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Come il cemento

  • 31 mar
  • Tempo di lettura: 9 min
di Nicola Argenti


Tutti gli oggetti rinchiusi in questo minuscolo angolo di cemento sono immobili. Completamente immobili. La confezione afflosciata di caffè, malamente richiusa con una piccola pinza di plastica; il fornelletto sporco e arrugginito, ispezionato ogni mattina; i bicchieri di plastica usati; alcune riviste pornografiche sparse sotto il letto, pochi e malconci libri, accatastati e intaccati dalla muffa, nell’angolo meno illuminato. E con tutti loro, anche io. Immobile, quasi pietrificato. A volte penso di stare assumendo la consistenza di queste mura che mi circondano, cemento grezzo, grigio, silenzioso. Queste pareti sono impossibili da scalfire, io invece rischio di andare in pezzi in ogni momento. Ci vuole ancora molto perché io diventi come questo cemento, inutile farsi illusioni.

Non avrei mai pensato che un viaggio all’estero potesse concludersi in questo modo, pensavo anche di aver dimenticato questa sensazione di stupore e di incredulità, invece mi accompagna ormai da troppi anni. Ogni mattina, dopo una lenta ripresa dei sensi, appoggio involontariamente una mano sul muro freddo e inumidito, rendendomi conto di dove sono. Il primo pensiero lucido è sempre quello: come diavolo è potuta finire in questo modo. Oppure: ero venuto qui per divertirmi, per fare delle belle vacanze, guarda invece che fine ho fatto e dove sono finito.
Tutto per quell’istante fulmineo, troppo breve per poter essere calcolato, quel momento quasi inesistente nel quale ho perso il senno. Nel quale ho perso tutto.

Da quel giorno in poi, non ho potuto fare altro che cercare un equilibrio, controllarmi e restare in attesa. Mi avevano fatto parlare con qualcuno che conoscesse la mia lingua, un avvocato forse. Mi disse che stavano valutando il mio caso, c’erano attenuanti, c’erano aggravanti. Non era una situazione semplice, non lo era per nulla. Questo governo era molto rigido con gli stranieri, figurarsi per uno che avesse fatto quello che avevo fatto io.
Avrei dovuto aspettare, calmarmi, comportarmi bene. Soprattutto aspettare.

Mi dedicavo alle pulizie, costantemente. Spolveravo tutta la cella con una specie di piccola scopa fatta di rametti legati insieme, poi raccoglievo tutto con le mani e gettavo nella latrina. Avevo un rubinetto per l’acqua e sotto una ciotola di ferro saldata a due staffe e queste ultime ancorate alla parete, a circa trenta centimetri dal pavimento. Anche quella sorta di lavandino veniva ispezionato ogni giorno. Dovevo chinarmi per fare qualunque cosa, dunque incrociavo le gambe e lavavo calzini e mutande lì dentro, così come sciacquavo anche i piatti e i bicchieri di plastica. Mi urlavano che non ce ne era bisogno, che li avrebbero ritirati e portati dei nuovi, che rischiavo di ammalarmi così facendo, ma io non ascoltavo: era un modo per avere le mie cose, solo mie, e poterle pulire.
Prendevo poi il canovaccio che avevo trovato lì dentro – appartenuto a chissà chi, per farci chissà cosa – e lo utilizzavo come straccio da terra, per pulire quel lurido pavimento.
Trascorrevo così il tempo, quando ancora credevo che muovermi potesse essere la cosa migliore da fare, ciò che mi avrebbe aiutato a sopportare questo lungo percorso di attesa e di procrastinazione.
Venne l’uomo che parlava la mia lingua. Disse che ancora non si era potuto fare nulla, i dieci anni erano stati confermati.
Continuai a pulire, spazzare, rassettare, ordinare. Lo facevo con indolenza e noncuranza, privo del convincimento iniziale. Decisi di smettere.


