Se tra vent’anni dovessi riguardare alla mia vita com’è oggi, ne dovessi leggere un racconto, cosa troverei tra quelle parole, tra quegli attimi?, mi chiedevo. È sempre lo sguardo distaccato, lontano, quello che offre agli esseri umani la migliore prospettiva sulle cose; non il microscopio, ma il cannocchiale. Forse è vero che a distanza – rieccola – di tempo sono solo i figli a ricordare quanto abbiamo lavorato, ma, in loro assenza, al momento, le giunture mi anticipano tale giudizio critico.
E dunque, tra vent’anni, cosa penserò di questi giorni? Sarò fiera delle mie scelte o me ne pentirò?
Riuscirò ancora a tornare a quando mi trovai in fila per il mio turno alla toilette di quella fiera di settore, tra sconosciute di ogni nazione, in un bagno con due lavandini sormontati da grandi specchi con una orribile illuminazione dall’alto che accentuava le stanchezze dei volti, seguiti da un corridoio su cui erano posizionate tre porte montate su appositi pannelli che dividevano altrettanti spazi quadrati di un metro e mezzo per lato in cui si trovava un water metallico. Non c’erano finestre.
Dico: riuscirò ancora a tornarci, a sentire quella sensazione sulla pelle? E se sì, che opinione avrò delle donne che vedevo uscire dalle porte scricchiolanti sui cardini e sistemarsi i capelli con movimenti veloci delle mani mentre si avviavano ai lavandini proprio per lavarsi quelle stesse mani? Lo considererò un peccato di vanità o magari avrò un sentire più compassionevole per quell’ansia di apparire in ordine, pronte, prestanti. Chissà se era davvero ciò che contava in quest’epoca che allora sarà lontana.
Guardavo fuori dalla grande vetrata della sala riunioni il cielo invernale di un azzurro sbiadito in cui le nuvole stracciate riflettevano i raggi man mano sempre più obliqui del sole mentre noi eravamo lì, fisicamente fermi e presenti, ma molti con le menti che spaziavano tra incombenze di lavoro che si accumulavano in quel tempo sospeso, pensieri diversi e ipotesi di fuga: dove andare? Che fare? Tra quanto finisce ’sto strazio? Il rumore delle ruote che si muovevano sul pavimento in finto parquet dai toni grigi facendo allontanare le sedie dal lungo tavolo di vetro e acciaio ricompose il mio corpo ai miei pensieri e, accorgendomi che tutti recuperavano le proprie cose per lasciare la stanza e tornare al proprio posto, mi affrettai anche io.
«Non posso credere che siamo già quasi a fine giornata, ho un milione di cose da fare e devo anche correre in bagno» sentii dire dalla mia collega svampita a un’altra che fingeva di ascoltarla, accennando movimenti assertivi della testa mentre scorreva sul telefono le mail arrivate nel frattempo. Chissà se legge l’oroscopo, mi ritrovai a chiedermi. Quello del mio segno consigliava che mi prendessi uno spazio tutto per me per guardare indietro con occhi nuovi: quel che è stato è passato e ora, diceva, potevo tirare le somme senza farmi travolgere dalle emozioni. Ma quello su cui mi ero ritrovata a esprimere un giudizio era un passato ancora presente, non ancora superato, per quanto lo si possa realmente fare: lasciar andare qualcosa che abbiamo vissuto in un altro tempo e che, a volte, ci stringiamo addosso come una coperta quando fuori fa freddo, a tenere al caldo quelle stesse ferite che ci ha provocato, anziché fargli prendere aria per cicatrizzarsi e liberarci. Io, che non sapevo cosa aspettarmi né dal presente né tantomeno dal futuro e potevo guardare al passato solo come a un luogo di apprendimento, mi proiettavo con la mente al di là per osservare tutto ciò che ancora chiamavo oggi e provavo a immaginare se quella me lontana stesse commettendo tale errore o se si fosse alleggerita di certi carichi. Nel frattempo, provavo per lo meno a fingere di ricomporre un ordine nella postazione lavorativa e riaprivo la casella email senza interesse per ciò che vi avrei potuto trovare dentro. Ero esausta.
«Non ci crederete: c’era un assalto in bagno, ho dovuto fare un sacco di fila…» esordì al suo rientro, facendomi sobbalzare, la stessa collega di prima. Non capivo cosa le facesse pensare di dover condividere quell’informazione con noi in quel momento. Nessuno la stava ascoltando, nessuno girò anche solo un attimo la testa per mostrarle il minimo interesse.
Da un po’ mi ero convinta che l’incapacità degli adulti di rimediare ai propri errori fosse più che mai evidente nei bagni pubblici, soprattutto quelli degli spazi condivisi. «Sai che una volta, nell’ufficio in cui lavoravo prima, un tizio appena assunto è stato mandato via perché aveva lasciato il bagno sporco?» le risposi, secca.
«Come scusa?»
«Ho detto che un tizio appena assunto è stato licenziato perché aveva sporcato il bagno…».«Ma dici sul serio?»
Ero serissima e il mio silenzio e lo sguardo strizzato dietro gli occhiali lo confermavano. «E scusa come facevano a sapere che era stato proprio lui», aveva domandato lei. Ingenua. «Beh, perché prima di lui, gli uomini nel nostro ufficio erano solo tre compreso il mio capo e nulla di simile si era mai verificato, perciò era normale che i sospetti ricadessero su di lui».«Ma che intendi per “bagno sporco”?», domanda legittima, avrei potuto aspettarmela se mi fossi fermata a pensare per qualche istante a ciò che stavo dicendo invece di cedere al flusso incontrollato di parole.A quel punto esitai. Perché certe cose non sai mai come dirle: «Diciamo che c’era… No, che aveva lasciato… Era rimasto un segno di cacca nel water, ecco». Espirai e lei scoppiò a ridere, come al solito, rumorosamente. «Lo hanno licenziato perché ha fatto una cacata? Bella questa, me la rivenderò» disse, prima di sedersi sulla sedia e ruotare verso lo schermo del pc che si riaccese appena sfiorò il mouse. Non sapevo perché lo avessi detto, forse per togliermela di torno con qualcosa di imbarazzante, ma ormai era fatta: quella storia aveva superato le mura del precedente ufficio e di quei colleghi per arrivare fin qui, tra estranei, ad anni di distanza. Poteva succedere anche a me, alla mia storia, se non a questo oggi a quello di domani o dopodomani e a quel punto il giudizio del mio futuro sguardo? Quale sarebbe stato? Ma quell’incanto da solita routine in ufficio si era rotto ormai, e l’orologio segnava le 17:35.
«Ora di andare a casa» dissi, chiudendo il portatile.
Ci penserò domani… O tra vent’anni, forse.
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