Camera 301
Lei è già sotto le coperte con il cellulare in mano, lui si sta spogliando e le chiede: «Che fai?».
Con gli occhi incollati al display, gli risponde: «Sto riguardando le foto di oggi. Volevo pubblicare una storia, ma nei selfie insieme c’è sempre uno dei due che non è venuto bene. Cioè, guarda qui che faccia hai». Gli mostra la foto, mentre anche lui si infila nel letto e ride: «Cancellala, dai, è terribile. Posta solo foto della città, è meglio, sennò perdi i follower».
La ragazza gli fa una smorfia divertita, poi mette via il telefono, facendo spazio sul comodino ingombro di monete, scontrini, calamite-souvenir.
«È stata una vacanza m-e-r-a-v-i-g-l-i-o-s-a! Peccato dover già ripartire» gli dice, sbadigliando e portandosi la coperta fin sotto il mento.
Lui si mette sul fianco, la guarda: «Non vorrai dormire, che qui sotto c’è qualcosa che aspetta solo te».
«Scemo» gli risponde, rotolando anche lei sul fianco e sfiorando con la mano caldissima la sua erezione.
Camera 303
«Sei stanco?» gli chiede, con la premura che ha imparato solo negli ultimi mesi. Suo fratello sembra perdersi nella poltrona di velluto verde. In poco tempo si è rimpicciolito e i suoi occhi castani ora sono enormi sul viso emaciato. Lo chiama ancora “fratellone” nonostante sia lui adesso a prendersene cura, come fosse il maggiore tra i due. Il ragazzo lascia cadere il libro sulle gambe, come per rispondere alla domanda, senza aggiungere altro. Con la mano ossuta scosta la tenda: «Apri un po’? Voglio dare un’occhiata fuori: questi palazzi sono splendidi, guarda le decorazioni alle finestre. Primi del Novecento, vero?»
Gli si avvicina per spostare la tenda di tessuto pesante dai vetri: «Non so come tu faccia dopo una giornata in ospedale ad avere ancora voglia di… guardare le cose belle».
«Mi sei diventato filosofo e sdolcinato?» gli sorride guardandolo appena, le labbra incorniciate da rughe dolenti.
Il fratello minore abbozza una risata, contraddetta dagli occhi velati di sonno e tristezza: «Dai, metti via il libro e le reminiscenze di storia dell’arte e proviamo a dormire. Le pillole sono ancora in valigia?»
Camera 307
«È imbarazzante che ci abbiano messo nella stessa camera. Imbarazzante e poco professionale» si lamenta, uscendo dal bagno con il beauty-case in mano, un pigiama troppo largo e i capelli bagnati.
Il giovane collega è già nel suo letto, laptop sulle gambe, il viso rischiarato dalla luce del piccolo schermo: «Sono dei morti di fame, non lo sapevi? Comunque credo abbiano avuto problemi “logistici”», sottolinea la parola mimando le virgolette con le mani a mezz’aria, senza distogliere lo sguardo dal computer.
Digita velocemente qualcosa e poi solleva la testa, lasciandosi sfuggire un risolino sarcastico: «No, scusa, è che quel pigiama… Ma è tuo o l’hai fregato a qualcuno il doppio di te?». Scoppia a ridere anche l’altro, passandosi le mani sul petto, scendendo giù fino all’addome: «No, è che di solito dormo nudo e… Niente, è di mio padre, me lo ha gentilmente prestato – sottolineo prestato – quando abbiamo saputo che non sarei stato solo in camera».
Restano un attimo in silenzio, quasi a studiarsi, i sorrisi che si spengono come led difettosi.
«Sai che non mi dispiace, in realtà? Non il pigiama, che è tremendo, ma che siamo qui. Insieme».
Lo dice con voce ferma, abbassando lo schermo del portatile e inumidendosi le labbra. L’altro si passa una mano tra i capelli ancora gocciolanti e gli si avvicina. Si siede sul letto, sposta il computer: «Sì, anche a me forse non dispiace».
Camera 314
Mentre apre la porta della stanza, si volta verso di lei che si sta già sfilando il cappotto: «Con chi parlavi prima al telefono?»
La moglie entra nella stanza, passandogli davanti. Le luci dell’anticamera si accendono sulla sua espressione stizzita: «Roba di lavoro» una risposta secca, con tono monocorde.
Poggia la borsetta sulla scrivania, il tintinnio della tracolla di metallo risuona nel silenzio della camera.
Il marito lascia cadere il suo soprabito sulla poltrona: «Certo, una telefonata di lavoro alle dieci di sera».
«Non ricominciamo con questa storia. Siamo qui, non era quello che volevi?» ribatte lei, mentre si sbottona la camicetta di raso. Non si guardano, tra loro una distanza abissale che moltiplica il piccolo spazio della camera.
Mentre lei finisce di spogliarsi, l’uomo resta fermo in piedi alle sue spalle. Ha le mani in tasca, contratte in una stretta da fargli quasi esplodere le vene.
«Quello che volevo…» dice tra sé, in una specie di sussurro, come un promemoria cancellato per errore. Una pausa nella sua voce, lei si chiude in bagno. Rumore dell’acqua della doccia che scorre.
Lui osserva per alcuni istanti la strada: qualche passante infreddolito, un tram che sferraglia in lontananza, una finestra illuminata sul palazzo di fronte. Poi, d’improvviso, come se avesse raccolto tutti i suoi pensieri in un gesto, allunga la mano sulla scrivania. Il cellulare di sua moglie è lì, conosce la password.
Si allenta il nodo della cravatta, tentenna ansimante davanti alla porta del bagno: un clic sordo ed è dentro. Il vapore caldo si confonde con il sudore che gli imperla la fronte.
***
Ajana ha il bimbo a casa con l’influenza. Le è toccato lasciarlo alla vicina, non può chiedere altri giorni al lavoro.
Avanza con il carrello delle pulizie nel corridoio del terzo piano. La cuffietta le fa venire il prurito alla fronte e l’odore dei disinfettanti oramai le dà la nausea. Saluta i due ragazzi che le hanno sorriso, uscendo di fretta dalla 301, e pensa che forse esiste ancora qualcuno perbene.
Se riuscisse a finire presto forse potrebbe andare via prima, almeno oggi.
Nonostante lavori per la cooperativa da diversi anni, non riesce ancora ad abituarsi all’immondizia che la gente abbandona nelle stanze. A ogni porta che apre, trattiene per qualche secondo il respiro, per poi scollarsi da sé stessa e iniziare a ripulire la vita degli altri.
Un blister con ancora dentro una pillola, lasciato sul comodino accanto a una bottiglia d’acqua.
Un preservativo sotto il letto.
Peli pubici nel bidet e tra le lenzuola.
Capelli sparsi sul pavimento.
Un pigiama semistrappato sotto un cuscino.
«Quello che lascia la gente andando via, tutta spazzatura! Ju marrte dreqi te gjitheve» borbotta tra sé, aprendo la 314.
Le sembra di sentire lo scroscio della doccia. Indietreggia, riguarda il numero della stanza sulla porta, temendo di avere sbagliato. Poi fa di nuovo un passo in avanti, dà un colpo di tosse, come per farsi sentire, ma sa che non può esserci nessuno. Decisa, poggia la mano sulla maniglia, spalancando la porta che emette un lieve cigolio.
Sul pavimento, il corpo nudo di una donna: una cravatta blu cobalto legata stretta al collo.
E sono blu le mani, blu la pelle, blu le labbra.
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