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Un tavolo per due alla fine del mondo

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min
di Nello Somma
Il vento passava lento tra i vetri rotti delle finestre, facendo sbattere contro il muro quel che restava di una tenda bianca. Il sole, basso sull’orizzonte, tagliava l’aria con luce opaca. I colori avevano perso qualcosa, o forse era solo la polvere a mangiarli. Il ristorante si chiamava “Dante’s”, e il nome era ancora leggibile sulla targa di ferro, mezza piegata, appesa di sbieco sopra la porta d’ingresso.
Lui era seduto da un po’. Aveva le mani giunte sul tavolo. Ogni tanto le staccava per sfiorare con l’indice un anello che non c’era più. C’era ancora il segno, però. Quello sì.
Lei arrivò piano, senza fare rumore, come se avesse imparato a camminare solo per non farsi sentire. Indossava un giubbotto che non le stava bene e che forse era da uomo. I capelli, grigi alle radici, erano legati in una treccia magra.
Quando lo vide, si fermò per qualche secondo sulla soglia. Poi si sedette. Davanti a lui.

«Pensavo che non saresti venuta».
«Lo so».
Stettero in silenzio. Un pezzo di controsoffitto cadde con un tonfo da qualche parte nella cucina. Nessuno si mosse.
«Te lo ricordi questo tavolo?», chiese lui.
Lei annuì. «Certo che me lo ricordo».
«Avevi ordinato quel pesce… Come si chiamava?»
«Branzino. Ma era troppo cotto. Te l’ho detto mille volte».
Lui sorrise appena. «E io ero troppo nervoso. Non sentivo nemmeno il sapore».

Un altro silenzio, più lungo. Lei si guardava attorno. Il ristorante era un guscio, solo i tavoli e le sedie erano ancora lì. I bicchieri erano tutti spariti. Anche i quadri. Ma sul muro accanto al loro tavolo c’era ancora una macchia di vino rosso, lì da prima di tutto questo. Lei la indicò con il mento.
«È ancora lì».
Lui annuì. «Non ci ha pensato nessuno a toglierla».
Lei si passò una mano sulle labbra. «Ci penso spesso a quella sera. Non a tutto il resto. Solo a quella sera».
«Lo so».

Fuori, il vento soffiava ancora. Qualcosa di metallico rotolò sull’asfalto.

«Ti sei mai chiesto perché?», chiese lei.
Lui la guardò.
«No. Non più. Tu?»
«Ogni tanto. Ma poi smetto».
Si guardarono. Non negli occhi. Tra le rughe. Nelle ombre che il viso dell’altro non aveva quando tutto era ancora com’era.
«Pensi che qualcuno sia sopravvissuto?» chiese lei, dopo un po’.
«Forse. Ma non qui».
Lei annuì. Poi fece per alzarsi ma rimase seduta. Aveva lo sguardo fisso sul tavolo, le mani sulle ginocchia.
«Avresti voluto dei figli?»

Lui impiegò del tempo prima di rispondere.

«Non so. Forse. Con te, forse sì».
«Ci ho pensato spesso. A come sarebbe stato».
«Anche io. Una volta ho trovato una scarpetta. Di quelle piccole, bianche. Con un fiocco blu. Era nel fango, vicino a un’auto rovesciata».
Lei si morse il labbro. «E l’hai presa?»
«No. L’ho lasciata lì».
Una pausa. Poi, lentamente, lei allungò la mano sul tavolo. Lui la prese. Rimasero così. Il sole cominciava a calare dietro la linea spezzata dei palazzi. Il cielo si tingeva di rame.
«Restiamo qui stanotte?», chiese lui.
«Se vuoi».
«Non c’è più nulla. Ma almeno…».
«Lo so. È l’unico posto che ricordo ancora bene».

Si appoggiarono l’uno all’altra. Le teste vicine, le spalle che si toccavano. Il tavolo era freddo, ma solido. Una gamba traballava un po’. Lui la sistemò con un pezzo di legno. Come allora, pensò. Come quella sera.
Fuori, il buio arrivava piano. Nessuno parlava più.



2 commenti


Nemo
3 ore fa

Bella!

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Luigi C.
4 ore fa

Bella l'atmosfera che si respira nel racconto!

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