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Il quartiere degli angeli

  • 5 mag
  • Tempo di lettura: 8 min
di Jacopo Giorgi


Cheik parcheggia lo scooter accanto alla Mairie, si sfila il casco e si massaggia il viso. La barba corta punge sotto le dita. È ancora presto e l’aria fredda del mattino non sa proprio di benvenuto. Poco male: si scalderà camminando. Risalirà le stradine del quartiere fino alla Place des Treize Cantons, per attraversare i suoi odori e ascoltare i rumori della strada che si sveglia. Forse incontrerà qualche vecchia scritta sui muri, una di quelle che lui e Nacer facevano con lo spray quando erano ragazzini.
Respira l’odore del mare che sale dal porto e la luce chiara del mattino lo costringe a socchiudere gli occhi. Da bambini, da quelle parti, lui e Nacer trasformavano tutto in una gara. «Facciamo a chi arriva prima alla chiesa di Saint Laurent?». Bastava dire così.
Quando alza lo sguardo dal manubrio, però, Cheik vacilla.
Davanti a lui c’è il porto vecchio. Era lì che andava quando non sapeva dove stare.
Come quella volta in cui sua madre gli aveva detto che suo padre li stava lasciando.
«Lo stanno rimpatriando, Cheik». Così gli aveva detto.
All’inizio non aveva capito.
«Se ne torna a Casablanca».
La mente di Cheik era subito corsa a tutte le volte che papà lo aveva preso a cinghiate. Come quando si era messo a ballare in mezzo alle donne al matrimonio della zia. O quella volta che lo aveva trovato con le scarpe di sua sorella.
Quando sua madre gli aveva detto così non aveva fatto domande, ma aveva pianto. Perché un papà lo voleva, ma anche perché quel papà lì forse riusciva a toglierselo di torno, una volta per tutte.

Si lascia il porto alle spalle e imbocca Rue Henri Tasso. Due arabi fumano appoggiati al colonnato. Uno lo saluta con un sorriso sdentato.
«Tutto a posto, insh’allah», dice solo. Poi tira dritto.
Loro però lo riconoscono. «Vai ai 13 Cantons?»
«Sì, devo vedere una persona». Perché se dicesse Hélène dovrebbe spiegare.
Cheik imbocca una viuzza che si attorciglia su per il quartiere, ma fa solo qualche metro prima di voltarsi di nuovo verso il mare.
Il sole si alza sul Pharo e il Panier diventa d’oro. Proprio come quella sera.
Sale ancora un po’ ed è in Place des Moulins: è deserta, ma davanti agli occhi di Cheik passano i pomeriggi in cui proprio lì si giocava a pallone finché non faceva buio. A calcio, in realtà, ci andava soprattutto per incontrare Nacer.
Ed era stato proprio lì che era successo, anni dopo. A pallone non ci giocavano più, ma un motivo per vedersi, lontani dagli sguardi, loro lo avevano. Anche quella sera faceva freddo e tirava il Mistral, ma non importava. Si erano cercati negli sguardi, poi nei gesti, senza paura, come in una vecchia canzone di Bertrand Cantat.

Non ho paura del cammino
vedremo, bisogna provare.
Nelle profondità delle emozioni,
il vento ci porterà.
*
Le prime volte che veniva nel quartiere, gli sguardi della gente la facevano sentire nuda: una ragazza “come lei” al Panier ci andava solo per sentirsi diversa, dovevano aver pensato, per togliersi uno sfizio. Forse per il suo accento, o perché conosceva più parole degli altri per dire le cose.
Eppure anche Hélène veniva dal porto. Da Noailles. Un posto dove, se ci capitavi per caso, potevi avere l’impressione di esserti perso per le strade di Tangeri o di Casablanca. Da bambina, suo padre la accompagnava a scuola e lungo la strada si fermavano alla pasticceria in Rue de Fourier: il signor Mohammed la salutava chiamandola “piccola principessa” e le offriva una chebakia su un piattino intarsiato. Poi papà proseguiva fino al negozio, dove lei lo ritrovava dopo le lezioni.
«Hélène, la Maison Empereur è una delle più vecchie chincaglierie di Marsiglia», diceva sempre. Chincaglieria: una parola che sembrava magica. In realtà era solo un negozio di articoli per la casa, e a lei allora non importava nulla di quella roba. Semmai le interessava il piano di sopra, dove c’erano i giocattoli.
Molti anni dopo ci aveva portato anche Nacer e, se si concentra, le tornano in mente i suoi commenti: le palle di vetro, «quelle che se le giri viene giù la neve», il carillon a molla – «mia zia ne aveva uno uguale». Il ricordo la fa fermare davanti a una fila di vecchie bambole, corpi nudi di bimbi con gli occhi sempre aperti.
«Non sembrano conoscere il pudore», aveva detto.
Nacer lo ripeteva spesso. «Se non conoscessimo la vergogna forse saremmo migliori».
«Cosa vuoi dire?», gli aveva chiesto una volta.
«Che non avrei problemi a presentarti a casa, per esempio».
«Ma prima o poi ti tocca, lo sai, no?»
Lui aveva sorriso in quel modo che Hélène faceva sempre fatica a interpretare.

