Le bombe ora riposano. Questa sera tocca alle nostre e poi fino al giorno dopo siamo a posto. Giorgio si mette a sedere sulla brandina e si scrolla la polvere di dosso. Prende la fiaschetta dalla giubba, fa un sorso, e me la passa. Il sapore non assomiglia a nessuna cosa che abbia mai bevuto. Scende a fatica, brucia.
«Che cos’è?»
«Grappa», risponde Giorgio.
«Questa non è grappa».
Si riprende la fiaschetta e beve ancora.
«La fa un cuoco delle riserve. A me piace».
Si ristende e si gira dall’altro lato. Sono due anni ormai che manco da casa.
«Hai qualcosa da mangiare?»
Non risponde. Prendo dalla mia roba carta e penna e inizio a scrivere. Nell’ultima lettera Martina mi ha detto che Giulio aveva iniziato a parlare e cercava di insegnargli a dire papà.
Un ragazzo si ferma davanti a me. È pallido con le guance scavate. Chiede:
«Sei il soldato Taveri?»
«Chi lo vuole sapere?»
«Il Generale Gustavo, ti vuole a rapporto».
Lascio la lettera e vado verso il comando. Le gallerie per il primo tratto si restringono ed è difficile passarci per due persone contemporaneamente. Il periodo di Natale gli attacchi di fanteria cessano e non c’è molto da fare. Qualcuno scrive o gioca a carte ma quello che occupa veramente il tuo tempo è bere. In trincea si muore di sete ma non ho mai bevuto così tanto alcol. Sopra la scaletta una sentinella guarda il nemico. Al posto del naso ha due buchi neri con delle croste intorno. Una granata gliel’ha portato via. Più avanti un altro è seduto per terra, appoggia la schiena contro la parete e ha le gambe distese. Stringe il fucile contro il fianco con lo sguardo sbarrato, trema. «Stanno arrivando!», ripete ossessivamente.
La galleria inizia ad allargarsi. Incontro due soldati che si stanno spulciando. Gli chiedo se il Generale Gustavo è in tenda, mi dicono di sì. La tenda di comando è pulita e ben tenuta. Davanti l’entrata c’è un soldato.
«Sono il soldato Taveri. Il tenente mi aspetta».
Mi lascia entrare. Dentro è buio. Una lampada a olio illumina un grosso foglio sul tavolo.
È una mappa e tre persone discutono a bassa voce, indicando dei punti. Il Generale è al centro, curvato. In quella posizione sembra ancora più basso.
«Soldato Taveri a rapporto».
Alzano lentamente lo sguardo dalla mappa. Il Generale si accende una sigaretta. Ne offre una agli altri due e mette l’astuccio a posto. Prende una busta e la poggia sul tavolo.
«Le comunicazioni con l’altro versante sono interrotte dal nemico. Il Comando Centrale vuole che sia consegnata il prima possibile questo messaggio al Colonnello Lucana».
Dato l’ordine riprendono a conversare. Per andare sull’altra trincea bisogna attraversare la terra di nessuno ma rifiutare l’ordine significa fucilazione. Esco e mi dirigo verso Sud, alla fine della nostra trincea. Ci sono quattro uomini. Fumano e si passano una bottiglia di vino. Il più grasso di loro sta seduto sopra una cassa. Sta raccontando una storia, sembra divertente. Tutti si sforzano di ridere. Tengono la testa abbassata per i cecchini.
«Devo andare sull’altro fronte, ho una lettera da consegnare al Colonello Lucana».
Rimangono in silenzio. Il grasso si alza e mi fa sedere. Fa cenno di aspettare. Un ragazzo alto e secco mi passa la bottiglia. Ha le labbra viola, ha difficoltà a tenere le palpebre aperte. Bevo un sorso, è aceto. Mi dice che nessuno esce, ci sono le feste, nessuno va fuori la Vigilia di Natale. Il compagno lo zittisce.
Il soldato grasso torna con degli stivali e un prete. Vengo assolto da tutti peccati senza bisogno di confessione. Dice di mettermi gli stivali. Sono usati però la suola è in ottime condizioni. I miei non li cambiavo da quando sono arrivato al fronte. Mi porta all’ultima cresta prima dell’inizio della terra di nessuno.
