l’orecchio sparisce, come se qualcuno avesse tolto l’ago.

 

Venerdì

Prima: Non pranzo. Troppo lavoro, lo stomaco vuoto richiama il dolore alle tempie, un martellamento ritmico che segue il battito del cuore.

Dopo: Mangio gli avanzi, mi dispiace buttarli e non ho voglia di cucinare. L’uomo tira le tende, ma sono di lino leggero e si vede l’ombra muoversi. Prende una corda e la lega a un gancio di ferro che spunta dal soffitto del soggiorno. Il martellamento nelle tempie cessa di colpo; smetto di respirare per la paura. Tira la corda due volte per provarne la resistenza. Questa oscilla leggermente. Poi si siede di nuovo al tavolo, come se aspettasse qualcuno o qualcosa. La mia testa è ferma, silenziosa, in attesa anche lei.

 

Sabato

Prima: Nessun sintomo fisico evidente. Solo un silenzio strano in casa, un vuoto alle tre del pomeriggio. La testa è pulita.

Dopo: L’ombra dietro la tenda resta immobile per ore, un profilo scuro e indefinito. Verso le sei arriva una donna. Ha una borsa di cuoio a tracolla. Non si abbracciano. Lei si toglie le scarpe che indossa e infila quelle rosse sul tavolo. Restano in piedi, l’uno di fronte all’altra, senza muoversi, per un tempo che non so calcolare. La corda pende sopra le loro teste, un’ombra verticale. Provo a chiamare il 112, compongo i numeri. Ma cosa devo dire? Che un uomo ha una corda appesa in salotto e una donna indossa delle scarpe rosse? Riaggancio. Non ho mal di testa. Non ne ho per tutto il giorno.

 

Domenica

Mi sveglio alle undici. La testa è leggera, vuota, come se il dolore non fosse mai esistito. Niente fitte, niente nebbia, niente pressione. Solo una percezione nitida dei suoni e dei colori.

Guardo subito fuori. Le tende dell’appartamento di fronte sono spalancate. La stanza è completamente vuota. Il tavolo di formica non c’è più, la corda è sparita, non ci sono le scarpe rosse. Sul pavimento, vicino all’ingresso, resta solo un quadrato di polvere, dove prima l’uomo strofinava lo straccio.

 

Lunedì

Il neurologo fa scattare la penna nel taschino. Guarda il mio quaderno nero, poi guarda me. Fa quel sorriso tirato di chi deve liquidare un fastidio e dice: «Visto? È solo lo stress. Lei non ha niente, i parametri sono perfetti. Si distragga, non ci pensi. La mente gioca brutti scherzi se le si dà troppa corda».  

Caterina in corridoio mi ripete che la terra respira e che dovrei provare con i cristalli. Mia nonna al telefono dice che un tempo la gente lavorava nei campi e non aveva tempo per le emicranie. Cercano tutti una colpa, un motivo scatenante. Se non sanguina, per loro, la malattia non esiste. Il mondo ha bisogno di un trigger per legittimare la sofferenza. Ha bisogno di spiegare a un cieco com’è il colore del sole. 

Torno a casa. Il palazzo di fronte ha le persiane serrate dall’inverno scorso. L’appartamento al terzo piano è sempre lo stesso. La punta di ferro freddo ricomincia a spingere dietro l’occhio sinistro. Mi siedo sul pavimento della cucina con la schiena contro il frigo. Chiudo gli occhi. Quando li riapro, le persiane di fronte sono spalancate.

L’uomo con la camicia azzurra ha in mano un gessetto bianco e sta disegnando un cerchio perfetto sul pavimento, intorno alla sedia. Si gira verso la mia finestra e mi fa un cenno lento con la mano, come per dire: guarda qui.  La punta di ferro dietro l’occhio si ferma. Respiro. La morsa si allenta di colpo.

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