Otoliti
- Reader for Blind

- 2 ago 2023
- Tempo di lettura: 6 min
di Simone Bachechi

Vivevo da solo a quel tempo. Dopo la mia storia con Carmen ebbi solo dei rapporti occasionali con le donne e sempre speravo che il mio grande amore un giorno potesse tornare da me, cercando di cogliere in fatti empirici come una coincidenza numerica, il rumore del vento come in una canzone di Battisti che sembrava sussurrare il suo nome, le orecchie che mi ronzavano, l’illusione che lei mi stesse pensando.
In quel periodo venivo da una breve relazione sentimentale con una donna di origine calabrese di nome Norma che si occupava di protesi odontologiche. Una storia che non aveva lasciato strascichi sentimentali dentro di me quando finì bruscamente. Vivemmo anche insieme per un breve periodo. Lei stava da me tutti i fine settimana. Io cucinavo per lei o meglio, ci provavo, spesso improvvisando e facendo dei sublimi obbrobri per la mia congenita inattitudine e improntitudine a qualsiasi operazione manuale, come quella volta che bruciai la pasta frolla per il dolce che volevo preparare per lei e che se ne uscì dal forno carbonizzata insieme alla presina che dimenticai dentro, rischiando di mandare a fuoco l’intero condominio. La volta successiva optai per una meringata al limone di pasticceria che spacciai per mia, anche se lei penso dovesse avere dei sospetti vista la perfezione di quel dolce che aveva i fiocchi di crosta che si staccavano dai bordi. Norma era quella che si dice una super-maggiorata, portava la sesta. Il suo corpo era florido, abbondante, ma non c’era nella sua sagoma alcuna traccia di obesità o quantomeno riusciva a nasconderla nell’armoniosa rotondità del suo corpo calibrato alla perfezione. Quando facevamo l’amore mi urlava cose oscene, alcune volte bestemmiava e mi diceva sempre: «Stringimi le cosce… Stringimi le cosce». Io ho sempre pensato che fosse il suo modo per volermi dire di farle scomparire l’adipe pur presente che si vergognava a mostrarmi; infatti quando si spogliava voleva che non la guardassi. Un giorno non si fece più viva. Non ci fu nessun contraccolpo per me, né immagino per lei. Mi resi conto che avevo amato solo il suo culo e le sue tette, ma mai lei. Avevo in quel periodo la mente sgombra da qualsiasi complicanza amorosa e da ulteriori preoccupazioni professionali. Il periodo di fermo al lavoro sarebbe stato compensato con ferie e permessi arretrati ed economicamente non è che me la passassi male. Facevo delle lunghe passeggiate sull’argine del fiume ascoltando tantissima musica in cuffie, cercando di scacciare la noia e la solitudine. Ne dovevo ascoltare davvero troppa di quella musica. Alcuni giorni dopo cominciai a sentire dentro le mie orecchie un leggero brusio e poi un sottile dolore. Qualche mattina dopo mi svegliai con un violento e improvviso giramento di testa. Mi ributtai sul letto, la vista mi si offuscò, vidi delle macchie blu e gialle farsi largo nel mio campo visivo obnubilato. Mi sdraiai per riprendermi. Gli stessi sintomi si protrassero per alcuni giorni, tutte le volte che mi distendevo o alzavo la testa da una posizione supina o quando mi giravo nel letto, ma non ebbi in nessuna di quelle occasioni la stessa sensazione di panico che ebbi i giorni successivi a quando Carmen mi mollò per lo studente etiope. Ero innamorato di lei e ci volle del tempo perché ritornassi a galla e riuscissi a rimettere al suo posto i pezzetti del mio cuore che lei aveva frantumato come un vaso di cristallo. Anche in quel periodo nei momenti liberi mi isolavo da tutto e da tutti indossando gli auricolari che mi sparavano nelle orecchie la musica che lasciavo fluire al massimo del volume dal mio telefono. Si trattava di tutto quel tipo di canzoni che regolarmente accompagnano le grandi storie d’amore terminate.
Mi feci prescrivere una visita da un otorinolaringoiatra. Già il nome del tipo di medico specialista mi spaventava. Entrai nello studiolo ricavato dall’ampio corridoio del piano terra dell’ospedale pubblico dove mi ero prenotato per la visita. Mi sembrava di poter vedere lo scheletro delle cartografie che avevano messo su quell’ala dell’edificio adibita agli ambulatori che erano divisi l’uno dall’altro da delle sottili pareti in cartongesso. La dottoressa si chiamava Anna Fortunato, questo lo scoprii dopo, dal referto che mi lasciò. Il nome di battesimo da palindromo della dottoressa mi fece pensare che le cose, da qualsiasi parte uno le osservi, hanno sempre lo stesso significato; il suo cognome lo presi come un buon auspicio. Dopo averle fatto una rapida descrizione dei sintomi che mi affliggevano da circa dieci giorni fui invitato a sedermi sul lettino alle cui spalle si era piazzato l’assistente o infermiere. Mi furono fatti inizialmente indossare degli occhiali stroboscopici che avevano due piccole luci agli estremi, una per parte. La dottoressa mi chiese di guardarle alternativamente e di dirle se sentivo le vertigini. «No, nessuna vertigine», risposi in tono asettico e disinteressato. Subito dopo la dottoressa disse: «Adesso le prenderemo la testa e la scuoteremo, tenga il collo rilassato». Quattro mani stavano scuotendo la sede del mio cervello, a destra e sinistra, in alto e in basso, in posizioni rotatorie orarie e antiorarie. Sembrava che la mia testa fosse un sacchetto della tombola e chissà quali numeri ne sarebbero usciti fuori. Pensai ecco, ora gira tutto e mi affrettai a dirlo ai due. «Immaginavo», disse la dottoressa. Ho sempre detestato la sicumera di medici e scienziati in genere verso i quali tutti sembrano mostrare una sorta di venerazione in ossequio a un’incrollabile fede progressista, come se tutto dovesse essere esaminato alla stregua della ragione, come se questa fosse la pietra filosofale per la conoscenza di cose che esulano dall’umana comprensione spingendo tutti verso un dogmatico fariseismo.