«Quando uscirai da qui non andare verso il cadavere sul filo spinato. Prima di lui c’è un masso grande che ti terrà nascosto, corri là. Vicino troverai un buco che ti permette di passare in sicurezza oltre il filo. Da lì in poi sei nelle mani di Dio. Adesso, io ti ho dato un paio di stivali e un consiglio, tu devi darmi il razzo di segnalazione».
«E se venissi colpito?»
«Figliolo, se Dio non voglia ti colpissero, saresti morto con o senza segnalazione. Ma se sparassi uno di quelli daresti un bersaglio all’artiglieria. Lo capisci, vero?»
Gli consegno il razzo. Ritorna a sedersi sulla cassa e continua a raccontare la sua storia.
Prima di andare controllo fuori. Vedo il cadavere, è prono sul filo spinato. Era di un ragazzino. Gli rimane solo la giubba, stivali e pantaloni sono stati portati via. Vedo anche il masso. Innesto la baionetta, trattengo il respiro e vado.
Dentro le trincee si confonde con quello del fumo, del fango, dell’urina, degli escrementi. Qui fuori, il tanfo della morte, satura l’aria. I cadaveri sono ovunque. Le bombe li seppelliscono e li disseppelliscono.
Il buco nel filo spinato non è grande ma strisciando riesco a passarci. La terra di nessuno è piatta ma intervallata dai crateri lasciati dalle granate. Dovrò arrivare dall’altra parte saltando da un cratere all’altro. Guardo il fronte nemico cercando segnali, non trovo niente. Chiudo gli occhi e conto fino a cinque. Corro verso il cratere e ci scivolo dentro.
Silenzio.
Nessuno si è accorto di me dall’altra parte. Conto di nuovo: uno, due, tre, quattro e cinque. Nuovo cratere. Silenzio di nuovo. Uno, due, tre, quattro e cinque. Penso a casa, quando da piccolo correvo fra gli ulivi. Uno, due, tre, quattro e cinque. Io e mio fratello giocavamo ai briganti. Uno, due, tre, quattro e cinque. Facevamo le pistole con le mani. Uno, due, tre, quattro e cinque. Sparavamo ma nessuno moriva. Uno, due, tre, quattro e cinque. Sono ancora vivo.
Arrivo nell’ultimo cratere. Vedo una sentinella, fa segno di via libera, posso andare. Conto per l’ultima volta e mi tuffo dentro la trincea. Delle mani mi afferrano, mi mettono in piedi. Dei soldati mi offrono sigarette e da bere. Cercano di pulirmi la terra e il fango che ho addosso. Mi fanno domande. Chiedono quando ristabiliranno la linea dei rifornimenti, se stanno per arrivare i rinforzi, quando ci sarà la prossima offensiva, quando andremo a liberarli. Tutte domande a cui non so rispondere.
«Sono venuto a consegnare questa lettera. È del Comando Centrale per il Colonnello Lucana».
Mi accompagnano alla tenda di comando. Le voci in trincea si diffondono veloci e a ogni curva vengo accolto da strette di mani e pacche sulle spalle. Tutti vogliono sapere della lettera. Il Colonnello Lucana si trova dentro la tenda. Sta seduto, fuma la pipa mentre scrive delle lettere.
«Soldato Taveri a rapporto. Ho una lettera per lei dal Comando Centrale».
Apre la busta e legge. La fiumana di soldati attende fuori la tenda.
«Soldato Taveri lei sa leggere?»
«Sissignore.»
Mi porge il foglio.
«Leggi ad alta voce, così che tutti sentano».
C’è solo una riga, non è battuta a macchina. È scritta in una bella calligrafia, forse dalla mano di una donna.
«Il comando centrale augura un buon Natale a tutta la ventiduesima divisione».
Si riprende il foglio e lo mette insieme ad altri documenti.
«Se vuoi questa notte puoi rimanere qui ma domani devi ripartire. Non ho ranci da regalare».
Esco dalla tenda e non c’è più nessuno. Mi siedo per terra e mi accendo una sigaretta. Inizia a nevicare. Quest’anno il freddo non ci darà tregua.
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