A ogni movimento, le nostre sedie scricchiolano sul pavimento di cemento grezzo.
«Prendi questo» dice la mia amica, mentre fruga in uno dei sacchetti che si è portata. «Se finissi all’inferno non ne avrei comunque bisogno».
Seduta di fronte a lei, mi sporgo per afferrare il maglione che mi allunga. Posso già immaginare il pizzicore della lana addosso.
«Controlla che quel mascara non si sia seccato». Si interrompe per tossire. «È tornato prima lui delle mie ciglia». Stavolta mi passa una scatola di cosmetici trasparente aspettando una risata che non arriva.
Siamo venute qui per eliminare il superfluo, continua a ripetermi. Riconosco la sua ironia, ma non riesco più a convincere gli angoli della mia bocca a mentire.
La casa in cui ci troviamo cade a pezzi. Ci passavamo i pomeriggi del liceo, quando c’erano ancora i vetri alle finestre, e quando le nostre bugie erano, quasi sempre, innocenti. Non ho mai fumato, papà. Non ho mai fatto sesso, mamma. Non ti ho mai tradito, tesoro.
Il soffitto è parzialmente crollato e si intravede il legno del sottotetto. Non so se sia possibile ristrutturarla o se vada abbattuta, ma il cartello appeso fuori dice che qualcuno sta per cominciare i lavori. Lei l’ha visto qualche giorno fa e ha voluto tornarci, prima che fosse troppo tardi.
Mi alzo e la mia sedia scricchiola in modo preoccupante.
«Ti vedo già col culo per terra», sogghigna.
Mi avvicino e le avvolgo le spalle in un asciugamano vecchio, come ci siamo dette. L’intonaco dietro di lei è scrostato e il cerchio bianco che le incornicia la testa mi ricorda un’aureola.
«Muoviamoci, cazzo», mi mette fretta. «Sono piena di roba e io non ho tutto questo tempo».
Il mio compito era di portare l’occorrente per la trasformazione: ossigeno, pigmento colorato, un pennello e una bacinella, rigorosamente di plastica.
«So che non l’hai scelto, ma tra le cose che non abbiamo scelto, questa almeno ti sta bene» dico, mentre la vedo passarsi una mano tra i capelli corti e radi.
Ho letto che ognuno ha dei colori “giusti”, ma mi sono dimenticata di approfondire e ora sono travolta dai dubbi.
«Avremmo dovuto guardarti le vene», dico. «Più verdi o più blu…». Le scopro il polso, come se facesse la differenza. «La pelle. Parlavano del sottotono della pelle».
«Ma chissenefrega, l’importante è che non sia peggio di ora, no?», chiede lei.
Combatto per infilarmi il maglione che mi ha dato e mi impongo di restare lì. Tolgo gli anelli e comincio a mescolare; quando mi fermo, osservo perplessa il composto grumoso nella bacinella.
«Ormai è andata. Non sarà certo la cosa peggiore che sta per succedermi».
L’azzurro che ho ottenuto è uguale al cielo di oggi. Le spalmo la tinta senza riuscire a guardare; gli occhi mi bruciano, nonostante sia stata attenta a comprare l’unica confezione che parlava di un prodotto delicato.
Appena finisco, mi allontano con le mani sporche verso quella che un tempo era la cucina e maledico il lavandino che non c’è. La mia amica, nell’altra stanza, sta facendo il conto alla rovescia. Dice sempre che l’attesa è la parte peggiore, e io non ho nemmeno pensato a come sciacquarle i capelli.
«Qual è il ricordo più inutile che ti viene in mente?», sento chiedermi a un tratto.
Mi blocco con le mani sporche a mezz’aria e mi avvicino a una finestra per far seccare le macchie.
Comincio a raccontare. So che le montagne russe in Russia si chiamano montagne americane. So che prima di riuscire a sposarsi, George Washington si vide rifiutare da ben tre signorine. So anche che a volte i fantasmi tornano per punire i bugiardi senza coraggio.
«Questo mi piace», dice lei. «Non ho ancora deciso se venire a disturbarti, ma sognami pure, tu. Basta che non sia un incubo. Non incubarmi, ecco».
Vorrei afferrare le sue parole come se fossero sull’orlo di un burrone, appendere anche le mie e poi lasciarle rotolare insieme. Lei però riprende a tossire e io mi precipito nella stanza dove l’ho lasciata. Le accarezzo le spalle e ne approfitto per pulirmi un po’ con l’asciugamano che la protegge.
«Non dimenticare mai come ci siamo conosciute», prosegue. «Che ora era?»
«Matematica», rispondo con una smorfia. Mi abbasso e le sfioro il viso, lasciandole un baffo blu sulla guancia. «Sai cos’altro so?» le chiedo, mentre mi siedo di nuovo e rimetto gli anelli. «Il lato del cubo si chiama spigolo, ma ho imparato che due persone non formano necessariamente una coppia».
La mia amica scoppia a ridere e questo la fa tossire di nuovo. «Cazzo, ce ne hai messo per capirlo» riesce a dire, tra un colpo di tosse e l’altro. Dice che sono sempre stata la più divertente delle due, ma che il tempismo non è mai stato il mio forte. Si schiarisce la voce: «Ci saremmo potute compensare a vicenda». Prima di riprendere a tossire, dice anche che, forse, al posto di mio marito avrei proprio dovuto sposare lei.
«Te l’ho detto che i metalli catalizzano gli ossidanti e alterano le tinte in modo imprevedibile?», la interrompo.
Lei mi guarda, sorride e riprende a frugare nel sacchetto appoggiato ai suoi piedi. La vedo estrarre una scatola con degli smalti per le unghie. «Forza. È l’ora della manicure». Mi punta addosso le dita magrissime.
Passo in rassegna le boccette senza riuscire davvero a guardarle, finché lei ne pesca uno a caso. Appoggia la sua mano nella mia e sfiora la fede, che io non ho mai tolto.
«Viola? Sei sicura?» chiedo, osservando prima la bacinella con i residui di tinta e poi lo smalto che ha scelto. «Capelli blu e unghie viola?»
Lei, però, non risponde e mi fissa, continuando ad accarezzare l’anello. Concentrata sui colori, potrei non essermi accorta della prima crepa che cominciava a spaccare il pavimento.
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