Docente scaglia il banco contro un alunno. Tragedia in una scuola pubblica.
Ha un’ora di libertà. Amalio apre il cancello ed evade verso il parco. Usura il corpo con flessioni al limite della sua resistenza e poi cammina, più veloce che può, per lasciare dietro i pensieri.
Non ce la fa.
Ritornano martellanti non appena riprende fiato. Ha memorizzato quasi ogni parola dell’e-mail e se la ripete in testa come fosse una filastrocca.
Una filastrocca perfida intitolata “Richiamo formale e possibile avvio di procedimento disciplinare”.
L’autore, un tale Dirigente Pafumi, indossatore compulsivo di tight e studioso appassionato di legislazione scolastica, gliel’ha dedicata “per portarlo a conoscenza delle sue numerose inadempienze” che, parafrasandolo, sarebbero comprensibili se il professore Amalio fosse un venticinquenne fresco di toga e corona d’alloro, pescato in fondo alla graduatoria poco prima di Natale; “ma lei, Amalio, è docente di ruolo da quindici anni”; l’autore ritiene di essere stato molto tollerante, nonostante “la discutibile professionalità” da lui mostrata fin dal primo giorno della presa di servizio nell’Istituto Comprensivo Gandhi, ma sono passati tre mesi e “le sue malfatte non sono più accettabili”.
“In allegato, l’elenco delle violazioni da Lei perpetrate al Regolamento da cui scaturisce la decisione in oggetto presa dal sottoscritto. Si ricorda che, quanto in allegato, costituisce un precedente a sanzioni più gravi, come il licenziamento, in caso di recidive disciplinari”.
Quell’uomo è uno stalker.
È il solo pensiero che Amalio riusciva a portare a termine dopo aver letto il documento di accusa. Si chiedeva quando il dirigente avesse iniziato a interessarsi tanto alla sua vita e scrutava la data in cima alla lista delle infrazioni: “29 ottobre, il suddetto docente arriva dieci minuti dopo l’orario stabilito dal Regolamento”.
Il brusio della classe l’aveva distratto; aveva girato tra i banchi per fornire chiarimenti sull’esercitazione assegnata, raccomandato l’assoluto silenzio ed era tornato alla cattedra. Aveva aperto l’agenda in cerca di un’altra data: “27 ottobre, incontro con dirigente h. 10:00”. Il signor Pafumi lo aveva convocato per riferirgli le lamentele di due mamme:
«Non si offenda, ma non l’apprezzano. Per questo vogliono che sia io a conferire con lei. Dicono che la classe è indietro con il programma. Che fate solo laboratori. Che in aula c’è sempre confusione, dicono».
«E lei cosa dice?»
«Sono due signore che non stanno mai zitte. Parlerebbero male della scuola con chiunque. E hanno anche figli più piccoli. Perderemmo degli alunni…».
Le frasi del dirigente gli sembravano monche: delle ipotesi rette da una condizione non esplicitata. Aveva ripreso dopo qualche secondo, mentre picchiettava sulla tastiera del computer. «Adesso ho da fare. Mi faccia sapere».
Amalio aveva provato a sintetizzare il sottinteso di quelle frasi:
«Le faccio sapere se intendo chiedere alle due signore come svolgere il mio lavoro affinché parlino bene della sua scuola?»
La collaboratrice aveva bussato alla porta per annunciare una telefonata importante.
«Si tratta di essere professionali. Far stare sereni dei genitori tramite un compromesso. Ci pensi».
«Ci ho già pensato. Nessun compromesso».
Pafumi aveva il telefono in mano. Gli aveva sorriso mentre usciva dall’ufficio. «Difende la sua libertà di insegnamento, lo capisco. Arrivederci».
Amalio sfregava nervosamente il palmo della mano sulla cattedra mentre continuava a leggere:
“4 novembre. Il suddetto docente non appone la firma elettronica – necessaria a comprovare la propria presenza in classe – sull’apposito registro nel termine previsto dal regolamento d’istituto (entro la fine della lezione)”.