Stavo per chiedere se fosse grave, anche solo per smorzare quel clima da burocratica sessione ambulatoriale che i due avevano instaurato fin dall’inizio, una semplicissima visita di routine che la dottoressa già sapeva di dover archiviare come episodio vertiginoso e avanti un altro, lei che non ne poteva più di tutte quelle minime preoccupazioni di pazienti afflitti dal niente e che già pensava probabilmente ai compiti del figlio alle 15:30, alla lezione di chitarra dello stesso alle 16:45, all’appuntamento dal commercialista alle 18:30, al dover fare la spesa e pensare cosa mettere in tavola a cena per il figlio e per il marito avvocato.
Successivamente, insieme all’assistente della dottoressa, il quale per i modi spicci e la robusta stazza sembrava l’addetto a un mattatoio, fui fatto coricare su un lato del lettino. Mi fu poi chiesto di collaborare alla manipolazione che mi avrebbero servito. «Si tenga morbido, rilassato, collabori, la alzeremo e la faremo voltare dall’altra parte». Fui rivoltato di nuovo come un barile dal lato opposto, questa volta con tutto il corpo. Poi la dottoressa mi guardò di sbieco, accucciata sul mio volto come una spia ombra. Mi disse di aspettare un po’ e farle sapere se girasse. Non girò subito, ci mise un po’ ma poi girò. A vertigine terminata ripeterono la stessa operazione dal lato opposto, un’operazione palindromo che non cambiò, almeno per me, gli effetti di quella manipolazione alla quale ero stato sottoposto. Fui fatto rialzare e la voce maschile alle mie spalle mi disse: «Deve guardare avanti, non in alto, non in basso». «Per sempre?», chiesi io. «No, per le prossime ventiquattro ore», aggiunse il tipo del mattatoio. La presi come una positiva proposizione di intenti: guardare avanti, di fronte a me, mai guardare sopra, sotto o di lato, peggio ancora se avessi guardato all’indietro, chissà cosa sarebbe accaduto. Pensai e valutai se procrastinare per il mio bene quella sommaria terapia per il resto della vita. Il fatto, mi spiegò più professionalmente la dottoressa, era che gli otoliti, volgarmente detti cristalli o sassolini, dovevano ritrovare la loro collocazione nell’ampolla del mio orecchio interno, dal quale se ne erano usciti per non si sa quale motivo e «i sassolini dentro le sue orecchie dovranno tornare al loro posto» aggiunse, usando un tono più colloquiale, con un unico accenno di sorriso che mi sembrò scorgere sul suo volto. Mi ero sommariamente documentato in anticipo come spesso succede in questi casi, l’automedicazione diagnostica via internet di tutti i fifoni e impiccioni come me, e avevo scoperto di questi sassolini o cristalli dentro l’orecchio come li definì la dottoressa, scientificamente chiamati otoliti. Mi venne in mente una definizione di cristallizzazione che mi era rimasta in testa dai tempi del liceo: “La rapidità della cristallizzazione, la sua regolarità che non è altro che il brutale arrestarsi del moto in direzioni diverse sottoposto nella sua solidificazione”. Immaginai anche quei sassolini indisciplinati ai quali stava evidentemente stretto il mio orecchio e che ora, dopo quegli scuotimenti e richiami all’ordine, se ne sarebbero tornati a sedimentare lungo le rive del mio orecchio interno, della mia testa, insieme al fluido liquorale, alla materia grigia sbavante al bordo della mia cervice, insomma in quella sede che sosteneva il mio capo o la parte cosiddetta raziocinante della mia persona, e mi vidi di nuovo inserito in un mondo di equilibrati. La dottoressa a corredo della sua breve diagnosi e alle parole dell’uomo del mattatoio circa il guardare avanti e non fare piegamenti aggiunse che quella notte avrei dovuto dormire in posizione rialzata. Pensai una bella giornata da cavallo, proprio quello mi ci voleva. Mi fu consegnato il referto che recava un’anamnesi di dieci giorni ove il paziente (cioè, io) riferisce di episodio vertiginoso al risveglio, un esame obiettivo che consiste in Ny orizzontale rotatorio in semont diagnostica dx, si esegue manovra liberatoria e infine conclusioni e terapia consigliata: riposo per dodici ore e controllo secondo i sintomi, firmato Dottoressa Anna Fortunato. Una bella ripassata di medicina artigianale, primordiale, niente chimica, niente enti riabilitativi o supporti medicali, potei ritenermi fortunato, ringraziai e me ne andai. Per alcuni giorni le orecchie continuarono a fischiarmi e ronzare con costante intermittenza e io pensavo che fosse Carmen che mi stava pensando.










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