Cominciai a uscire nel cortile comune. Quel poco tempo che ci veniva dato, per respirare la stessa aria di chi non viveva lì dentro con noi, mi sembrava ora prezioso. Questo pensiero bastava a darmi conforto. Iniziai a camminare. Mi sembrava quasi di trovarmi su qualche viale all’esterno, nella vita comune, girovagando a testa bassa dentro qualche giardino comunale o tra i palazzi di un quartiere qualsiasi. Era una cosa che facevo spesso, prima.
E così, anche qui dentro, mi ritrovavo a camminare, mani in tasca o dietro la schiena, con la testa bassa, ragionavo sulle mie cose, su quelle che avrei voluto fare, come erano andate a finire quelle che, invece, avevo fatto: riflettevo molto sul come fossi riuscito a finire così – era un pensiero fisso, anche dopo anni – e costeggiavo il perimetro delle mura del cortile, pur mantenendo la distanza di sicurezza segnalata da una riga gialla. Talvolta perdevo di poco la propriocezione e mi avvicinavo troppo alla riga, qualche volta superandola per un paio di passi e subito sentivo quei rumori meccanici di chi preparava l’arma, e me la sentivo puntata addosso e allora, senza neanche alzare la testa, mi rimettevo in carreggiata e proseguivo.
Passo dopo passo, per almeno un paio di anni non feci altro. Tornavo in cella, mangiavo, facevo il caffè e poi pulivo. Non come prima, pulivo molto meno, il minimo indispensabile e per il resto del tempo, aspettavo, come mi era stato detto. Quando non riuscivo più ad aspettare, dormivo.
Uno dei tanti del cortile mi affiancò, un giorno, durante il mio consueto giro. Mi diede una pacca sul braccio, per attirare l’attenzione, e mi fece notare che avevo lasciato il segno del mio camminamento, indicando con il dito per terra e, sempre con il dito, simulando un cerchio. All’inizio pensai fosse un modo per prendermi in giro e risposi con un mugugno, allontanandomi. In quel posto era meglio non guardare nessuno, non sorridere a nessuno, non avvicinarsi troppo, in generale. Era vero però, avevo lasciato una scia marrone scuro lungo tutto il perimetro. Erano ormai circa tre anni che ripetevo quell’abitudine. Improvvisamente, la mia attesa divenne reale. Aveva un corpo, aveva una forma, era quell’enorme traccia circolare che avevo creato.
Venne di nuovo l’uomo che parlava la mia lingua. Disse che mi avrebbe fatto avere un altro paio di scarpe, aveva sentito che le mie erano quasi del tutto consumate. Cercai nei suoi occhi qualche buona notizia. Mi fissò senza muovere un muscolo e mi congelò: nuovi elementi erano emersi e tutti a mio sfavore. La mia posizione si era aggravata, mi avevano dato ulteriori dieci anni. Considerati i dieci iniziali e i tre già passati, sembrava che il tempo volesse rallentarmi, anziché proiettarmi in avanti. Ero tornato all’inizio della corsa, se non peggio, come nel gioco dell’oca. Non riuscii a proferire una sola parola. L’uomo mi disse che avevano una strategia, che la situazione era grave, ma non priva di possibilità, forse anche di ribaltare il tutto. Mi alzai e tornai nella mia cella.
Sentii di aver bisogno di piangere, ma non lo feci. Quella sensazione non esplose mai del tutto. Pensavo che forse lo avrei fatto solo nel momento in cui non sarei più riuscito ad aspettare.
Smisi di camminare.