Quattro giorni dopo viene segnalato da un genitore il suo ritardo nella consegna delle verifiche, “oltre le due settimane previste dal regolamento di istituto”. E poi, nell’ordine: “ha messo a rischio l’incolumità delle attrezzature scolastiche dimenticando di depositare un portatile in cassaforte, ha evaso dal pubblico servizio durante l’intervallo prendendo il caffè alla macchinetta per lui e per il collega di sostegno rimasto a controllare la classe”, un altro ritardo, altre tre firme non apposte e, il 3 dicembre, “la mancata vigilanza sui minori a lui affidati durante l’intervallo in cortile”. Non era stato avveduto abbastanza da prevedere la torsione che il piede sinistro dell’alunno avrebbe avuto entrando in contatto con una piccola cavità del terreno durante un gioco di corsa che Amalio non aveva ostacolato. Infine, il 7 dicembre aveva assunto “una condotta lesiva della dignità di un’alunna in condizione di obesità”.
La mano di Amalio slittava sullo strato acquoso che ricopriva la superficie della cattedra. Si accorse in quel momento di grondare sudore, del chiacchiericcio degli alunni e della collega Marcucci che attendeva in corridoio di prendere il suo posto.
Sistemò lo zaino e, guardando Alice, l’unica ragazza corpulenta tra le sue alunne, pensò alle interazioni avute con lei nell’ultima settimana. Non riusciva a ricordare nulla.
Fuori dalla classe la Marcucci gli aveva messo una mano sulla spalla e gli aveva espresso solidarietà.
«È una vendetta da parte del dirigente e delle due mamme di questa classe».
«E ne hanno di fantasia. Mi accusano di aver detto qualcosa di denigrante ad Alice Melilli».
«Sì. Dicono che l’altro giorno le hai detto che non doveva mangiare la merenda».
Ora si è ricordato: aveva minacciato Alice di rubarle la merenda se non avesse saputo fare un problema.
E lei aveva riso.
Le 10:30.
Amalio ha mangiato un cornetto alla crema, rinunciato al caffè per tutelare i suoi nervi. Il podcast avviato per distogliere il pensiero dall’accaduto arriva alle orecchie sotto forma di suoni indistinti. Va al parco e si siede accanto a un albero: fa tre respiri profondi per espellere le scorie di quelle ultime settimane e fare scorta della bellezza che lo circonda. Non ci riesce. Neanche per un secondo.
Ricorre al tabacco. Rulla una sigaretta, si avvia verso il posto maledetto dove svolgerà la sua ultima ora di lavoro giornaliera e pensa.
Ogni passo si trasforma in azione immaginata: per dimostrare che Pafumi lo sta diffamando come mera vendetta personale deve documentare i fatti accaduti dal 27 ottobre in poi; rivolgersi al sindacato e procedere con un’azione legale; far avviare delle indagini in grado di intercettare dialoghi, messaggi ed email avvenuti tra le due mamme e il dirigente; cercare l’appoggio morale e legale di colleghi e genitori.
Varca il cancello alle 10:42. Tutto il suo corpo gli parla attraverso un tremore sordo che ha origine dall’interno: dalle contrazioni accelerate del cuore ai muscoli della mano – con cui Amalio regge la sigaretta – che sfuggono ai movimenti da lui imposti; con fatica le dà gli ultimi tiri e, mentre inarca la testa verso l’altro per contemplare gli anelli di fumo perdersi nell’atmosfera, scorge un’alunna della sua classe che lo saluta dalla finestra del piano superiore. Ricambia con un gesto, getta la cicca nel cestino e apre il portone interno dell’edificio scolastico.
Il respiro, sempre più affannoso, lo spinge a dare fiducia alle proprietà calmanti della tisana che sua moglie gli ha messo nella borsa. Si avvia verso le macchinette per procurarsi un bicchiere d’acqua calda in cui immergere il suo infuso. Spera, intanto, di poter trovare conforto in una chiacchierata tra colleghi.