Davanti alle barche ormeggiate nel porto, un teatrino di marionette e un uomo con l’organetto si contendono l’attenzione di bambini e genitori. Lei si liscia la pancia con entrambe le mani, quasi a sostenerla. Non può fare a meno di pensare che sarebbe stato un buon padre.
«Non ci credo». Così aveva reagito quando gliel’aveva detto.
Hélène si era persa nei suoi occhi, cercando di capire se quell’incredulità valesse quanto la sua felicità.
«Farai meglio a crederci».
Gli aveva messo l’ecografia tra le mani. Nacer aveva guardato quel bianco e nero e poi aveva sorriso, come se non volesse smettere.
Quella volta Hélène non aveva avuto dubbi: Nacer le stava dicendo di sì.
Ora si ferma, riprende fiato e guarda il Panier che sale sulla collina. Anche lei sente il Mistral alle spalle. Da un caffè sulla strada, oltre il rumore delle auto che passano, arrivano le voci di alcuni anziani. Più sotto, quasi nascosti, scorrono i suoi pensieri.
*
Cheik è seduto al bancone del Bar des Treize Coins e ha ordinato un café crème. Porta la tazza alle labbra solo per sentire quanto è soffice la schiuma. Poi la riappoggia e lascia scivolare lo sguardo su chi entra ed esce dal locale.
Jean guarda fuori e asciuga un boccale con uno straccio.
«Hai visto? Alla fine non c’è tanta gente», mugugna.
Nella piazzetta ci sono sì e no una ventina di persone. Una ragazza piange appoggiata alla spalla di un uomo. Tutti in piedi, chi fuma, chi parla con le mani in tasca, chi spegne lo sguardo a terra. Un paio di signore con il velo scuro. Il volto sorridente dipinto sulla parete dell’edificio di fronte domina la scena. Ai lati, la data fatidica e la scritta: “Nacer, un angelo partito troppo presto”.
Il barista rimette il boccale su uno scaffale e ne prende un altro dall’acquaio.
«La gente è fatta così».
Cheik pensa che dovrebbe dire qualcosa, ma non gli viene nulla.
La porta si spalanca e un gruppo di turisti entra per ripararsi dal vento. Poco prima si stavano scattando selfie davanti ai murales. Jean prende le ordinazioni: tre caffè e due tè, latte caldo per i bambini. Poi torna dietro al bancone.