Riuscivo ancora a muovermi, pur limitando i movimenti ai pochi possibili all’interno della cella. Volevo ancora muovermi, sebbene non capissi a cosa potesse servire. Aspettare per me si concretizzava nello stare fermo, ma ancora non riuscivo o, appunto, non volevo fermarmi del tutto. Forse era un moto automatico di resistenza o di rifiuto, non lo capivo allora e non l’ho capito neanche adesso. Ogni volta che tornavo da quei brevi incontri, mi sentivo smarrito, perdevo quel poco di orizzonte che mi era rimasto, un luogo immaginario verso il quale guardare, nell’attesa di qualcosa. Quando anche quella visione andava in frantumi, non potevo fare altro che guardarmi intorno, cercandone un’altra. Vidi i libri accatastati, pochi, con una mano riuscii prenderli tutti. Già solo dalle copertine potevo capire quale fossi in grado di leggere. Ne trovai giusto uno e cominciai a sfogliare le pagine.
Nei giorni successivi, prima ancora di terminare il primo, feci un cenno alla guardia. Battei la mano sulla copertina, feci un movimento rotatorio della mano – come a indicare che ne volevo altri, che volevo continuare – poi indicai le lettere, poi puntai il dito verso di me. Speravo che capisse quel disperato e ridicolo tentativo di linguaggio. Non ero capace di fare i segni giusti, in fondo non avevo mai dovuto imparare la mimica dei gesti. Ora me ne pentivo.
Vidi la guardia consultarsi con un’altra, quella mi guardò, sporgendosi. Mi sentii fortunato quando tornarono entrambi con le braccia pieni di libri, tutti scritti nella mia lingua. Erano una cinquantina di volumi.
Mi dedicai alla lettura notte e giorno.
Smisi del tutto di pulire la cella, limitandomi al poco che potesse garantirmi una certa dignità: sciacquare i bicchieri e mantenere la latrina in condizioni decenti, quantomeno per non essere invaso dall’odore rivoltante. Spolveravo i libri, ecco questo era rimasto di quel retaggio di abitudine e organizzazione. Avevo ridotto una vecchia maglietta in brandelli, facendone delle pezze che usavo per levare la polvere dai volumi, ora non più impilati uno sopra l’altro, ma ben ordinati in riga, con le costine visibili, proprio come fossero esposti in una biblioteca o su una mensola. Durante la notte si formava sempre un lieve strato di pulviscolo, che proveniva da tutte le regioni di quell’angosciante architettura contenitiva. C’era polvere ovunque e questa si muoveva attraverso i cortili, le zone di controllo, gli uffici, viaggiava poi nei corridoi, dentro e fuori la mensa, e infine saliva le scale e invadeva ogni singola cella, compresa la mia. Ogni mattina, dopo il caffè, spolveravo i miei amati tesori di carta, uno per uno, meticolosamente. Prima il dorso, poi gli altri lati e talvolta anche tra le pagine, aprendo a caso e dando due colpi di pezza. Mi ero dapprima imposto questa metodica, divenne poi una necessità. Il resto della giornata lo passavo immerso nella lettura, rapito da storie che non avrei mai potuto vivere, travolto da personaggi, paesaggi, fantasie. Avevo perso interesse per ogni altra attività e anche uscire in cortile mi era diventato faticoso. Avrei potuto leggere all’aperto, ma non avrei avuto la stessa concentrazione, avrei perso il coinvolgimento che solo un ambiente privato, silenzioso e lontano da tutti poteva darmi. Era un raccoglimento. Solo in quel modo riuscivo a mantenere la calma, contenere me stesso e riuscire, ancora, ad aspettare.
Continuai a leggere per circa quattro anni.
 