Il seminterrato dell’Istituto comprensivo Gandhi, illuminato solo dal display delle macchinette, è un luogo di liberazione temporanea: si abbandonano gli abiti di scena e si indossano quelli della vita quotidiana; gli insegnanti ridiventano genitori, partner, cultori d’arte, cinefili, sportivi.
Ma Amalio, da quando è nel mirino delle mamme e del dirigente, ha perso ogni capacità di metamorfosi: è un professore, in qualsiasi luogo e momento della giornata, con chiunque gli stia accanto.
Mentre scende le scale cerca di riconoscere le voci provenienti dalle macchinette: gli sembra di sentire Carlo, il più sensibile e disponibile tra i colleghi. È contento, parlare con lui gli sarebbe stato d’aiuto. Sente una voce di donna: potrebbe essere Luisa, che condivide con Amalio l’ora libera del giovedì. Percepisce in Carlo un tono sostenuto e se ne meraviglia. Poi, mentre gira l’angolo in direzione dell’ultima rampa di scale, viene folgorato da due informazioni che integrano la sua immaginazione.
Carlo il giovedì, a quell’ora, è in classe.
La macchina del caffè di fronte all’ufficio del dirigente è guasta.
La vista di Pafumi con la solita divisa da matrimonio intento a fare il cascamorto con la direttrice amministrativa completa l’informazione.
«Buongiorno professor Amalio».
Amalio non può più defilarsi, ricambia il saluto con un’espressione piena d’odio che nessuno vede.
Mentre il dirigente racconta alla direttrice delle sue ultime letture, Amalio è imbambolato davanti al distributore: pensa di andarsene perché non può utilizzare la macchinetta, controllata dalla chiavetta di Pafumi che è ancora inserita. Prima che possa farlo, la direttrice si allontana per rispondere a una telefonata e Tight, sorridendo, incalza le sue intenzioni volgendo lo sguardo su di lui:
«Come sta, Luca?»
Amalio è confuso dall’ambiguità di quell’uomo. I pensieri, prima così ben canalizzati, si infiacchiscono e disperdono in quella benevolenza inaspettata.
«Bene, lei?»
«Non mi lamento. Posso offrirle un caffè, Luca?». Pafumi poggia già le dita sulla tastiera del distributore e gli rivolge uno sguardo affabile.
«Ma no, non si disturbi…».
«Suvvia, è un piacere. Quanto zucchero?»
Voleva una tisana, ma Amalio si ritrova a dire con imbarazzo: «Una bustina, grazie».
Con disagio sorseggia la bevanda, si brucia la lingua. Pafumi torna a sorridergli.
«È un po’ forte ma buono. Se lo goda, io torno al lavoro. Buon proseguimento».
Amalio rimane da solo. Assomma i pensieri della mattinata con quelli degli ultimi minuti, rielabora un nuovo quadro del signor Pafumi e di sé stesso. Butta il bicchiere e sale le scale.
Pensa che forse ha dato un peso eccessivo agli ultimi eventi e che Pafumi non gli metterà i bastoni tra le ruote; è un fanatico della normativa ed è molto zelante con i genitori, ma forse non è cattivo. E poi, ha un po’ ragione: Amalio sa di essere un insegnante bravo e appassionato, ma è distratto, poco attento agli aspetti formali del suo lavoro; arriva spesso in ritardo, non firma il registro elettronico – unico mezzo necessario a comprovare la propria presenza in classe – non è puntuale nella consegna delle verifiche, scherza troppo con i ragazzi e non esige abbastanza rispetto da loro.
Il respiro è meno affannoso quando, alle 10:58, Amalio è davanti la classe. Estrae il cellulare per controllare di aver inserito la modalità silenziosa e si imbatte in una nuova e-mail con oggetto: “Raccolta recidive disciplinari: “12 dicembre: il docente Amalio Luca ha fumato in un’ area pertinente alla scuola in cui vige l’assoluto divieto di fumo”.
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