«E tu? Niente lavoro, oggi?»
«Ho preso due ore di permesso».
Oggi deve vedere qualcuno, pensa, ma non può proprio parlarne. La cosa lo fa stare male, ed è stanco, davvero stanco di stare così.
Intanto, la porta si apre di nuovo.
Hélène all’inizio inquadra solo volti sconosciuti. Poi i loro occhi si incrociano e lei inarca le sopracciglia per fargli capire che lo ha visto.
Si salutano. Hélène lo abbraccia con un filo d’imbarazzo, un po’ più a lungo del solito, e quando se ne accorge torna alla distanza di sicurezza. Fuori, i ragazzi sanno chi sono, anche se nessuno sa davvero cosa li abbia portati a darsi quell’appuntamento.
«Allora, come stai?» domanda, sedendosi su uno sgabello accanto a lui. Sembra abbozzare un sorriso, ma le labbra restano ferme.
Cheik si sente osservato, come se lei lo stesse studiando. Esita un secondo, poi risponde con una cosa qualunque: «Eh, come sto? Sono qui».
Prova a superare l’impaccio di Hélène e anche il proprio.
«A te invece ti vedo… cambiata. Questa cosa ti fa bella».
«Grazie. Sono all’ottavo, sai?»
C’è un attimo di silenzio pieno di non detti. Cheik pensa che sono passati solo sei mesi dalla morte del loro Nacer.
«Sai già il sesso?»
«Non ho voluto saperlo. Non importa».
Adesso Hélène ride davvero. Ridono entrambi, ma non dura. Nel locale riprende il vociare in italiano, arabo e qualche lingua slava, mescolato all’inglese incerto che Jean prova a usare con il resto del mondo. Per un attimo s’illudono di essere lì solo per la commemorazione, come ogni mese, e che dopo torneranno alle loro vite. Ma non vale la pena raccontarsela.
«Hélène. Lui è lì, su quella panchina», indica Cheik con il mento. Poi sospira, gli sembra che l’aria bruci.
«Ci ho pensato. Gliene parlo io, se vuoi. Sai, una donna, dalle nostre parti…».
Lei guarda fuori. Gratta piano la tracolla della borsa con il pollice. Ci mette un po’ a ribattere.
«Cheik, devo farlo io» dice alla fine, senza staccare gli occhi dal vetro che li separa dalla piazza.
«Sei sicura?»
«Mi sembra la cosa più giusta. Tu eri amico di Nacer, e suo padre lo sa. Ma se non gli dico cosa c’era tra me e lui… Chi ero… Così è come se non fosse mai successo».
Cheik, beve un sorso caldo. Annuisce. Poi chiude gli occhi un istante, si morde il labbro. Sa bene cosa intende: certe cose esistono solo se uno riesce a raccontarle.
«C’è un’altra cosa» prova a dire poi, con la voce più bassa. E gli viene quasi da scusarsi per averlo detto. Poco ci manca che si metta a balbettare. Le mani sudano e se le struscia sui jeans. «Non potevo dirtelo prima. Non riuscivo».
«Cheik?». Hélène appoggia la borsa sul bancone. Ora la ragazza gli dice di no con gli occhi.
Lui riesce a tirar su la testa e nota una macchia scura di muffa. Vorrebbe tanto lo risucchiasse.
«Hélène, io e Nacer…».
La ragazza gli mette una mano sulla spalla. Poi la sposta sulla guancia e carezza il pelo crespo che gli cresce appena sopra il collo.
«Non serve che tu lo dica».
Hélène lascia andare un gran sospiro, poi si alza. Senza chiedere permesso si fa largo tra i tavolini e raggiunge la vetrina. Vi appoggia le mani e sente il freddo sui polpastrelli. Resta lì finché il fiato imbianchisce la superficie liscia davanti alla bocca. Oltre la foschia sottile distingue la figura di un uomo seduto da solo su una panchina. Avrà una settantina d’anni il padre dell’angelo del Panier. È un po’ curvo, sembra piegato sotto il peso del cielo.
Alle sue spalle, si sente chiamare da Cheik: «Hélène?»
Si volta e pensa che in quella storia lui c’entra molto, perché il padre di suo figlio quell’uomo l’ha amato.
Gli fa cenno di avvicinarsi.
«Andiamo» dice infine, sorpresa dalla propria voce ferma e chiara.
*
L’anziano solleva lo sguardo. Vedendo Cheik, socchiude gli occhi. Le pieghe sulla fronte raccontano il tempo e qualcosa che assomiglia al dolore. Si appoggia alle mani, si solleva lentamente dalla panchina, da solo.
«Salam Aleikoum, Cheik».
Si abbracciano, leggere pacche sulle spalle.
«Questa è Hélène. Non so se la conosce».
La indica con un gesto appena più marcato del necessario. Il padre di Nacer non l’aveva ancora notata. Lei si avvicina e gli stringe la mano. Incrocia lo sguardo opaco dell’uomo. Sembra cercare un nome dentro un ricordo troppo lontano.
«È anche lei del quartiere, signorina?»
«No, signore, ma venivo qui spesso. Per incontrare Nacer».
L’anziano piega la testa da un lato, accenna un sorriso che però muore prima di sbocciare. Quindi poggia lo sguardo sul ventre di Hélène e il volto s’illumina.
«Ah, congratulazioni!»
«La ringrazio». La voce di Hélène si scalda.
«Maschio o femmina?», chiede ancora il padre di Nacer.
«Non lo so ancora».
L’uomo si porta la destra sul cuore. «Che possa nascere forte e crescere felice». Quindi si volta verso Cheik: «Beh, congratulazioni anche a te, ragazzo».
Lui è colto di sorpresa e guarda Hélène, come in attesa di un suo cenno. Lei osserva i due uomini, è a un passo dal parlare, ma si ferma. Poi torna a guardare il volto sorridente dipinto sul muro e qualcosa si muove, lieve, dentro di lei. Sente di nuovo il vento freddo sulla pelle, che porta con sé versi e note di una canzone.

Porto nel profondo della mia ombra
polveri di te.
Il vento le porterà.
Tutto scomparirà ma
il vento ci porterà.

Si fa spazio una sensazione nuova. È come un pezzo di ghiaccio che si stacca da un iceberg per andare a nuotare solo nel mare.
«Sono sicura che anche Nacer sarebbe felice per noi».

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