Tornò l’uomo che parlava la mia lingua. Erano anni che parlavo con lui, eppure mi sembrava – nonostante il medesimo idioma – di non capire mai cosa dicesse. Quasi mi apparivano più chiari i gesti delle mani e della testa delle guardie o delle altre anime vaganti qui dentro. Mi portò dei libri. Aveva saputo della mia nuova attività e sapeva che era molto difficile trovare, nei mucchi accatastati nella vecchia biblioteca, qualcosa che potessi leggere. Il Conte di Montecristo mi sembrò a metà tra un presagio o una presa in giro. O un consiglio, chissà.
Poi, con quel suo singolare potere, riuscì nuovamente a congelarmi il sangue nelle vene: una giuria particolarmente severa aveva riesaminato il caso, come richiesto. Erano state evidenziate le numerose attenuanti, la casualità, la non volontarietà. Tutto inutile. Il giudice non poteva ammettere alcuna difesa per un uomo – per giunta straniero – che avesse ucciso un poliziotto. Un difensore del Paese, un uomo del Governo. Non importava quindi che si fosse trattato di un evento poco chiaro, con troppe persone coinvolte e delle accuse non supportate da elementi certi, ma solo dalle testimonianze di personalità locali.
Mi parlò, l’uomo, di meccanismi complessi, di ruote che avrebbero dovuto girare in un senso e non lo avevano fatto, di alcune autorità che sarebbero dovute intervenire, di mentalità differenti, di leggi diverse dalle nostre, dell’orgoglio di un popolo e altre cose di questo tipo.
Un non ben definito Consiglio aveva preso atto dell’intervento dell’ambasciata, dunque il caso tornava in fondo alla pila per essere rivisto ancora una volta, secondo le bizzarre leggi di questo paese. Quando non era dato saperlo. Nel frattempo però, il giudice assegnava ulteriori dieci anni di detenzione.
Ritornai nella mia cella. Guardai la piccola biblioteca di libri che ero riuscito a costruire nel tempo. Li presi tutti e li portai al nero che lavorava nel sottosuolo, tra le caldaie e le tubazioni. Gli feci cenno di buttarli nell’inceneritore.
Tornai nella cella e ripresi ad aspettare. Dovevo aspettare. Disperatamente, ma dovevo farlo. Ancora.


Per qualche strano motivo, il neon della mia cella smise di funzionare. Quando vennero per sostituirlo, cacciai via le guardie a spintoni, sperando che capissero. Non volevo. Fu l’ultima volta che il mio corpo si mosse. Rimediai una ventina di manganellate per quella reazione, ma nessuno venne più a riparare la lampada.
Da quel giorno in poi, rimasi immobile. Sedevo sul letto, a gambe incrociate, nel buio perenne nel quale era piombata la mia cella, per mia volontà. Spesso mi addormentavo anche in quella posizione. Nei successivi otto anni quasi non mi sdraiai, neanche – appunto – la notte per dormire. Qualche volta mi sedevo sul bordo del letto, forse solo per sentire se ancora le gambe funzionassero, ma dopo pochi minuti scattavo nella posizione incrociata, ritirando i piedi, come se qualcosa avesse potuto strapparmeli via. Non potevo più muovermi, non volevo più muovermi. Ormai l’attesa era diventata la totale assenza di movimento. Sapevo già che non avrei potuto resistere se avessi cominciato una qualsiasi altra attività; mi avrebbe fatto pensare, avrei dovuto ragionare, avrei pensato alla mia condizione e non potevo permettermelo, non avrei resistito un giorno. Dovevo restare inerte, non pensare a nulla, estraneo a tutto. Immerso in quell’angusto luogo dove notte e giorno non esistevano più, riuscivo a creare il buio nella testa, che inghiottiva ogni pensiero e ogni immaginazione. Sarei diventato come il cemento delle pareti, così da poter essere capace di aspettare tutto il tempo necessario, senza soffrire.

L’uomo che parlava la mia lingua mi fece chiamare. Mi disse che sarebbe stato l’ultimo incontro. Mi disse che ero stato bravo ad aspettare, mi disse che mi ero comportato bene. Mi disse che non c’era più nulla da fare.
Avrei ricevuto l’ultimo pasto alla fine della settimana, poi l’esecuzione. Rimasi immobile.
Avevo aspettato fino a quel momento, ma non era servito a niente e non c’era altro che potessi fare. Avrei dunque aspettato anche quegli ultimi giorni.

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1 commento


Ospite
01 apr

Grazie! e... ottima scelta musicale. Felice di essere tra le vostra pagine.

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